Negli ultimi anni sembra che ogni elezione presidenziale negli Stati Uniti sia sempre più “una battaglia per l’anima del Paese”, animata dalle guerre culturali tra fazioni (culture wars). La campagna del 2020 aveva visto il fronteggiarsi non più di due programmi politici, ma di due visioni radicalmente diverse di Stati Uniti: da una parte il messaggio di “unità della nazione” di Biden, dall’altra il “noi contro di loro” trumpiano. Una sponda, quella democratica, che reclamava il ruolo di leadership statunitense nel mondo; l’altra, quella repubblicana, che guardava con diffidenza al multilateralismo in nome di un America first, uno slogan della destra che ha funzionato in molte parti del mondo (pensate al “Italia agli italiani” della Lega di Salvini). Ma già nel 2016, con l’irruzione burrascosa di Trump nella politica USA (un frame che ricorda la “discesa in campo” di Berlusconiana memoria) sembrava già essersi consumata una frattura nel classico asse conservatives vs liberals. Non più, infatti, una battaglia tra set di policy, ma tra la propulsione populista anti-establishment di Trump, che aveva travolto dall’interno anche lo stesso GOP (Grand Old Party, uno dei nomi tradizionali con cui si fa chiamare il Partito Repubblicano), e il politics as usual di Hillary Clinton, il cui nome era legato a doppio filo anche al marito Bill, ex Presidente USA dal 1992 al 2000.
Quello che ci dicono tuttavia decadi di analisi sulle opinioni degli elettori e dei politici è che repubblicani e democratici hanno iniziato ad essere sempre più diversi in termini di posizioni politiche, al punto estremo che è stato toccato oggi. Se ancora negli anni ’60 e ’70 era possibile una situazione di overlap (sovrapposizione) tra fazioni diverse dei due partiti (conservatori democratici e repubblicani liberal), a partire dall’era Reagan i due schieramenti hanno abbandonato il centro per spostarsi sempre più verso gli estremi dell’agone politico. Questo fenomeno è stato tanto più marcato dagli anni 2000 dove ha subito un’impennata, ed in particolare dagli anni ’10, poco dopo l’elezione di Obama e la crisi economica globale. Ha caratterizzato soprattutto i repubblicani, in cui lo spostamento ideologico è stato più netto rispetto ai democratici che, sebbene su molte policy si siano posizionati a sinistra, rimangono ancora largamente su posizioni moderate e centriste. E non ha riguardato politici e cittadini allo stesso modo: la “radicalizzazione” ha investito in maniera diversa élite politiche ed elettori, al punto che è difficile distinguere chi abbia inseguito chi nel tentativo di adattarsi ai tempi. Una causa di questa divergenza politica è stata attribuita a quella che è stata definita dal sociologo statunitense James Davison Hunter una Culture War, espressione introdotta nel suo libro omonimo del 1991 dal titolo Culture Wars: The Struggle to Define America.

La battaglia per definire l’anima dell’America
L’origine del termine sembra derivate dal tedesco Kulturkampf, che descriveva lo scontro tra il governo di Bismarck e la Chiesa cattolica nella Prussia degli anni 1870. Guerra culturale fa riferimento ad un conflitto, generalmente tra due o più fazioni, per l’affermazione di una cultura rispetto alle altre, la cui definizione si può estendere al patrimonio di idee, principi. valori, riferimenti storici e sociali. Nel suo libro. Hunter parlava di una guerra tra Orthodox e Progressives, tra una visione ancorata al cristianesimo ed un’altra promotrice di un’idea secolare della Nazione, proiettata all’estensione dei diritti. L’idea di uno scontro tra visioni opposte di mondo, o di Paese, non nasce tuttavia adesso. Le guerre culturali hanno caratterizzato la storia dell’umanità: da strumenti di dominio politico interno, a elementi centrali negli scontri di civiltà (basti pensare a cosa sono state le crociate). Già negli Stati Uniti che avevano appena abolito la schiavitù a metà ‘800, Il Paese era diviso tra il Sud suprematista bianco degli Stati ex-Confederati, rurale e basato su un’economia di monocolture agricole, ed il Nord illuminista, urbano ed industriale.
