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Tutti i sospetti sul Coronavirus in Russia

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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La pandemia da Coronavirus si è sviluppata come un’altalena geopolitica. Dapprima esplosa in Cina, si è poi concentrata in Europa, e alla fine si è diffusa capillarmente anche negli Stati Uniti. Il cuore del virus ha saltellato da un continente all’altro: quando pensavamo che dopo la Cina dovesse essere l’Europa a pagare il prezzo più salato, ecco che si è infilata violentemente negli Usa, ad oggi il Paese più colpito del mondo. Ma nelle ultime settimane sta emergendo un’altra vittima illustre: la Russia.

I dubbi sull’entità della pandemia

In Russia, almeno all’inizio dello scoppio della pandemia in Europa, si registravano pochissimi casi, meno che in Liechtenstein. Il sospetto che, proprio come la Cina, stesse manipolando i dati reali, cresceva ogni giorno di più. Come faceva un Paese enorme e strettamente interconnesso con il resto del pianeta, a rimanere immune di fronte alla pandemia?

Sembrava che tutto si fosse risolto con l’immediata chiusura delle frontiere con la Cina. Tuttavia, Il 30 marzo è stato dichiarato il lockdown a Mosca, nonostante i numeri ancora relativamente bassi. Le autorità hanno negato più volte l’ipotesi di un lockdown sul modello europeo e cinese, e le restrizioni sono state introdotte solo gradualmente e parzialmente e presentate come opzionali. Gli unici costretti alla quarantena rigida, con tanto di rischio di pene detentive fino a 5 anni e monitoraggio con il riconoscimento facciale, sono stati i cittadini giunti dall’Europa e altri Paesi a rischio. I cinema e i teatri sono stati chiusi il 24 marzo, i ristoranti e i negozi sono stati soggetti a divieti parziali come l’utilizzo dei narghilè. Nello stesso tempo, il governo ha allestito reparti e ospedali dedicati ai contagiati di Covid-19 e alle quarantene di chi rientrava dall’Europa. Si trattava comunque di misure precauzionali: il 26 marzo un portavoce del Cremlino affermava che in Russia non c’era nessuna epidemia.  Soltanto a metà marzo Tatyana Golikova, a capo della task force nominata da Putin per il Coronavirus, aveva assicurato al governo che la Russia aveva tutte le attrezzature per affrontare l’epidemia, che non c’era «nessuna ragione per allarmarsi». 

L’arrivo della pandemia in Russia

La quiete prima della tempesta: nel giro di poche settimane, i casi in Russia sono aumentati vertiginosamente, con migliaia nuovi ogni giorno. Il Moscow Times ha elaborato una sorta di bollettino quotidiano che ogni giorno riporta il numero esatto di nuovi contagiati e le dichiarazioni delle autorità pubbliche. Secondo l’ultimo aggiornamento, oggi in Russia si contano 330mila casi e più di 3mila morti di Coronavirus – comunque pochi decessi rispetto al contagio totale – dato che la rende il secondo Paese più colpito al mondo dopo gli Stati Uniti.  «Obiettivamente non avevamo prestato abbastanza attenzione a come dovevano essere preparati i servizi per gestire una malattia infettiva» ha ammesso la stessa Golikova in un’intervista andata in onda domenica 12 aprile. 

Il sospetto sulla manipolazione dei dati

Come la situazione sia precipitata in Russia è ancora oggetto di dibattito. Una delle critiche principali che vengono fatte al Cremlino è di aver manipolato i dati reali del contagio per non allarmare la popolazione. A Mosca molti casi di infezione polmonare non sono stati associati subito al Coronavirus. Anastasia Vasilieva, che è a capo di un sindacato indipendente di dottori, ha accusato il governo di aver deliberatamente classificato le morti per Coronavirus come normali polmoniti. Vasilieva è stata poi arrestata. Ad inizio aprile è emersa una lettera firmata dal capo del dipartimento della Sanità di Mosca Aleksei Khripun, che ha ammesso che i test sono stati compromessi da un alto numero di risultati falsi e che le cifre reali sui contagi erano molto più alte. La sensazione era che le autorità russe fossero maggiormente preoccupate dalla diffusione di notizie, più che dalla crisi in sé.

Lo strano caso dei pochi decessi

Un aspetto interessante è il bassissimo numero di morti rispetto al numero di infezioni totali: il rapporto attuale è 13 persone morte su 1 milione, lo 0,9%, come riporta il The Moscow Times. «Non tutti i decessi di quelli con coronavirus saranno elencati come decessi per coronavirus» , ha affermato Sergei Timonin, vicedirettore dell’International Laboratory for Population and Health dell’Università di Mosca. «Se qualcuno muore di infarto, e prima aveva contratto il Covid-19, viene classificato come morto per infarto». A differenza dei sistemi di valutazione europei, come quelli di Italia, Germania e Belgio, le morti di pazienti con Covid-19 vengono attribuiti alla causa organica, e non al Coronavirus stesso. Questo spiega come, a fronte di migliaia di nuovi casi di morti da  polmonite – la complicazione diretta della maggior parte delle infezioni di Covid-19 –  la percentuale dei decessi causati dal Coronavirus sia stata relativamente bassa. Come riporta il New York Times, questo spiega perché, in una città come Mosca, i casi di Coronavirus ufficializzati dall’amministrazione della capitale siano il triplo rispetto a quelli riportati dalle statistiche del Cremlino.

