“Un accordo di vasta portata che garantisce che il nostro sistema fiscale internazionale sia più inclusivo e lavori meglio”. Il Segretario Generale dell’OCSE, l’australiano Mathias Cormann, annunciava così nel 2021 l’accordo raggiunto da più di 130 giurisdizioni sul “Two-Pillar Solution”. L’intesa introduce una Global Minimum Tax (GMT) al 15% per i grandi gruppi multinazionali, segnando una cesura rispetto a decenni di concorrenza fiscale al ribasso. Per anni le big tech e altri colossi globali hanno potuto spostare miliardi di profitti verso giurisdizioni con aliquote prossime allo zero, lasciando ai Paesi in cui il valore era effettivamente generato bilanci pubblici più fragili.
Secondo stime OCSE, l’erosione della base imponibile e lo spostamento artificiale dei profitti hanno sottratto ai bilanci statali tra 100 e 240 miliardi di dollari all’anno a livello globale. Mentre le nuove regole iniziano ad essere recepite e applicate, emergono crepe e tensioni: la complessità operativa, le differenze tra ordinamenti nazionali e le resistenze politiche sollevano interrogativi sull’effettiva capacità della GMT di mantenere le sue promesse.
Perché è stato necessario introdurre una tassa minima globale e come funziona, concretamente, la Two-Pillar Solution? In che modo l’Unione europea lo ha tradotto nel proprio ordinamento e quali margini lascia alla concorrenza fiscale interna? E cosa significa, in pratica, per l’Italia, in termini di gettito, nell’ambito internazionale?
Questa analisi si propone di rispondere a questi interrogativi, valutando se la GMT Tax rappresenti davvero la fine della corsa al ribasso o solo un nuovo compromesso.
Dal dumping fiscale alla Global Minimum Tax
Per rispondere alla domanda iniziale bisogna partire dal problema di fondo: decenni di concorrenza fiscale al ribasso e profit shifting hanno eroso la base imponibile di molti Paesi, con aliquote effettive spesso vicine allo zero per le multinazionali.
Il pacchetto OCSE/G20 su due pilastri nasce quindi per correggere questa distorsione: il Pilastro Uno rialloca una parte dei profitti verso i mercati di consumo, mentre il Pilastro Due fissa un “pavimento” minimo del 15% sull’imposizione effettiva delle multinazionali con ricavi consolidati pari o superiori a 750 milioni di euro.
Il grafico sottostante mostra come negli ultimi quarant’anni l’aliquota media globale sull’imposta sulle società si è infatti ridotta di oltre la metà, passando da valori superiori al 40% negli anni Ottanta a poco più del 23% nel 2024, con numerosi Paesi (inclusi centri finanziari europei ed extraeuropei) stabilmente sotto il 15%.
Il ruolo dell’OSCE nel correggere le distorsioni
Il cuore del Pilastro Due sono le GloBE Rules (Global Anti-Base Erosion), che non introducono una nuova imposta unica, ma un meccanismo di “tassa integrativa” (quindi una top up tax). In pratica, per ogni giurisdizione in cui opera un gruppo si calcola una percentuale di tassa effettiva: si prendono le imposte da versare e i profitti societari, si determina l’aliquota effettiva e, se è inferiore al 15%, si calcola un’addizionale pari alla differenza tra il 15% e l’aliquota effettiva, che verrà poi moltiplicata per la base imponibile. Questo top up non è necessariamente riscosso dallo Stato a bassa imposizione: il disegno delle regole serve infatti a garantire che, se un Paese non tassa almeno al 15%, qualcun altro nel gruppo avrà il diritto di farlo.
Negli ultimi due anni l’OCSE ha aggiornato e integrato più volte la guida amministrativa, ha approvato un modello standard di GloBE Rules e ha pubblicato un elenco delle legislazioni nazionali considerate “qualificate”, segnalando che una parte crescente di grandi economie ha ormai adottato o sta finalizzando regole.
Nonostante ciò, la mappa dell’adozione della Global Minimum Tax mostra che molti Paesi mancano all’appello, infatti, gli sforzi per un’adesione universale procedono a rilento.
La GMT made in EU: armonizzazione o realpolitik?
La politica fiscale resta diretta competenza degli Stati membri e Paesi come Lussemburgo o Irlanda hanno costruito una parte importante del proprio modello di crescita su regimi agevolativi mirati, con inevitabili frizioni con gli altri governi e accuse di dumping fiscale all’interno del mercato unico.
Per ridurre questi squilibri, la Commissione ha deciso di fare della GMT diritto vincolante dell’Unione, approvando alla fine del 2022 la direttiva UE che “traduce” il Pilastro Due in un set di obblighi comuni. La direttiva fissa, infatti, un’aliquota effettiva minima del 15% per grandi gruppi, ricalcando quindi l’architettura GloBE, ma adattandola alle specificità del mercato unico europeo. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato impedire che i singoli Stati sfruttino i margini del quadro OCSE per continuare a competere al ribasso; dall’altro evitare che le imprese spostino profitti all’interno dell’UE verso “l’anello più debole” della catena normativa, sfruttando differenze di recepimento.