Ma se vogliamo rintracciare un precedente più nitido dello scontro tra idee di mondo che sferzano oggi negli Stati Uniti, basta volgere lo sguardo alle proteste controculturali degli anni ’60 che hanno investito l’Occidente, e negli Stati Uniti hanno trovato compimento con le proteste per la guerra in Vietnam. Gruppi marginalizzati appartenenti ai movimenti per i diritti civili, il potere nero, Chicano, femministi e per i diritti dei gay chiedevano uguaglianza e sfidavano la “cultura americana normativa” degli anni ’50. Dall’altra parte, una forte reazione della società americana per difendere i veri valori e l’idea stessa di America da parte soprattutto della destra religiosa: comunità cristiane, radicate soprattutto nelle campagne e nei suburbs, iniziavano un processo di politicizzazione il cui culmine vediamo proprio oggi. Dagli anni ’80 e ’90, i repubblicani hanno captato questo sentimento ed hanno iniziato a cercare di intercettare sempre più il cosiddetto voto religioso, in particolare degli evangelici che notoriamente si interessavano poco alla politica. Il primo a mobilitare questa base è stato Reagan, colui che ha sigillato l’abbraccio definitivo tra repubblicani e destra evangelica. Se volessimo tracciare un parallelo, pensiamo solo al famoso comizio in cui Trump si rivolge agli elettori cristiani (maggioranza evangelici) dicendo “you won’t have to vote anymore”, alludendo al loro generale disimpegno verso la politica, con la promessa che il loro ultimo voto avrebbe salvato l’America.
È nata prima la polarizzazione della politica o del popolo?
A guardare i dibattiti presidenziali tra Al Gore e George W. Bush, o i più recenti Mitt Romney e Barack Obama, ci si troverebbe davanti ad una politica piuttosto “tranquilla”, uno scontro di policy che, in casi come quello di Gore e Bush, non sembravano neanche troppo diverse. Nel 2016 tutto è cambiato con l’ingresso di Trump: la politica è stata “incendiata” nei toni e nelle proposte. Ma come si è detto poc’anzi, il processo di riscaldamento della politica americana è data ben prima di Trump. All’alba di questa polarizzazione, il dialogo tra partiti funzionava ancora, tanto è che nei primi anni ‘2000 il Congresso riconobbe la necessità di tutelare il “buon governo” a fronte delle divergenze politiche in aumento. Questo meccanismo si è rapidamente rotto, e dai primi anni ’10 del 2000, è aumentato progressivamente l’uso del filibustering (una procedura che permettere di bloccare o ritardare l’approvazione delle leggi) e conseguentemente la difficoltà di raggiungere accordi bipartisan, ovvero quelle leggi dove repubblicani e democratici seppelliscono temporaneamente l’ascia di guerra per raggiungere un compromesso politico. Questa increspatura democratica, fatta di mancanza di dialogo e blocco operativo della democrazia, è stata definita polarizzazione delle élite.
Parallelamente è cresciuta la polarizzazione del popolo americano, mai così diviso e trincerato come oggi. Più che di una divisione sulle policy, la polarizzazione del voto è stata definitiva “affettiva” (affective polarization), una situazione in cui le parti, pur concordando su alcuni punti, sono arrivate a provare una diffidenza emotiva verso l’altra parte, quasi come quella che proviamo quando ci troviamo a discutere di calcio con un tifoso di calcio della squadra rivale. Questa spaccatura è ancora più evidente nella popolazione anziana, più che tra i giovani. L’esposizione alla cable tv (tv via cavo), tipica più di un elettorato anziano, è un fattore che ha generato distanze così siderali, al punto che non ci si riesce neanche più a parlare tra le parti. Anche in questo caso, seppur evidente da entrambe le parti, è nella destra che questo strappo si è consumato più nettamente. La responsabilità risiede in un sistema mediatico a doppio filo, sospinto da Fox News da una parte, la cable tv fondata sul finire degli anni ’90 come bastione mediatico della destra, e dall’enorme sistema di radio a bassa frequenza, radicate soprattutto nelle piccole contee rurali, dove una galassia di conduttori radiofonici di destra si è posta come principale fonte di informazioni in quelle campagne. Dall’altra parte, a sinistra, emittenti come MSNBC e CNN News si sono ricollocate progressivamente a sinistra per intercettare l’elettorato progressista.