Lunedì 18 maggio il premier Mikhail Mishustin ha affermato che la crescita dei casi in Russia è stata fermata. Il 12 maggio Mosca e San Pietroburgo hanno disposto l’obbligo di indossare  mascherina e guanti e di evitare gli assembramenti, e hanno prolungato il lockdown fino al 31 maggio, mentre diverse regioni Russe hanno annunciato di voler iniziare ad allentare le misure di sicurezza. Quella che si è prodotta in Russia è stata una gestione pragmatica, non universale, applicata caso per caso. Un decentramento delle responsabilità inaspettato da uno Stato come la Russia, che ha sempre puntato sulla centralità del Cremlino. La popolazione si è trovata confusa e disorientata di fronte ad una gestione poco chiara, e a continui messaggi ambigui e spesso contrastanti da parte delle autorità. 

Putin esce di scena

Ciò che ha colpito della gestione russa della pandemia è stato il ruolo assunto da Putin. Dopo un iniziale richiamo alla tranquillità, il leader russo è stato costretto a dichiarare a metà aprile: «Abbiamo molti problemi. Non c’è niente di cui vantarsi, e non dobbiamo abbassare la guardia, perché in generale, come dicono voi e i vostri specialisti, non abbiamo ancora superato l’apice dell’epidemia». Ma il fatto che suscita perplessità è il ruolo di intervento indiretto assunto durante l’emergenza. Putin ha lasciato ai governatori regionali e locali il compito di gestire l’epidemia, defilandosi gradualmente. La regia è passata dapprima al Premier Michail Mišustin, che ha contratto il Covid-19 a metà aprile ed è stato costretto all’auto-isolamento. La guida è passata quindi nelle mani del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin. Il richiamo alla calma è stato rapidamente rimpiazzato da un richiamo alla responsabilità. Lo stesso sindaco ha ipotizzato, quando i casi hanno toccato quota 200mila, che i numeri fossero molto più allarmanti, intorno alle 300mila unità, e ha esteso il lockdown della città fino a fine maggio, contrariamente alle direttive del Cremlino.

La ricaduta sul consenso di Putin non si è fatta attendere. I governatori hanno acquisito rapidamente consenso grazie all’effetto rally around the flag, che porta i popoli a stringersi attorno al proprio leader di fronte ad un momento di crisi. L’Istituto Levada, un istituto statistico indipendente Russo, ha stimato che la popolarità di Putin si aggira intorno al 59%, uno dei punti più bassi toccati finora. Da noi sarebbe considerata una percentuale quasi plebiscitaria, ma in Russia getta ombre pesanti sulla figura di Putin. Il consenso del leader del Cremlino, da quando aveva succeduto Boris Yeltsin alla guida della Federazione Russa, si era sempre mantenuto su vette elevatissime. Putin aveva saputo incarnare il sentimento di riscatto di un’intera nazione dopo il crollo dell’Urss, ed il suo operato non aveva subito alcun intralcio di rilievo.

Non si può affermare con certezza che ci siano segnali di un reale indebolimento del suo potere, ma sicuramente si innestano in un quadro generale più preoccupante per la Russia. Il Paese non gode di un’economia forte come quella delle maggiori superpotenze, e la dipendenza dalla Cina e dal petrolio è ancora elevata. Dopo la crisi mondiale del prezzo del greggio, i Paesi dell’Opec (organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio)  hanno cercato fin da subito di tagliare i prezzi per compensare le perdite. Ma la Russia, la cui valuta nazionale, il rublo, dipende fortemente dal prezzo del petrolio, si è subito opposta. L’Opec è stata quindi costretta a tagliare la produzione, facendo comunque crollare il prezzo. Il rublo si è così svalutato del 25%. Questa svalutazione, assieme al lockdown generalizzato in tutte le regioni Russe, ha messo in grave difficoltà l’economia dell’ex Unione Sovietica.

Il futuro della Russia

Probabilmente Putin ha scelto di farsi da parte per non rischiare di essere associato direttamente alla crisi economico-sanitaria. Per la prima volta nella storia recente, il mito dell’invincibilità della Russia e dello stesso Putin ha vacillato di fronte alla dura realtà dei fatti. Il 22 aprile si sarebbe dovuto tenere il referendum sugli emendamenti costituzionali che avrebbero dato al leader del Cremlino la possibilità di estendere i mandati presidenziali fino al 2036. Il referendum – dall’esito scontato – è stato rimandato a causa della pandemia. Lo stesso Putin, in diretta televisiva nazionale, aveva affermato: «ci tengo moltissimo, come sapete». Un consolidamento di potere che ora rischia di vacillare di fronte alla crisi, che vede il suo consenso calare come mai prima. Ci si chiede se ora la sua continuità sia davvero in pericolo. La Grande Russia rischia di veder compromesse le proprie mire geopolitiche, ed il sistema interno trema. Il suo futuro non è mai stato così in bilico: la Russia, con la gestione della pandemia, si gioca il proprio posto nel mondo.

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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