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“La Bce ha dato una risposta forte alla crisi economica”

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Oltre alla crisi sanitaria c’è un’altra crisi di cui non conosciamo ancora la portata: la crisi economica. Confindustria stima un calo del Pil del 6% per il 2020 e molti imprenditori si chiedono se riusciranno ad aprire bottega una volta tornati al lavoro. In mezzo a questa tempesta abbiamo chiesto al  Professor Carlo Cottarelli, economista di fama internazionale, di spiegare ai microfoni “virtuali” di Orizzonti Politici i punti di riferimento da cui ripartire. 

Professore, la Commissione Europea ha annunciato un piano per contrastare la crisi economica da 100 miliardi di euro. E’ questa la risposta forte che ci si aspettava dall’Europa?
La Commissione europea ha un bilancio piccolo e non si sanno i dettagli del piano, ma, tra le risorse attuali a disposizione e una nuova emissione di obbligazioni garantite dagli Stati membri, l’Europa metterebbe a disposizione 100 miliardi. Di questi, all’Italia potrebbero arrivare 15-17 miliardi. Non è poco, si tratta di più dell’1% di Pil per l’Italia. 

E’ una risposta sufficiente?
Chi vuole dar contro all’Europa dirà di no, ma questa operazione va in aggiunta all’operazione da 220 miliardi della Banca centrale europea (Bce) per finanziare il nostro deficit. La risposta forte dell’Europa alla crisi economica è quella che viene dalla Bce. Quello che manca è la disponibilità dei Paesi membri ad un’altra emissione che aumenti le risorse disponibili per rispondere alla crisi. Non si vuole chiamarla Eurobond, ma bisogna fare qualcosa di simile. 

Cosa ne pensa di un possibile utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes)?
Il Mes è un fondo che ha tanti soldi e sbloccherebbe fondi pressoché infiniti da parte della Bce, richiedendo però condizionalità. Questo termine è associato al termine austerità, ma non c’è nessun motivo per cui le condizioni debbano essere austere. In questo momento di crisi economica sarebbe assurdo chiedere ai paesi di ridurre il proprio deficit pubblico. Il deficit deve aumentare. Quindi presumibilmente la condizionalità si limiterebbe a promettere di usare i soldi per scopi specifici. 

Che cosa ostacola questa soluzione?
E’ stata montata una campagna politica contro il Mes, per cui è difficile che il governo accetti di mandare anche solo una dichiarazione di intenti per usare quei soldi in modo specifico. Attorno a questo tema c’è stata molta disinformazione: anche il Corriere della Sera ha detto che il Mes avrebbe portato austerità. Una volta c’erano i diffusori di bufale, oggi Il Corriere della Sera si mette a dire che il Mes porta austerità. Dieci anni fa portava austerità, oggi le condizioni sono completamente diverse. Secondo non verrebbe accettata nessuna forma di condizionalità. Al momento il Mes è chiuso per motivi di comunicazione.

Il governo italiano dall’inizio della crisi spinge per dei coronabond che mutualizzino a livello europeo il nuovo debito emesso per rispondere alla crisi economica. Cosa comporterebbe questa strada?
Si deve trovare un accordo per motivo di immagine, perché i soldi ci sono. Oggi il tasso a dieci anni sui Btp è al 1,6%, praticamente zero in termini reali se si considera un po’ di inflazione in dieci anni. L’opzione dei coronabond servirebbe per dare un segno di solidarietà da parte dell’Europa, per dire che l’Europa c’è. Il rischio è quello di fomentare la propaganda antieuropea, che si diffonde già da sola, sia anti-europea che anti-tedesca o anti-olandese. 

Che opinione ha delle mosse del governo sul piano economico, come il Decreto Cura Italia?
Non è sufficiente: il governo stesso ha detto che è un primo passo. Questo decreto ha messo in campo circa 20 miliardi, poco più dell’1% del Pil, la Germania ha messo il 3,5%. Questo misure servono a fare da cuscinetto, ad attutire il colpo, poi serviranno misure per rialzarsi. Una volta che sapremo quando torniamo al lavoro bisognerà sostenere la domanda di mercato. E’ possibile che la gente, anche chi ha soldi, non li spenda. Per far ripartire la domanda ci vuole un pacchetto di investimenti pubblici: un programma per fare ripartire la spesa diretta a partire dalle infrastrutture, di cui abbiamo bisogno. Oltre a questo è fondamentale snellire la burocrazia per ripartire velocemente

Si stima un calo del 6% nel 2020 per il Pil italiano. Quanto ci vorrà per tornare al livello di prima?
Ci sarà uno strascico, però nel 2021 dovremmo venirne fuori. Molto dipende da come si evolverà questa epidemia, se ci sarà una seconda ondata. Questi numeri sono in continua evoluzione, è impossibile fare una previsione adesso. Ogni giorno aspettiamo le 18 per la conferenza stampa della Protezione Civile, è tutto in divenire e questi numeri valgono poco.

