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 Le midterm arrivano al voto: il Congresso e il futuro del secondo mandato di Trump

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Martedì 3 novembre 2026 si terranno le elezioni di midterm negli Stati Uniti. In un clima generale di attesa per il risultato di questo importante appuntamento elettorale, Orizzonti Politici prova a rispondere ad alcune domande: per cosa votano esattamente i cittadini americani il 3 novembre? Come funzionano le elezioni di midterm? Quali sono i temi caldi sui quali si gioca la partita? Quali sono i possibili esiti elettorali e le relative implicazioni?

Elezioni di midterm: per cosa votano gli americani il 3 novembre?

Le elezioni di midterm si svolgono negli Stati Uniti ogni quattro anni, il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. In questa occasione, i cittadini americani sono chiamati a rinnovare i seggi dell’organo legislativo federale: il Congresso. In particolare, vengono eletti i 435 deputati della Camera dei rappresentanti (che viene quindi rinnovata per intero), insieme a circa un terzo dei membri del Senato (quest’anno, 35 senatori su 100).

Lo stesso giorno, in alcuni Stati federati, si tengono le elezioni per la carica di governatore, ovvero il capo del potere esecutivo a livello locale. In questa tornata elettorale, verranno rinnovati 39 dei 50 governatori statali.

Un voto per il Congresso o per il presidente?

Nonostante le elezioni di midterm riguardino principalmente la ridefinizione degli equilibri politici all’interno del Congresso, nel dibattito pubblico si discute spesso anche delle ricadute di questo evento sul potere del presidente. Lo stesso termine utilizzato per descrivere le elezioni (“midterm”, in italiano: “metà mandato”) richiama proprio il mandato presidenziale, suggerendo lo stretto legame che intercorre tra il voto per il rinnovo del Congresso e il presidente in carica.

In effetti, il risultato di queste elezioni – che si svolgono, dunque, a metà del mandato presidenziale, ovvero due anni dopo le elezioni presidenziali – incide significativamente sullo spazio di manovra del presidente, in quanto ciascuna camera è dotata di poteri che influenzano, a loro volta, quello dell’esecutivo.

Il sistema americano dei checks and balances (in italiano: “controlli e bilanciamenti”) prevede infatti che il Congresso svolga una funzione di supervisione sull’esecutivo. Sotto questo profilo, la Camera dei rappresentanti può bloccare gli ordini esecutivi presidenziali, controllare il flusso dei finanziamenti per l’attuazione dell’agenda politica governativa, istituire commissioni d’inchiesta per indagare sull’operato dell’amministrazione e porre in stato di accusa (impeachment) il presidente. Il Senato, invece, è tenuto a ratificare gli accordi internazionali negoziati dall’amministrazione e ad approvare le nomine di numerose cariche federali designate dal presidente, tra cui i membri del Gabinetto, gli ambasciatori, i giudici federali e i giudici della Corte Suprema. In caso di impeachment, il Senato funge da giudice, rimuovendo dall’incarico il presidente al raggiungimento della maggioranza dei due terzi.

Al di là dei procedimenti di impeachment, che rappresentano un caso estremo di intervento del Congresso sull’operato del presidente (e di cui Donald Trump è stato oggetto due volte, nel 2019 e nel 2021, senza però essere condannato dal Senato), il legislativo può potenzialmente condizionare il margine d’azione presidenziale attraverso le prerogative di cui dispone. In questo senso, quando il Congresso e il presidente non sono politicamente allineati, la funzione di controllo del primo (sul bilancio, sulle nomine o sugli ordini esecutivi) può tradursi in uno strumento di ostruzionismo nei confronti del secondo.

È questo il motivo principale di tanta apprensione da parte del partito del presidente in carica in occasione delle midterm: un’eventuale vittoria dell’opposizione significherebbe perdere il sostegno politico del Congresso, compromettendo la governabilità del Paese.

In sostanza, benché si tratti formalmente di elezioni legislative, le midterm acquisiscono al tempo stesso un valore politico che pesa più o meno direttamente sull’amministrazione al potere e, nello specifico, sulla figura del presidente. Le votazioni di metà mandato vengono infatti spesso considerate anche come l’occasione per i cittadini di confermare il gradimento nei confronti di chi li governa o, al contrario, di esprimere un dissenso. In questo quadro, non è un caso che il presidente tenda a trasformarle in una sorta di referendum personale.

