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“Il 25 aprile? Quando sarà routine avremo sconfitto il fascismo”

Tempo di lettura stimato: 4 min.

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Di tutte le feste italiane la più divisiva e chiacchierata è sicuramente la Festa della Liberazione del 25 aprile, nata per commemorare la liberazione di Milano dalle truppe nazifasciste avvenuta nel ’45. Per capire perché questa ricorrenza continui a generare tensioni e come il suo significato possa essere cambiato nel tempo, per i diversi punti di vista, spesso contrapposti, che lo inquadrano nella controversa storia del nostro Paese, Oripo ha intervistato Corrado Augias, classe 1935, scrittore, giornalista e conduttore televisivo di programmi culturali e di approfondimento storico.

Dott. Augias, perché ancora oggi il 25 aprile è una data così divisiva?

La cosa non deve sorprendere più di tanto. Il 25 aprile 1945 fu la data che pose fine a una guerra persa e che negli ultimi due anni si era trasformata in guerra civile. Si tratta fra l’altro di un evento relativamente recente nella nostra storia e che catalizza una quantità ancora maggiore di tensioni di fronte all’incapacità degli italiani di fare i conti con il fascismo.

Che rapporto hanno avuto gli italiani col fascismo?

Su questo tema sono stati tanti i pareri autorevoli: il filosofo liberale Benedetto Croce riteneva il fascismo una parentesi nella storia italiana, mentre secondo Piero Gobetti, grande intellettuale e uomo politico di genio, morto giovanissimo proprio a causa del regime di Mussolini, il Ventennio è stato l’autobiografia della nostra nazione e anche Umberto Eco ebbe a parlare di “fascismo continuo”.

Ma oggi il fascismo esiste?

Se lo intendiamo come regime e insieme di istituzioni ovviamente non più; ma se lo intendiamo come un modo di intendere la politica fondato sulla prevaricazione sulle idee altrui e come stato d’animo di insofferenza verso il confronto, di voglia di risolvere i problemi in maniera sbrigativa col mito del machismo, beh allora sì, è ancora un sentimento attuale.

Quali sono a suo giudizio i motivi di questa attualità?

Negli ultimi anni abbiamo vissuto tre grandi crisi: quella economica del 2008, quella migratoria dal 2011 in poi e oggi quella causata dal coronavirus. Quando sono di fronte a problemi di queste dimensioni alcuni italiani tendono a rifugiarsi nel mito del padre padrone che tutto può e tutto risolve e questo mito, nella storiografia italiana, coincide con quello di Mussolini.

Tornando alla Resistenza: in molti altri Paesi questo passato non crea polemiche come qui da noi.

La spiegazione è semplice: la mancanza nei Paesi stranieri di una chiara matrice politica dietro la resistenza al nazifascismo. In Francia la lotta agli occupanti fu guidata dal generale Charles De Gaulle e fu di carattere nazionale e militare. La nostra Resistenza invece ha avuto, come nel “berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, tre corde diverse, poco intonate tra di loro: la prima patriottica, quasi risorgimentale, che si rifaceva alla cacciata del nemico straniero; la seconda civile perché, non dimentichiamolo, è stata una guerra anche fra italiani; e la terza politica, visto che il gruppo partigiano che ha dato il maggior contributo è stata la Brigata Garibaldi, composta dai comunisti, che ha pagato con 40mila morti la sua lotta al fascismo.

Da qui una legittimazione del 25 aprile come festa delle sinistre.

Sicuramente la sinistra, e soprattutto i comunisti, devono alla Resistenza il loro riconoscimento successivo nella vita democratica. Non dimentichiamo che il Presidente dell’Assemblea Costituente del 1946 è stato un comunista: il grande intellettuale Umberto Terracini, che ha guidato il processo di stesura della nostra Costituzione.

Oltre alle accuse di essere di parte, in Italia è ricorrente la critica alla Festa della Liberazione come retorica su una resistenza partigiana che in realtà non avrebbe avuto alcun ruolo di peso nello scacciare dal Paese i nazifascisti, sconfitti invece dagli Alleati.

Da un punto di vista puramente fattuale è chiaro che il grosso della Liberazione lo dobbiamo agli americani e ai loro alleati, che risalirono il Paese e sconfissero i tedeschi e i seguaci della Repubblica di Salò. Ad ogni modo è giusto ricordare che città come Genova misero in fuga i soldati dell’Asse prima dell’arrivo degli statunitensi. Ma c’è un altro aspetto, forse il più importante, della Resistenza.

Ovvero?

I partigiani e la loro lotta hanno rappresentato il riscatto morale di un popolo migliore dei suoi governanti. Pensi che, senza di essa, degli italiani nel mondo sarebbe rimasto impressa la fuga del re Vittorio Emanuele III da Roma a Brindisi nel ’43, per evitare di affrontare le conseguenze della guerra civile che stava esplodendo o l’immagine dello stesso Mussolini, che fu scoperto mentre tentava di scappare da Milano con la divisa della Wehrmacht, ovvero delle Forze Armate tedesche.

 In questo continuo intreccio fra presente e passato, lei che evoluzione ha visto e vede per questa ricorrenza?

Sono sinceramente preoccupato, perché vent’anni fa fenomeni come il neofascismo interessavano solo sparuti gruppi di giovani e qualche nostalgico, con manifestazioni che erano un misto di vergognoso e di patetico. Oggi purtroppo questo pericolo sta tornando realtà e per questo credo che si stia riscoprendo, con tutto il trambusto che comporta, il significato del 25 Aprile. La mia speranza è che questa festa, come quella per ricordare la Shoah del 27 gennaio, torni a essere quello che sembrava essere avviata a essere un lustro fa: una commemorazione ripetitiva, con scarsa aderenza alla realtà. Lo dico perché solo se ciò accadrà vorrà dire che il suo nemico, il fascismo, è stato davvero vinto.

Giunio Panarelli
Nato a Bologna, ma cresciuto salentino, frequento il corso di laurea magistrale in Politics and Policy Analysis in Bocconi. Da febbraio 2020 sono caporedattore di Oripo quindi se vi piace quello che leggete è merito mio se non vi piace è colpa degli autori. Nel 2018 è uscito per Edizioni Montag il mio primo libro "La notte degli indicibili". Un chiaro segno della crisi dell’editoria italiana.

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