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Tre anni di guerra in Ucraina: com’è cambiato il conflitto, com’è cambiata l’Europa

Tre anni di guerra in Ucraina

24 febbraio 2022, ore 5.07 del mattino. I carri armati della Federazione Russa lanciavano la prima offensiva, scatenando la guerra in Ucraina su larga scala. Iniziata con l’occupazione della Crimea nel 2014, e continuata carsicamente nelle regioni del Donbass, la guerra si trasformava: diventava aperta, diretta, totalizzante. A distanza di tre anni, la guerra continua ad imperversare sul suolo ucraino, ma nel frattempo è cambiata l’Europa, ed è cambiato il mondo. 

Tre anni di guerra in Ucraina

L’obiettivo iniziale dell’operazione russa sembrava chiaro: una rapida avanzata per occupare Kiev, prendere il controllo di ampie porzioni del territorio ucraino, ed instaurare un governo amico. Tuttavia, l’esercito ucraino, grazie a una combinazione di determinazione e sostegno militare occidentale, riuscì a respingere le forze russe prima che potessero raggiungere la capitale. Successivamente, l’Ucraina lanciò una serie di controffensive che permisero di riconquistare territori a nord, a est e a sud. 

La guerra “lampo” si trasformava in guerra di logoramento. Nel 2023, le nuove offensive ucraine si scontrarono con forti resistenze russe e una crescente scarsità  di equipaggiamento, causata anche dalla riluttanza dei partner occidentali, che pur supportando l’Ucraina per evitare che soccombesse, imponevano però numerosi freni e “linee rosse” per non rischiare un’escalation del conflitto con Mosca. Con un esercito di circa 900.000 effettivi contro gli 1,3 milioni della Russia, l’Ucraina ha dovuto affrontare serie difficoltà nel mantenere il ritmo del reclutamento e nell’assicurarsi il continuo afflusso di aiuti militari occidentali e continuare lo sforzo bellico. 

Nel corso del 2024, la Russia ha mostrato una maggiore capacità di avanzamento, pur con risultati territoriali limitati. Le forze russe controllano ora circa il 18% dell’Ucraina, avendo conquistato 1.500 miglia quadrate nel corso dell’anno, sebbene si tratti di un’espansione modesta rispetto all’enorme sforzo profuso. Tuttavia, nonostante la superiorità numerica e la conversione dell’economia russa a uno stato di guerra permanente, l’avanzata di Mosca è stata tutt’altro che decisiva. Un episodio significativo è stato il fallimento del tentativo russo di riconquistare una parte della regione di Kursk, occupata temporaneamente dalle forze ucraine nell’agosto 2024.

Le perdite umane e materiali sono state devastanti per entrambi gli schieramenti. Secondo alcune stime, la Russia ha subito circa 172.000 morti e oltre 611.000 feriti, molti dei quali con lesioni gravi. Inoltre, ha perso circa 14.000 tra carri armati e veicoli corazzati, una cifra che riflette il costo esorbitante della guerra in termini di risorse. Anche l’Ucraina ha subito perdite significative, sebbene stime indipendenti suggeriscano che il bilancio sia meno pesante rispetto a quello russo, ammontando a circa 100.000 morti e 400.000 feriti.

Anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica ucraina nei confronti della guerra sta evolvendo. Mentre all’inizio del conflitto la resistenza totale era l’unica opzione contemplata, recenti sondaggi mostrano che una parte crescente della popolazione è favorevole all’apertura di negoziati, sebbene le concessioni territoriali restino un tabù per molti. Questo scenario pone nuove sfide per Zelensky, che verso la fine del 2024 ha mostrato segnali di maggiore flessibilità, suggerendo che il recupero dei territori ucraini potrebbe avvenire anche attraverso mezzi diplomatici, purché l’Ucraina ottenga garanzie di sicurezza concrete, come l’adesione alla NATO o una forza di interposizione “boots on the ground” guidata da soldati europei.

Come è cambiata l’Unione Europea in tre anni

Già a distanza di un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, si intravedeva come il conflitto avesse spinto l’Unione Europea a ripensare drasticamente la propria sicurezza. L’invasione russa era arrivata come un terremoto politico per un continente convinto che le guerre in Europa appartenessero al passato. Poco dopo il 24 febbraio, Unione e Stati Membri avevano approvato lo Strategic Compass, una strategia ambiziosa che prevedeva, tra le altre cose, anche la formazione di un primo nucleo di esercito europeo. La maggior parte degli Stati Membri avevano annunciato nuovi obiettivi di spesa per la difesa, a partire dallo Zeitenwende tedesco – il discorso con cui l’allora Cancelliere Scholz prometteva 100 miliardi di spese militari per la Germania. L’Alleanza Atlantica si era allargata a Svezia e Finlandia. L’Unione Europea aveva dimostrato un’unità politica con pochi precedenti nel condannare l’invasione russa e nel rispondere con sanzioni verso il Cremlino, e sostegno all’Ucraina – politico, economico, e militare.  

A distanza di tre anni, il riconoscimento della necessità di sicurezza europea non ha fatto che aumentare, così come il sostegno allo sforzo bellico dell’Ucraina. È stato di recente approvato un nuovo pacchetto di sanzioni verso la Russia, il sedicesimo, e si è raggiunta la cifra di 132 miliardi di euro di aiuti all’Ucraina da parte dell’Europa, a fronte dei circa 114 miliardi statunitensi. Sempre più Stati Membri hanno raggiunto – e superato – gli obiettivi NATO di spesa militare al 2% del PIL. Alcuni Stati Membri si sono spinti a valutare l’idea di invio di truppe europee sul suolo ucraino, su proposta francese. 