La fotografia del Congresso americano alla vigilia delle midterm

Allo stato attuale, entrambe le camere del Congresso sono controllate dal Partito repubblicano (lo stesso del presidente in carica, Donald Trump). Alla Camera dei rappresentanti – nella quale si registrano due seggi vacanti – i Repubblicani detengono una maggioranza piuttosto ristretta, con 219 seggi (incluso il seggio di un deputato indipendente che si allinea al Partito repubblicano) contro i 214 dei Democratici.

Al Senato, invece, i Repubblicani godono di un vantaggio un po’ più solido, disponendo di 53 seggi contro i 47 dei Democratici (inclusi i seggi di due senatori indipendenti allineati al gruppo democratico).

Considerando che 83 congressisti uscenti non si ricandideranno per la nuova legislatura, e che 16 si sono dimessi o sono deceduti, il 120° Congresso degli Stati Uniti accoglierà, a partire da gennaio 2027, almeno 99 nuovi membri tra deputati e senatori. I colori politici del nuovo parlamento saranno tuttavia chiari solo dopo il 3 novembre, una volta concluso lo spoglio elettorale.

Dal voto ai seggi: come si eleggono i membri del Congresso?

Prima di domandarsi se le midterm confermeranno o ribalteranno gli equilibri politici attuali, occorre soffermarsi su come queste elezioni funzionano e, soprattutto, su come i voti vengono tradotti in seggi.

Tutti i membri del Congresso sono eletti dai cittadini americani mediante suffragio universale diretto. Prima del voto di novembre (quando si svolgono le cosiddette “elezioni generali”), i candidati vengono di norma selezionati dai vari partiti attraverso le elezioni primarie, che si tengono nei singoli Stati nei mesi precedenti, in base alle disposizioni stabilite dalla legge territoriale. Una volta definiti i candidati in corsa, le elezioni generali decretano quali potranno effettivamente ottenere i seggi alla Camera o al Senato.

Per il Senato, ciascuno Stato può esprimere due senatori, che restano in carica per i successivi sei anni. Nella maggior parte degli Stati membri, la legge elettorale prevede che, per conquistare un seggio, ciascun candidato raggiunga la maggioranza relativa, ovvero ottenga il maggior numero dei voti validamente espressi. Dal momento che questo ramo del Congresso si rinnova di un terzo ogni due anni, non tutti gli Stati saranno dunque coinvolti nell’elezione dei senatori in occasione di queste midterm.

La ripartizione dei seggi alla Camera, che si rinnova per intero ogni due anni, segue regole diverse. Il numero di deputati che ciascun Stato può eleggere varia proporzionalmente in base alla dimensione demografica dello Stato stesso: più uno Stato è popoloso, maggiore sarà il numero di deputati che lo rappresenteranno in parlamento. Anche in questo caso, salvo alcune eccezioni, nella maggior parte degli Stati i seggi sono conquistati dai candidati che ottengono la maggioranza relativa nei vari collegi elettorali (congressional district) in cui è suddiviso il territorio.

La storia elettorale americana mostra che gran parte dei 50 Stati federati vota in modo stabile per lo stesso partito, rendendo l’esito prevedibile in molte competizioni ancora prima del voto. A decidere dove penderà l’ago della bilancia sono dunque quei territori nei quali i partiti godono di livelli di sostegno pressoché simili: i cosiddetti “Stati in bilico” (swing states) per le elezioni del Senato, e i collegi competitivi (i congressional district) per le elezioni della Camera.

Soprattutto alla Camera, dove ciascun deputato eletto rappresenta un collegio territoriale (secondo il cosiddetto sistema uninominale), una manciata di collegi – e dunque di seggi – vinti o persi per poche migliaia di voti può modificare drasticamente il risultato delle elezioni. Per questo motivo, le campagne elettorali che precedono le midterm si concentrano in modo particolare su determinati territori. L’obiettivo è cercare di guadagnare consenso negli Stati e/o nei collegi contesi, rendendo il voto di una minoranza di elettori indecisi più decisivo di quello di chi vive in aree saldamente schierate.

Quali sono i temi su cui si giocano le midterm?

Nei territori contesi, conquistare il consenso significa anche rispondere alle preoccupazioni degli elettori. Economia, sanità, immigrazione e futuro della democrazia emergono tra le priorità del voto, sulle quali si misura anche il bilancio dei primi due anni di Trump.