Problematiche nell’applicazione della GMT
La Commissione ha accompagnato il processo con comunicazioni e linee guida sulla trasposizione, ma l’implementazione ha mostrato subito frizioni: alcuni Stati membri hanno recepito in tempo per l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2024, altri hanno rallentato il percorso parlamentare, utilizzando i margini di differimento previsti, oppure hanno chiesto estensioni per la scadenza del recepimento. Così facendo, continuano a persistere differenze di applicazione e interpretazione della GMT.
Nonostante questi attriti, la direzione di marcia è abbastanza chiara: con la Global Minimum Tax, l’Unione compie un passo concreto verso una politica fiscale più armonizzata, in cui la concorrenza tra Stati membri si gioca sempre meno sul livello delle aliquote.
A complicare però il quadro si è aggiunta la variabile “politica transatlantica“: con Donald Trump alla Casa Bianca, la partita fiscale è diventata anche una partita commerciale (che si aggiunge all’introduzione di dazi). Washington, infatti, ha continuato a guardare con sospetto a queste iniziative fiscali percepite come “mirate” contro le big tech americane. Dinanzi alla minaccia di una guerra fiscale da parte del governo americano, che prevedeva di imporre forti tasse aggiuntive alle società straniere che operano negli Stati Uniti, i Paesi del G7 (tra cui l’Italia) hanno deciso di rimodulare gran parte dell’accordo sull’imposta minima sulle società del 15% per le imprese made in USA.
L’Italia alla prova della Global Minimum Tax
L’Italia arriva alla Global Minimum Tax con un approccio rigoroso, inserendo le regole europee del Pilastro Due all’interno di un sistema fiscale non solo caratterizzato da un’alta pressione nominale, ma anche da un uso diffuso di incentivi, crediti d’imposta e regimi agevolativi settoriali.
In questo contesto, la scelta di recepire integralmente la direttiva UE risponde a un obiettivo chiaro: difendere la base imponibile nazionale e intercettare gettito che, in assenza di una tassa minima effettiva, rischierebbe di essere tassato a livelli molto più bassi altrove.
Il decreto legislativo n. 209 del 2023 recepisce la direttiva UE, introducendo per i gruppi con ricavi maggiori di 750 milioni di euro l’obbligo di un’aliquota effettiva minima del 15%. È seguito poi il decreto del MEF di luglio 2024 sui calcoli tecnici, e nel novembre 2025 i decreti su dichiarazioni GloBE e codici tributo per versamenti. L’Italia punta così ad incassare la differenza, evitando che la tassazione venga dirottata verso altre legislazioni attraverso le regole del secondo pilastro.
Ma come funzionano i decreti italiani in pratica?
Si prenda ad esempio un grande gruppo italiano con ricavi oltre 750 milioni: in Italia ha un utile “GloBE” (calcolato con regole OCSE) di 100 milioni e paga imposte effettive per 10 milioni grazie a crediti R&D, patent box, perdite riportate o altri incentivi che abbassano la pressione fiscale sull’utile.
Risultato: aliquota effettiva GloBE al 10%, quindi sotto la soglia del 15%. Scatta così la QDMTT: l’Agenzia delle Entrate chiede altri 5 milioni (5% di 100) come top-up nazionale. Non è una nuova tassa sul totale, ma un “conguaglio” per arrivare al 15% sui profitti rilevanti, giurisdizione per giurisdizione. Se una filiale estera paga poco (diciamo 5% in un paradiso fiscale), la capogruppo italiana integra.
L’Italia, così facendo, trattiene gettito che altrimenti andrebbe perso.
Le reazioni italiane alla GMT
Sul piano politico, il governo Meloni ha presentato la Global Minimum Tax come una riforma che difende la base imponibile italiana senza aumentare la pressione su PMI e contribuenti domestici, valorizzando la cooperazione internazionale in materia fiscale come strumento di sovranità e non come vincolo subìto.
Dal lato opposto, l’opposizione ha sottolineato il rischio che, in assenza di un pieno coordinamento globale, le deroghe o i rallentamenti da parte di grandi economie come gli Stati Uniti ridurranno l’impatto effettivo della GMT sul gettito e sull’equità del sistema.
Infine, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha sottolineato nelle sue analisi come l’efficacia della tassa minima globale dipenda in modo cruciale dal grado di adesione internazionale e dalla tenuta politica dell’accordo nel tempo, ponendo l’accento sui rischi legati a eventuali passi indietro da parte di partner chiave.
Prospettive e aspettative sulla Global Minimum Tax
La Global Minimum Tax nasce quindi con un’ambizione forte: frenare la corsa al ribasso e rendere il sistema fiscale internazionale “più inclusivo e più efficiente”, per usare le parole di Cormann. Alla luce di quanto visto, si può concludere che le basi sono solide sul piano tecnico e l’Europa compie un passo avanti reale verso una maggiore armonizzazione fiscale.
Allo stesso tempo, però, i recenti sviluppi internazionali mostrano che la GMT sia già oggetto di compromessi, eccezioni e tensioni geopolitiche. In questo senso, la Global Minimum Tax appare meno come la fine del dumping fiscale e più come un nuovo compromesso instabile, da difendere e migliorare politicamente, anno dopo anno.
“Niente è così permanente come un programma governativo temporaneo”, diceva Milton Friedman… e molto dipenderà da quanto a lungo i governi decideranno davvero di sostenerlo.
*Immagine di copertina: Dazi [Foto di NYPL via Unsplah]