Difesa e sicurezza europea hanno scalato la lista delle priorità della nuova Commissione Von der Leyen, con la creazione di un nuovo Direttorato Generale per l’Industria della Difesa e lo Spazio (DG DEFIS), ed un Commissario – il lituano Andrius Kubilius – responsabile per esso. La strategia europea consiste nello sfruttare le materie in cui i Trattati conferiscono all’Unione competenze esclusive – il mercato unico – per coordinare spesa e produzione tra gli Stati Membri, e dare vita ad un’industria europea della difesa. In parallelo, a Bruxelles è sorto un dibattito su come finanziare le crescenti spese militari, con proponenti di nuovo debito comune sul modello del Recovery Fund, ed altri che supportano la sospensione del Patto di Stabilità per la difesa, inclusa la stessa Presidente Von der Leyen. 

Tuttavia, nonostante la rinnovata attenzione alla difesa europea, molti dei risultati concreti della nuova spinta “securitaria” in Europa stentano a materializzarsi. Gli Stati Membri rimangono divisi sulle risposte concrete per una difesa comune europea, incluso su come migliorare l’interoperabilità e rendere la spesa militare più efficiente. L’annunciato riarmo tedesco sembra essere sfumato, così come l’iniziale unità degli Stati Membri nel supporto all’Ucraina. A febbraio 2024, un pacchetto di aiuti da 50 miliardi ha rischiato di non essere approvato per via del veto ungherese. A questo si aggiunge un’altra differenza: dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, a gennaio 2025, sembra essere venuto meno anche il sostegno americano.

Gli Stati Uniti e i nuovi scenari all’alba del terzo anno di guerra in Ucraina

Pochi elementi hanno capovolto lo scenario strategico della guerra in Ucraina come il cambio di presidenza degli Stati Uniti. Se sotto la Presidenza Biden Washington era rimasto un partner costante nel fornire aiuti militari e supporto diplomatico, Trump ha impresso un cambio di rotta radicale sul sostegno all’Ucraina e, più per esteso, sulla relazione con l’Europa. Già durante la campagna elettorale il neo eletto Presidente prometteva che avrebbe messo fine alla guerra “in un giorno”. In diversi, in Europa, temevano che ciò avrebbe significato aprire alle richieste della Russia, mettendo l’Ucraina in una posizione di svantaggio

A poche settimane dall’insediamento, i timori si sono rivelati fondati. L’amministrazione Trump ha attaccato l’Europa su più fronti: prima, con il discorso del Vicepresidente JD Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, in cui sosteneva che il vero pericolo per la sicurezza in Europa fossero le “minacce interne”, come l’immigrazione e i “limiti alla libertà di parola” (ossia le tutele europee contro la disinformazione e l’odio online).  

Poi, è arrivata la notizia dell’esclusione dell’Europa  – Bruxelles e Kiev – dai colloqui in Arabia Saudita tra Washington e Mosca, in cui le delegazioni iniziano ad immaginare soluzioni per la fine della guerra in Ucraina – senza gli ucraini. In parallelo, gli Stati Uniti bollavano come “irrealistiche” le ambizioni di Kiev di entrare nella NATO, così come il ritorno ai confini precedenti all’invasione russa. 

Infine, il Presidente statunitense ha attaccato frontalmente il Presidente ucraino Zelensky, definito un “dittatore”, e diffuso fake news sull’origine della guerra, sostenendo che fossero stati gli ucraini ad iniziare il conflitto, che gli Stati Uniti avessero contribuito 200 miliardi in più degli europei, e che Zelensky non godesse del supporto della popolazione (dai sondaggi il Presidente ucraino ha un’approvazione del 57% – maggiore di quella di Trump). 

Quali scenari si aprono ora. Dopo l’annuncio dei colloqui a Riyadh, a cui l’Europa non era invitata, il Presidente francese Macron ha convocato un summit di emergenza a Parigi con un numero ristretto di Stati Membri, ed il Regno Unito. Tuttavia, il summit ha sottolineato le divisioni tra gli europei, incapaci di raggiungere un accordo sulle risposte concrete da dare e l’invio di truppe di peacekeeping. Nel frattempo, si discute di un accordo da 500 miliardi di dollari per dare agli Stati Uniti il controllo di risorse e terre rare in Ucraina. Questo permetterebbe di coinvolgere gli americani sul suolo ucraino per difendere i propri interessi economici, anche se la proposta rimane controversa, e bollata come coercizione economica. Marco Rubio, Segretario di Stato americano, ha annunciato che “ad un certo punto” gli europei saranno coinvolti, dal momento che hanno imposto pesanti sanzioni alla Russia che andranno rimosse. Zelensky ha annunciato di essere pronto a dimettersi in cambio dell’entrata dell’Ucraina nella NATO – una risposta politica alle pressioni americane per elezioni, dal momento che l’accesso alla NATO non è sul tavolo delle trattative. La Russia chiede maggiori garanzie di sicurezza, e non esclude l’interposizione di forze di peacekeeping dell’ONU – meglio se con un’alta percentuale di soldati provenienti dai BRICS.


I nuovi scenari delineano come la bilancia politica, spostata dagli Stati Uniti, stia andando tutta in favore della Russia. La questione è quanto i negoziati, data la situazione attuale, possano portare ad una pace duratura, e se spingere per una pace ingiusta sia preferibile a non avere affatto la pace.

Testo a cura di Augusto Tamponi e Andrea Montanari

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