Inflazione e costo della vita

L’economia occupa il primo posto tra le preoccupazioni degli elettori: l’84% degli elettori registrati la considera molto importante per la propria scelta di voto. Il tema accomuna i sostenitori di entrambi i partiti e riguarda soprattutto la possibilità di sostenere le spese quotidiane, dall’abitazione ai consumi essenziali.

I dati relativi a settembre mostrano un aumento dei prezzi al consumo del 3,7% rispetto allo stesso mese del 2025. La benzina, rincarata del 9,1% nel solo mese di settembre, ha contribuito per oltre la metà all’incremento mensile dell’indice generale. Per le famiglie, inoltre, un eventuale rallentamento dell’inflazione non significa necessariamente un alleggerimento delle spese: prezzi che crescono più lentamente possono comunque restare elevati rispetto al passato.

In questo quadro, le scelte commerciali dell’amministrazione Trump entrano direttamente nel bilancio economico del mandato. Un’analisi pubblicata dalla Federal Reserve Bank di New York rileva che i dazi introdotti nel 2025–2026 hanno aumentato i prezzi dei beni importati e, indirettamente, quelli di alcuni prodotti americani, attraverso il rincaro dei componenti acquistati all’estero e la minore concorrenza delle importazioni. A queste pressioni si aggiungono le ripercussioni della guerra con l’Iran e della chiusura dello stretto di Hormuz sui prezzi del petrolio. Il costo della vita diventa così un terreno sul quale si incontrano politica economica interna e scelte internazionali.

Sanità, tasse e debito pubblico

Tra le spese che preoccupano gli americani, l’assistenza sanitaria occupa una posizione centrale. Una rilevazione pubblicata all’inizio di ottobre indica che la maggioranza degli elettori è preoccupata di non riuscire a sostenere i costi sanitari propri e della famiglia. Sul contenimento di queste spese, i Democratici raccolgono più fiducia dei Repubblicani, anche se una parte consistente degli intervistati non si fida di nessuno dei due partiti oppure accorda loro la stessa fiducia. Il vantaggio offre comunque all’opposizione un argomento concreto sul quale costruire la campagna.

Il confronto riguarda anche la One Big Beautiful Bill Act, la legge fiscale e di spesa approvata nel luglio 2025. Il provvedimento mostra quanto il sostegno del Congresso abbia consentito a Trump di realizzare la propria agenda: alla Camera, il voto definitivo ha visto schierarsi a favore tutti i deputati repubblicani tranne due, mentre tutti i Democratici hanno votato contro.

La legge interviene sia sulle imposte sia sulla spesa pubblica. Sul fronte fiscale, rende permanenti diverse agevolazioni introdotte durante il primo mandato di Trump, che sarebbero altrimenti scadute alla fine del 2025. Introduce inoltre deduzioni sulle mance e su parte della retribuzione degli straordinari: entro determinati limiti e requisiti, i beneficiari possono sottrarre questi importi dal reddito sul quale viene calcolata l’imposta federale. Il risultato è una riduzione delle imposte dovute per chi può usufruire delle agevolazioni.

Sul versante della spesa, la stessa legge interviene su Medicaid, il programma pubblico che garantisce assistenza sanitaria soprattutto alle persone con redditi bassi. Le modifiche al programma limitano alcuni meccanismi di finanziamento e rendono più stringenti le condizioni per mantenere la copertura. Per alcune categorie di adulti, sono previsti controlli più frequenti sui requisiti di accesso e l’obbligo di documentare attività lavorative, formative o di servizio alla comunità, salvo esenzioni. Chi non soddisfa questi obblighi, o non riesce a dimostrare di rispettarli, può perdere l’assistenza.

Secondo la valutazione del Congressional Budget Office, l’ufficio indipendente che fornisce analisi di bilancio al Congresso, le disposizioni relative al programma aumenterebbero di 7,5 milioni il numero delle persone senza assicurazione sanitaria nel 2034, rispetto alle proiezioni di gennaio 2025. Si tratta di effetti attesi nel tempo, con diverse misure destinate a entrare in applicazione dopo queste elezioni.

