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“Anche da noi in Olanda c’è chi vuole i Coronabonds”

Tempo di lettura stimato: 4 min.

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L’ultimo accordo dell’Eurogruppo lascia tanti dubbi, ma una certezza: la prosecuzione dello scontro fra i Paesi del Nord Europa, tra cui l’Olanda e i mediterranei sul tema coronabonds. Capitani delle due squadre si confermano essere per i Paesi “pro-solidarietà” l’Italia e l’Olanda per il “team” rigorista. Per capire meglio cosa stia succedendo dall’altra parte della barricata Oripo ha intervistato Anton Hemerijck, professore olandese di Scienze Politiche e Sociali presso l’European University Institute.

Professore, innanzitutto come giudica l’accordo raggiunto dall’Eurogruppo?

Mi sembra un compromesso che non risolve, ma rimanda la vera battaglia europea fra Paesi pro e anti austerity: quella che si combatterà sui coronabonds.

A questo proposito, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha detto che gli Eurobonds “sono ora sul tavolo”. Anche lei ha questa impressione?

Non proprio: credo che la realtà sia che in questo momento i coronabonds sono stati esclusi dalla trattativa. In ogni caso non è detto che questa situazione si protrarrà in eterno. Di fronte a questa crisi tutto è provvisorio e credo ci siano buone probabilità che questa proposta tornerà presto in auge, come io stesso d’altronde mi auguro.

Eppure il suo Paese, l’Olanda, sembra essere il più ostile su questo fronte. 

Il problema nei Paesi Bassi è un Ministero delle Finanze che in questi anni ha acquisito troppo potere ed è rimasto ancorato a idee troppo pro austerity, nonostante ormai risultino quasi ridicole vista la situazione attuale. 

Tutta colpa di un Ministero troppo rigorista quindi?

Sicuramente è uno degli ostacoli più significativi alla flessibilità di cui l’Europa ha oggi bisogno. Questa inadeguatezza è stata percepita anche nel nostro Paese, dove gli iniziali fallimenti dei negoziati dell’Eurogruppo sono stati visti come una figuraccia diplomatica.

Anche il vostro Parlamento ha votato per dare chiare indicazioni contro i coronabonds al vostro governo in Europa. Quanto hanno influito i vostri sovranisti in questa scelta?

Non credo in maniera decisiva; questo perché il nostro sistema è un proporzionale che permette sempre di convergere su posizioni più centriste e in questo caso di centro-destra, visti i partiti da cui è composto l’esecutivo. Vorrei comunque che fosse chiaro come anche nello stesso governo non tutti i partiti condividano un’impostazione così massimalista: la D66, partito liberale di centro sinistra, e i cristiano democratici si sono più volti espressi in favore di posizioni molto più ragionevoli su questi temi.

In molti dicono che in realtà i Paesi Bassi non siano isolati in questa posizione oltranzista e che abbiano giocato al poliziotto buono e al poliziotto cattivo con la Germania. 

Sicuramente su alcune posizioni c’è stata convergenza fra l’Olanda e altri Paesi nordeuropei, ma escludo che la Germania sia in questo momento rigida come i Paesi Bassi principalmente per due motivi: la cancelliera tedesca Angela Merkel ha parlato di “solidarietà” e non lo fa molto spesso; inoltre il Ministro delle Finanze tedesco non è più il falco rigorista Wolfgang Schäuble, ma il socialdemocratico Olaf Scholz, figura sicuramente più accomodante. In generale vorrei che fosse chiaro come l’opinione pubblica sia in Germania che in Olanda sia sempre più favorevole a una maggiore solidarietà europea. 

Un ammorbidimento che però, a livello istituzionale, il vostro Paese non sembra aver conosciuto.

Purtroppo ancora no. Bisogna comunque ricordare che in fatto di cambiamento economico non è la prima volta che i Paesi Bassi si mostrano fra i più conservatori: nel 1936 furono gli ultimi ad abbandonare il Gold Standard. Tornando ai giorni nostri, in questi anni non sono stati solo i tedeschi a cambiare e a flessibilizzarsi: lo stesso Mario Draghi prima delle crisi dell’Eurozona credo mai avrebbe immaginato di pronunciare il famoso “whatever it takes”.

Flessibilità o no, nel frattempo l’Unione Europea continua a dimostrare tutte le sue difficoltà di azione in questa emergenza. Non sarebbe forse meglio rafforzare di più il potere del Parlamento Europeo, viste le continue tensioni nell’Eurogruppo?

In realtà il potere del Parlamento Europeo è già stato rafforzato da diversi trattati e se oggi abbiamo il piano di cassa integrazione europea, il famoso Sure, lo dobbiamo proprio all’intervento di questa istituzione. Ad ogni modo è difficile oggi immaginare più potere al Parlamento Europeo perché ogni Stato è geloso della sua autonomia e chi è responsabile di fronte ai parlamenti nazionali sono i membri dell’esecutivo, non i parlamentari europei.

Dobbiamo dunque rassegnarci a queste liti intestine?

Spero che prima o poi tutti i Paesi si rendano conto che per crescere è indispensabile mettere da parte ragionamenti egoistici; la Germania e i Paesi Bassi sanno bene che senza i loro alleati in Europa le loro esportazioni crollerebbero.

Più collaborazione e meno competizione quindi?

Certo. Non si può pensare di iniziare una gara di nuoto senza che tutti possano nuotare.

 

Giunio Panarelli
Nato a Bologna, ma cresciuto salentino, frequento il corso di laurea magistrale in Politics and Policy Analysis in Bocconi. Da febbraio 2020 sono caporedattore di Oripo quindi se vi piace quello che leggete è merito mio se non vi piace è colpa degli autori. Nel 2018 è uscito per Edizioni Montag il mio primo libro "La notte degli indicibili". Un chiaro segno della crisi dell’editoria italiana.

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