I media sono diventati oggi una linea di faglia dello scontro politico. Nelle contee repubblicane Fox News, insieme ad altri nascenti emittenti dichiaratamente di destra come OANN (One America News Network), è praticamente l’unica fonte di informazione. Chi vota democratico è invece più portato tradizionalmente ad informarsi su canali come CNN (uno dei bersagli preferiti della campagna di Trump contro i “fake news media”). Oltre alle televisioni, altri canali di informazione sono diventati un campo di battaglia, come i social media e la variegata rete di podcasters e streamers. A fine 2022, Elon Musk, l’imprenditore più ricco del mondo e celebre per essere il patron di Tesla, ha acquisito Twitter, un social network che veniva ampiamente utilizzato per parlare di politica (e dai politici soprattutto). Quella che doveva essere una missione di salvaguardia del “free speech” si è rapidamente trasformata in un’operazione politica, quando lo stesso Musk ha iniziato a schierarsi massicciamente con i repubblicani ed a finanziare la campagna di Trump. D’altra parte, sono sorti social media di destra, sempre in risposta ad una presunta virata a sinistra dei classici outlet come Instagram e Facebook, come Truth, un simil-Twitter fondato dallo stesso Trump, o Rumble, una sorta di Facebook di destra. Tik Tok, un social popolarissimo tra i più giovani, è diventato negli Stati Uniti un bersaglio bipartisan contro la presunta influenza esercitata dalla Cina, paese di provenienza di Tik Tok.
D’altra parte, negli stessi social media si è intensificato lo scontro tra visioni diverse della politica statunitense. Sono sempre più le pagine, le chat, gli influencer che hanno fatto della “identiy politics” il loro motivo fondante. L’importanza della lotta per l’egemonia si può rintracciare nel proliferare di progetti identitari, come Turning Point USA, un’organizzazione conservatrice molto influente, nata per contrastare l’influenza della sinistra nei campus universitari, e che è diventata presto uno dei principali centri della macchina culturale di destra. E pure nel retroterra del podcasting e dello streaming, a dispetto della loro natura neutrale, molti si sono fatti portatori di istanze politiche. Pensiamo a Adin Ross, il celebre streamer statunitense che ha fatto la diretta con Trump sul Cybertruck tinteggiato con la celebre foto post-attentato in Pennsylvania. Non è un caso infatti che Trump abbia passato buona parte della campagna elettorale a fare ospitate a podcast molto famosi soprattutto al pubblico giovanile maschile (l’ultima da Joe Rogan). Harris si è concentrata meno sul mondo podcasting, puntando più sulla collaborazione con personalità ed influencer progressiste. Un tentativo di raggiungere il pubblico più giovane e tendenzialmente democratico, soprattutto in virtù dell’opera di convincimento di una base, quella dei giovani, che si è scontrata spesso con l’amministrazione Biden-Harris sulla questione palestinese. In tal senso, Harris ed il suo vice Walz hanno puntato molto sulla “memeficazione”, sull’onda dei tormentoni come la Brat summer inaugurata da Charli XCX.
Linee di faglia
In questa elezione che pare secondo gli analisti la più incerta di sempre, le culture wars hanno delimitato il terreno di scontro. Oggi, nel tentativo di prevedere come finiranno le elezioni statunitensi, si parla molto di “gruppi elettorali” e “swing states”. Per vincere il consenso ci si muove su campi che intrecciano intere comunità accomunate da un patrimonio valoriale, come le black communities, vicine ai democratici, o le rural areas menzionate in precedenza, bastione dei repubblicani. Ma all’interno di queste comunità stesse esistono linee di faglia su cui si articola lo scontro: all’interno delle comunità afroamericane, il consenso degli uomini è in discesa nei confronti di Harris rispetto a Biden. Diverse analisi hanno sottolineato quanto il posizionamento ideologico tra uomini e donne stia divergendo, con una fetta importante di giovani maschi che sta diventando via via più conservatore, a fronte invece delle donne che sono sempre più vicine a posizioni progressiste. La strategia di Trump di associarsi al giro dei Bro Podcast rientra in quest’ottica: la figura di Trump piace ad un elettorato crescente di giovani maschi, ispirati dall’archetipo di businessman e uomo deciso che rappresenta. Dall’altra parte, la campagna di Harris ha insistito molto sui pericoli che Trump rappresenta per le donne, in particolare le posizioni sull’aborto.