Le scelte su tasse e servizi pubblici si collegano infine alla questione del debito federale. Secondo le stime di bilancio, i risparmi sulla spesa non compensano interamente la riduzione delle entrate fiscali. In una stima pubblicata nell’agosto 2025, il CBO ha calcolato che la legge aumenterebbe i deficit cumulati di circa 3.400 miliardi di dollari nel periodo 2025–2034, escludendo gli effetti macroeconomici e gli interessi aggiuntivi. Il confronto elettorale riguarda dunque anche la sostenibilità delle riduzioni fiscali e la distribuzione dei loro benefici rispetto ai tagli alla spesa.

Immigrazione e politiche di espulsione

L’immigrazione conserva un peso particolarmente forte nell’elettorato repubblicano: una quota maggiore di sostenitori dei candidati repubblicani rispetto a quelli democratici la considera molto importante per la propria scelta di voto.

Durante il secondo mandato, l’amministrazione ha intensificato le operazioni di rimpatrio, sostenuta anche dall’aumento dei finanziamenti approvati dal Congresso. Il ritmo dei rimpatri appare superiore a quello dell’amministrazione Biden e del primo mandato di Trump, e si registra un aumento anche delle operazioni che coinvolgono persone già presenti all’interno del Paese. I tentativi di ingresso irregolare alla frontiera con il Messico si mantengono invece su livelli storicamente bassi.

Il consenso sul controllo dell’immigrazione non coincide necessariamente con l’approvazione dei metodi utilizzati. Tra gli elettori di origine latinoamericana, la maggioranza ritiene eccessiva l’azione dell’amministrazione sulle espulsioni, pur con forti differenze legate all’orientamento politico. Questi dati suggeriscono che la linea dura possa consolidare il sostegno di una parte dell’elettorato e, contemporaneamente, alimentare l’opposizione di un’altra.

Democrazia e controllo del potere presidenziale

Accanto alle questioni economiche e sociali, il futuro della democrazia rappresenta un tema rilevante per il voto: un’ampia maggioranza degli elettori registrati lo considera molto importante. Questa preoccupazione, tuttavia, non si traduce in una visione condivisa del ruolo che il Congresso dovrebbe assumere nei confronti del presidente.

La differenza emerge sul tema delle indagini su Trump e sulla sua amministrazione: la maggioranza dei sostenitori dei candidati democratici le considera molto importanti per il proprio voto, mentre lo stesso vale soltanto per una piccola minoranza di quelli repubblicani. Il dato suggerisce che, per molti elettori democratici, cambiare la maggioranza parlamentare possa servire anche a rafforzare la vigilanza sull’operato della Casa Bianca. Attraverso le inchieste parlamentari, infatti, il Congresso può esaminare l’azione dell’esecutivo e chiedergli conto delle proprie decisioni. Per questa parte dell’elettorato, scegliere i rappresentanti significa quindi anche scegliere chi dovrà controllare il presidente, oltre a chi dovrà approvare le leggi.

Dopo il 3 novembre: quali scenari si aprono?

Le previsioni aggiornate al 30 ottobre indicano i Democratici come favoriti alla Camera, mentre la competizione per il Senato resta più incerta. Una conferma repubblicana in entrambe le camere favorirebbe la continuità dell’agenda di Trump; con camere controllate da partiti diversi, diventerebbe necessario negoziare tra le maggioranze per approvare nuove leggi. Un Congresso interamente democratico rafforzerebbe invece l’opposizione, che dovrebbe comunque confrontarsi con il potere di veto del presidente. Conterà anche la solidità delle maggioranze: pochi seggi di vantaggio renderebbero più difficile assorbire il dissenso interno ai partiti.

Gli effetti del voto non saranno immediati. Fino all’inizio del nuovo mandato a gennaio, il Congresso uscente resterà operativo nella cosiddetta lame-duck session: le camere potranno ancora approvare leggi e finanziamenti, mentre il Senato potrà confermare nomine. Un’eventuale sconfitta potrebbe quindi spingere i Repubblicani ad accelerare alcune decisioni prima del ricambio, soprattutto sulle nomine qualora perdessero il Senato.

Per i Democratici, una vittoria aprirebbe una sfida ulteriore: incidere sulle scelte del governo attraverso il Congresso, senza disporre della Casa Bianca. Al maggiore potere parlamentare si accompagnerebbe così una maggiore responsabilità nel proporre soluzioni e negoziare risultati, anche con l’amministrazione alla quale si sono contrapposti durante la campagna.

* Immagine di copertina: [Foto di Mirah Curzer  via Unsplash]

Articolo a cura di Beatrice Manaresi e Sofia Chiarelli

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