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Non solo Ucraina: l’importanza dall’autodichiarata indipendenza della Transnistria

Tiraspol, Transnistria

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Lo stato fantasma nel cuore d’Europa si chiama Transnistria o, ufficialmente, Repubblica Moldava di Pridnestrovie: è un territorio collocato tra la riva destra del fiume Dnestr e l’Ucraina. Sebbene questa sottile linea di terra abbia una propria moneta, un proprio governo ed un proprio esercito, essa non compare su nessuna cartina. Questo perché la Transnistria è uno stato indipendente de facto ma ancora appartenente de iure alla Moldavia, il Paese dalla quale si è proclamata indipendente nel 1990. Le uniche ambasciate sul territorio sono quelle delle altrettanto autodichiarate nazioni indipendenti dell’Ossezia del Sud, dell’Abcasia e del Nagorno Karabakh. La Transnistria infatti, non è riconosciuta da nessun Paese membro dell’ONU; una peculiarità che ha fatto guadagnare alla regione l’appellativo di “buco nero d’Europa”. 

Una forte identità “nazionale”: la Transnistria e l’indipendenza dalla Moldavia

Il travagliato rapporto tra la Transnistria e la Moldavia trova la propria origine nella complessa ripartizione territoriale frutto del Patto Molotov-Ribbentrop del 1939: esso infatti determina il passaggio della Moldavia, facente allora parte della Romania, all’Unione Sovietica. Nel 1940 viene quindi fondata la “Repubblica socialista sovietica di Moldavia”, alla quale viene annessa la Transnistria. A crearsi, quindi, fu una regione i cui confini vennero tracciati ignorando le differenze etniche, culturali e linguistiche della popolazione.

Per questo motivo, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, nascono decine di movimenti nazionalisti moldavi, favorevoli ad un distacco dall’URSS e alla riunificazione con la Romania. Non solo: la situazione degenerò quando, a seguito delle riforme previste dalla Perestrojka di Gorbačëv, il russo e l’alfabeto cirillico furono sostituiti dall’alfabeto latino e dal moldavo. Questo provocò grandi proteste nella parte più orientale del Paese, la Transnistria appunto, a maggioranza russofona. Nel settembre 1990, il territorio ad est del fiume Dnestr organizzò quindi un referendum popolare il cui risultato schiacciante,  il 90% della popolazione a favore, rese chiara la volontà di indipendenza dalla Moldavia sovietica.

Dopo il crollo dell’URSS ed il successivo riconoscimento internazionale degli Stati nati dalle sue ceneri, nel 1992, scoppiò la guerra che vide contrapporsi la neonata Moldavia, sostenuta dalla Romania e la Transnistria, supportata a sua volta da russi e ucraini. Dopo mesi di conflitto, entrò in vigore un cessate il fuoco che si limitò a congelare la situazione. Fu quindi delineato un confine presidiato da una forza congiunta costituita da moldavi, russi e transnistriani, la Joint Control Commision, una struttura militare il cui compito è che garantire la sicurezza dell’area. Nasce così la, seppur fantasma, Repubblica Moldava di Pridnestrovie.

Le contraddizioni della Transnistria: tra Lenin e Sheriff   

Oggi, 30 anni dopo l’autoproclamata indipendenza, la Transnistria appare ricca di contrasti. A primo impatto, chi visita il Paese descrive l’esperienza come un tuffo nel passato. Infatti, i circa 500.000 abitanti sembrano ancora vivere dell’iconografia sovietica: nella piazza principale della capitale sventola la bandiera nazionale, sulla quale sono riportati i noti simboli della falce e del martello e, ad ogni angolo della regione, svettano ancora enormi statue di Lenin. Tuttavia, nonostante la considerevole presenza di simboli e monumenti sovietici, sembra non essere rimasto nulla della tradizionale organizzazione sociale comunista.