Che cosa ha originato questa divergenza ideologica che oggi allontana non solo progressives e conservatives, ma anche uomini e donne? Sul finire degli anni ’90, la guerra culturale generata dalla controcultura degli anni ’60 aveva portato, nonostante le discriminazioni ancora esistenti, un livello di accettazione da parte della maggior parte della popolazione americana verso istanze progressiste, come il rispetto della comunità LGBT, le questioni di genere ed il riconoscimento del razzismo sistemico. La nuova miccia è stata quelle che i conservatori hanno definito “woke (svegliato) culture”, un termine ad uso dispregiativo e con una definizione poco chiara. Da temi come l’aborto, il controllo delle armi, il matrimonio gay, il focus si è spostato su nuovi temi come la Critical Race Theory, i diritti delle persone trasngender e i programmi di inclusione nelle scuole, accompagnate da un ritorno a toni incendiari sull’immigrazione, un tema che ha segnato profondamente queste elezioni.

La woke culture è diventata negli Stati Uniti sinonimo di un decadimento culturale della Nazione per buona parte del pensiero conservatore, una minaccia alla Soul of America. Oltre ad un intensificarsi massiccio delle discussioni su questi temi sui media, in tutto il Paese si sono moltiplicati i disegni di legge collegati. Soprattutto dal punto di vista dell’educazione, gli Stati americani a guida conservatrice hanno profuso una quantità mai vista prima. Secondo l’Human Rights Campaign, solo nel 2023 sono stati proposti oltre 220 disegni di legge mirati specificamente a persone transgender e non binarie, molti dei quali limitano l’accesso al gender affirming care per giovani transgender, l’uso dei bagni pubblici e altro ancora. Inoltre, 16 stati americani hanno approvato o implementato politiche che limitano lezioni o programmi relativi alla razza, secondo l’African American Policy Forum, e numerosi altri stati stanno valutando restrizioni simili. Campione di questa culture war sull’educazione è il governatore della Florida Ron DeSantis, che sulla lotta alla culture war ha impostato il suo registro politico, con cui poi ha cercato, senza riuscirci, di guadagnare la nomination repubblicana per le elezioni presidenziali. Lo scontro sull’educazione è uno dei temi centrali della lotta per l’anima dell’America, e ha visto i genitori ritagliarsi un ruolo sempre più centrale sulla direzione dei programmi scolastici: iniziative come moms for liberty, un gruppo di mamme conservatrici, hanno cercato di far eleggere il numero maggiore di candidati possibili alle school board elections (le elezioni per i rappresentanti nei comitati delle scuole primarie) per contrastare l’ideologia woke nelle scuole.
Le elezioni americane della culture war
A decidere le elezioni saranno come sempre i temi che interessano ed impattano maggiormente gli elettori. In questo caso, come sempre, l’economia. Nonostante gli Stati Uniti stiano godendo di un momento economico favorevole, la maggioranza degli americani, se gli venisse fatta la celeberrima domanda di reaganiana memoria “are you better off than 4 years ago?” (stai meglio di 4 anni fa?), risponderebbero negativamente. L’inflazione e il conseguente aumento dei prezzi è ancora il tema centrale delle elezioni, che non giova alla candidata Harris che nell’amministrazione uscente è vicepresidente. Questo è anche il motivo per il quale gli elettori indipendenti, quelli che scelgono di elezione in elezione chi votare, sono ancora decisivi. Per questo motivo le rispettive campagne cercano costantemente di associare gli slogan canonici del proprio programma, rivolti soprattutto a mobilitare la base, a messaggi più rassicuranti e moderati.