La crisi economica che stiamo vivendo è una crisi simmetrica: tutti i Paesi la vivranno prima o poi. Questo cosa cambia per l’Italia?
Quello che aiuta l’italia è che questa crisi non è dovuta a cose che abbiamo fatto noi. Il governo gialloverde alla fine è stato quello più virtuoso, grazie alle pressione dell’Europa. Lo shock non è idiosincratico nel senso che non colpisce un unico Paese, ma colpisce tutto il mondo.  Anche uno shock di intensità uguale però comporta reazioni differenti a seconda delle condizioni del Paese. Chi ha un debito più basso può rispondere con più forza. Rimane però il fatto che questa crisi non è dovuta ad una malagestione di breve termine dei conti pubblici.

Che peso avrà questo nuovo debito sui conti pubblici?
Questo debito verrebbe finanziato interamente dalla Bce: l’ammontare di debito detenuto dalla mercato privato potrebbe essere addirittura più basso di inizio anno. Questo potrebbe comportare alcuni vantaggi: la Bce non specula sui titoli di Stato italiani e quindi ci sarà una minore sensibilità al comportamento erratico dei mercati. Ci sono anche dei rischi però: da una parte dipenderemo sempre più da ente sovranazionale, la Bce, che forse alla fine deterrà il 30% del debito pubblico italiano. Dall’altra ci potrebbe essere un effetto sull’inflazione, che se crescerà porterà ad una vendita di titoli di Stato da parte della banca centrale. Al momento, però,  sembra che le banche siano contente di avere molta liquidità, non li prestano, e questo impedisce all’inflazione di crescere.

I tassi d’interesse erano già bassi prima della nuova immissione di liquidità da parte della banca centrale, che non potrà quindi ridurli ulteriormente per incentivare gli investimenti. La politica monetaria è quindi un’arma spuntata nella mani della Bce?
La cosa fondamentale è che, per prestare, ad una banca non serve solo la liquidità fornita dalla banca centrale, ma bisogna tener conto della regolamentazione bancaria, che al momento è molto stringente. Le banche hanno bisogno del capitale proprio per prestare e il capitale proprio non è così facile da trovare per una banca. Quello che ha fatto la Bce è stato fondamentale, allentando il legame tra prestiti e l’equity che una banca ha, consentendo di prestare a condizioni più facili.

Questa regolamentazione è però figlia delle speculazioni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008, non c’è il rischio di una nuova fase di speculazione?
Io non dico che le regole devono essere rimosse. Questi vincoli hanno un ruolo anticiclico: devono essere allentati in periodo di crisi. Il principio dopo il 2008 è stato che le banche possano fare qualunque cosa, purchè abbiano un capitale proprio sufficiente. Io invece dico di evitare che le banche non facciano alcune operazioni, piuttosto che vincolarle esclusivamente sull’equity.

Che ruolo avranno le banche in una fase successiva di rilancio?
Il problema può essere un accumulo di prestiti deteriorati, i non performing loans (Npl). Lo Stato non dovrebbe, almeno all’inizio, considerare i Npl come tali, viste le condizioni di emergenza. Oltre a questo sostegno non dimentichiamo che anche prima l’economia non cresceva, quindi o si fanno le riforme per far ripartire il Paese oppure rimaniamo fermi lì. Burocrazia, giustizia civile, ci sono tante cose che non funzionano.

Quanto ci possiamo permettere ancora dal punto di vista fiscale?
Dobbiamo spingere fino al 3% del Pil, adesso siamo fermi a poco più dell’1% con il Decreto Cura Italia.

Gli aiuti di Stato provenienti da Albania, Cina, Russia e Cuba hanno avuto molto clamore mediatico, mettendo in secondo piano gli aiuti provenienti dall’Europa. Secondo Lei cambieranno le relazioni internazionali dopo questa crisi?
Temo proprio di sì, perché l’ondata antiolandese e antitedesca secondo me non si recupera. Sono molto pessimista e lo ammetto. La Cina ci sta dando aiuto, ma quegli aiuti li abbiamo comprati, almeno in parte. C’è una campagna sui social incredibile, si sta esagerando.

Non è una mossa miope da parte dell’Olanda lasciare indietro l’Italia?
Noi non vogliamo i loro soldi, vogliamo una risposta comune e dare un segnale a livello europeo. Io penso che ci sia qualcuno che voglia spaccare l’Europa. Insultare gli altri non serve a nulla e porta a farci insultare anche a noi.

Vuole fare un nome e un cognome di chi vuole spaccare l’Europa?
No. Non è questo il momento di fare polemica.

Federico Pozzi
Veneto classe 1997: tra i vecchietti di OriPo. Laureato in Economia a Padova, ora studio Politics and Policy Analysis in Bocconi. Quando scrivo cerco di essere come le notti d’estate: chiaro come il cielo e pungente come la zanzara che continua a ronzare in camera. Romanticamente inopportuno insomma.

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