In realtà infatti, più della metà delle aziende registrate in Transnistria sono possedute dalla Sheriff, una holding che negli anni ha monopolizzato svariati settori: carburanti, medicina, telecomunicazioni, banche e mezzi d’informazione. La creazione di un impero economico è stata possibile anche grazie al coinvolgimento della Sheriff nella politica nazionale. Secondo diverse fonti infatti la holding trasnistriana, tra i cui dirigenti spicca Oleg Smirnov, figlio dell’ex presidente della Transnistria, beneficerebbe di un trattamento speciale. Essa infatti, grazie a diverse leggi ad personam promulgate dallo Stato in favore della società, godrebbe di agevolazioni nelle imposte e speciali autorizzazioni ad importare prodotti dall’estero. Non solo: la Transnistria, essendo un territorio non riconosciuto e non soggetto a controlli, sarebbe il luogo ideale per il proliferarsi di criminalità organizzata e contrabbando, soprattutto di armi.  

30 anni di indipendenza: i rapporti con Russia, Moldavia e Paesi Nato

Dopo tre decenni di indipendenza, i rapporti che la Repubblica di Pridnestrovie intrattiene con gli attori più influenti dell’area risultano complessi ed in continuo mutamento. Il forte legame della regione nei confronti della “madrepatria” russa, ha però sempre costituito una costante nella storia transnistriana. Dopo il fallimento del referendum del 2006 infatti, con il quale la regione chiedeva di essere annessa alla Federazione Russa, la Transnistria dichiarò nuovamente di volersi unire ad essa nel 2014.  Infatti, proprio in quell’anno, l’ingresso della Crimea come repubblica autonoma all’interno della Russia aveva riacceso le speranze dello Stato de facto. In realtà però negli ultimi anni, Mosca ha ridotto, seppur minimamente, la propria presenza sul territorio.

La Russia infatti ha dovuto fare i conti con la Presidente della Moldavia Maia Sandu, profondamente europeista, la quale da tempo si è espressa a favore dell’intensificazione dei negoziati sulla Repubblica di Pridnestrovie nel formato “5+2”. In questo modo  la Moldavia avrebbe l’opportunità di dialogare non solo con la Transnistria e la Russia ma anche con l’ OSCE, l’Ucraina e gli osservatori di Stati Uniti e UE, aprendosi così al tanto desiderato Occidente. In quest’ottica, nel Dicembre 2020, la Sandu ha richiesto il ritiro delle truppe russe dalla Transinistria, trovandosi de iure ancora sul territorio moldavo, proponendo la loro sostituzione con osservatori civili dell’OSCE. Mosca mantiene infatti non solo il già citato contingente di peacekeeping, ma controlla anche quello che viene descritto come il deposito di munizioni e armi più grande d’Europa, residuo bellico dell’Unione Sovietica. Il braccio destro di Putin, Dmitry Peskov, si è però immediatamente opposto al totale ritiro del contingente, sottolineando la cruciale e preziosa presenza russa sul territorio, senza la quale potrebbero nascere tensioni e contrasti tra le potenze.

Il Cremlino, quindi, si è sempre dimostrato prudente, mantenendo la propria presenza sul territorio transnistriano senza però mai procedere con un’ufficiale annessione dello stesso: si può parlare di “para-diplomazia”, termine che indica come le azioni russe siano volte a mantenere il conflitto in Transnistria congelato per meglio influenzare la regione.

Che ruolo ricopre la Transnistria nella crisi ucraina?

Lo scorso primo febbraio, il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha annunciato la preparazione di esercitazioni militari in Transnistria. Non solo: la sessione straordinaria di addestramento, che ha coinvolto circa 30000 soldati, ha coinvolto anche i territori della Bielorussia, oltre a quelli confinanti a nord con Polonia e Lituania. Secondo funzionari occidentali, le esercitazioni russe potrebbero aprire un possibile nuovo vettore per lanciare un attacco all’Ucraina. Infatti, come afferma Yuriy Klymenko, rappresentante speciale dell’Ucraina per l’insediamento della Transnistria: “Il Cremlino cerca di creare un ambiente di destabilizzazione e instabilità in tutta l’Ucraina. La regione della Transnistria ed il contingente russo schierato lì potrebbero diventare parte di questi sforzi”. Mosca sembra quindi approfittare della posizione strategica della Repubblica di Pridnestrovie che, secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), sarebbe una pedina fondamentale per interrompere l’accesso dell’Ucraina al Mar Nero.

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