Quello che è cambiato nelle ultime elezioni è tuttavia il ruolo centrale delle culture wars. Il culmine di questa lotta tra visioni di America si è consumato con l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: la maggioranza dei repubblicani non crede che le elezioni siano state corrette, ed imputa la colpa ad un sistema politico reputato ormai corrotto. La fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici, in un clima di violenza politica che non ha precedenti nella storia statunitense, e che pone come tema centrale la sopravvivenza stessa della democrazia. Quello della battaglia per l’anima dell’America, associate ad espressioni come cultura woke o politicamente corretto, è un leitmotiv che ha iniziato a popolare sempre più spesso i discorsi dei politici e le dichiarazioni degli elettori. A decidere le elezioni sarà quindi un connubio ormai piuttosto naturale tra preoccupazioni di policy legate all’economia e alla politica estera, ed un impianto culturale radicato e inscalfibile. Alcune volte questi mondi si incontrano, come in Economia, dove sia Biden che Trump hanno foraggiato un nazionalismo economico, sebbene con visioni diverse sui rapporti commerciali esteri. Su altri fronti, come l’educazione e le politiche di genere, lo scontro è aperto. Queste linee di faglia sono anche il risultato dell’intensificarsi di fratture che già esistevano, come quella tra campagna e città, e che sono aumentate con gli shock economici.
Hillbilly Elegy, il libro che ha reso celebre il candidato repubblicano alla vicepresidenza JD Vance, parlava proprio dell’abbandono di queste comunità rurali, depresse e senza possibilità di avere un futuro. In Made in USA – Una fabbrica in Ohio, si vedono la conseguenza della crisi economica in una contea dell’Ohio, dove una fabbrica cinese impiantata nello Stato è diventata il simbolo dello scontro culturale tra globalizzazione e sogno americano. In molte di queste comunità, tendenzialmente rurali, Trump ha fatto leva sul senso di umiliazione di una fetta consistente della classe lavoratrice bianca, insistendo sull’alterità rispetto ai centri urbani “lontani” dall’americano medio. I democratici hanno cercato di ricucire questo strappo attraverso un riavvicinamento inedito ai sindacati da parte del Presidente Biden.
Le culture wars sono sempre esistite; da quando il partito repubblicano ed il partito democratico rappresentavano, a parti inverse rispetto ad oggi, l’elettorale industriale e “moderno” del nord e quello rurale e conservatore del sud. La differenza è che oggi vede la battaglia portata dal pubblico al privato, in una competizione che, al di là della lotta per accaparrarsi i voti di gruppi demografici come i latinos, o gruppi sociali come la working class, si basa sulla definizione stessa dell’idea di America oltre le policy, e tocca ogni piano della vita degli elettori. In questo contesto, rimanere politicamente neutrali è ormai difficile, perché ogni policy attraversa un segmento di elettorato, e la capacità di ingaggiare le masse è diventata una prerogativa delle campagne presidenziali. I tempi dei confronti pacati alla Al Gore vs Bush sono un lontano ricordo di un Paese fratturato tra gruppi che non si parlano più e non si fidano degli altri.

America at stake – L’idea di America in bilico
L
L
L
Un tempo l’idea unificatrice degli Stati Uniti poteva essere riassunta nell’american dream, e nell’eccezionalismo americano che vedeva gli USA come simbolo di democrazia in tutto il mondo. Un Paese con una storia recente, nato come primo esperimento di governo democratico della Storia; costruito sull’idea di essere un popolo eletto da Dio e contemporaneamente un posto fondato sulla tutela delle libertà individuali e dell’individualismo economico. Comunità cristiana ma anche “land of the free”, gli Stati Uniti sono un Paese sorto sulle contraddizioni tra aspirazioni egualitarie e principi religiosi, che l’hanno reso il Paese dove possono convivere contemporaneamente congregazioni evangeliche e metropoli finanziarie.
Questa unione tra conservatorismo cristiano e repubblicanesimo laico, alla base della società americana, è oggi spaccata tra i promotori di un ritorno al passato (La comunità trumpiana del Make America Great Again) e i gli ottimisti del futuro (A New Way Forward della campagna di Kamala Harris). Ma è anche una battaglia identitaria tra un Presidente uomo e bianco, simbolo della tradizione, e della candidata che aspira ad essere non solo la prima donna Presidente della storia statunitense, ma anche la prima donna afroamericana e asiatico-americana, rappresentante dell’idea multiculturale degli Stati Uniti del futuro. Questa elezione potrebbe non decidere soltanto chi governerà il Paese nei prossimi 4 anni, ma anche l’idea stessa di America, e con essa le conseguenze sulla tenuta del tessuto sociale statunitense.





