A tre anni di distanza dal 7 ottobre 2023 e un anno dal più volte violato cessate il fuoco a Gaza, Israele si appresta a tornare al voto tra molte incertezze.
Le elezioni si terranno martedì 27 ottobre. Ma in che modo è cambiato il panorama politico negli ultimi anni? E quali sono i temi più rilevanti in vista delle elezioni?
Il sistema elettorale israeliano: una democrazia di facciata?
Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno posto al centro del dibattito politico e accademico la tenuta democratica dello Stato d’Israele. Il governo di Benjamin Netanyahu ha contribuito ad alimentare questo regresso democratico, fino a mettere in dubbio la classificazione stessa del Paese come democrazia.
Formalmente, il sistema elettorale prevede una ripartizione proporzionale dei seggi della Knesset con una soglia di sbarramento prevista al 3,25% per i partiti. Tuttavia, dai diritti politici sono esclusi gli abitanti dei territori palestinesi occupati da Israele, rendendo la partecipazione elettorale limitata: una forma di discriminazione sistemica, come sostiene la Corte Internazionale di Giustizia.
In questo senso, molti indicatori prodotti da V-Dem o Freedom House riconoscono la difficoltà di misurazione del livello di democrazia del Paese. Inoltre, dal 1970, i coloni israeliani nei territori occupati hanno il diritto di partecipare alle elezioni parlamentari nazionali, al contrario dei residenti palestinesi. Si tratta di più di cinque milioni di abitanti privi del diritto di voto, tra Gaza e Cisgiordania.
Vari studiosi propendono per ridefinire quella di Israele come una “democrazia etnica”, ovvero un sistema formalmente democratico in cui un gruppo etnico-religioso prevale sugli altri. Altri sostengono che questa formula sia una contraddizione insanabile: uno Stato che privilegia un gruppo etnico non è uno Stato democratico, ma un regime autocratico e di apartheid.
Occorre notare che, generalmente, molti osservatori concordano nel segnalare un arretramento nel livello di democrazia del Paese. V-Dem ha riclassificato Israele da democrazia liberale a elettorale, in virtù delle limitazioni del potere giudiziario e alla diminuzione della trasparenza legislativa. Anche Freedom House e Democracy Index riportano una tendenza costante al ribasso, negli ultimi anni.
La percezione dell’arretramento sembra essere condivisa dai cittadini stessi. Solo il 27% degli ebrei considera “buona o eccellente” la democrazia israeliana, dato che scende al 12% tra gli arabi. I risultati hanno influito anche sull’immagine di Israele, che è diventato il Paese visto più negativamente a livello globale secondo il Democracy Perception Index.
Elezioni in Israele: come arriva il governo?
Il sesto governo Netanyahu è arrivato al termine naturale della legislatura, una stabilità assente nel Paese dal 1988. Il massacro del 7 ottobre 2023 e il sequestro di 251 ostaggi da parte di Hamas hanno contribuito in modo determinante a rafforzare la coesione del governo.
Ciononostante profonde divergenze hanno caratterizzato la coalizione uscente guidata da Bibi. Ben Gvir ha più volte accusato il premier e Smotrich di “morbidezza” per l’ingresso di aiuti umanitari minimi a Gaza nel corso del massacro, minacciando di ritirare ogni appoggio parlamentare. Smotrich, parallelamente, ha sfruttato il potere di veto in materia finanziaria per orientare l’azione del governo verso la regolarizzazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Infine, a “salvare” l’esecutivo è stato l’ingresso di Gideon Sa’ar nella maggioranza a settembre 2024. Questo ha permesso di raggiungere il termine della legislatura evitando ulteriori ricatti e crisi interne, oltre al rinvio dei problemi giudiziari per il premier.
In vista delle prossime elezioni, sono riemerse le tensioni interne alla coalizione. Ben Gvir ha rivendicato per sé il Ministero della Difesa in caso di vittoria elettorale, ponendo tale nomina come condizione per aderire a una nuova coalizione guidata dal Likud. Netanyahu ha respinto questa richiesta, alimentando ulteriormente le tensioni e le accuse reciproche in merito a possibili futuri accordi politici.
Le elezioni nei territori occupati
I coloni israeliani in Cisgiordania ad oggi superano quota 750 mila, di cui circa 200 nell’area di Gerusalemme Est. I coloni possono votare e candidarsi liberamente negli insediamenti e ad oggi la Cisgiordania occupata è piena di manifesti elettorali con le loro gigantografie. Esempi noti sono gli attuali ministri Ben Gvir e Smotrich, ma anche esponenti dell’opposizione laica come Liberman.
Secondo diversi palestinesi della Cisgiordania, l’escalation delle violenze da parte dei coloni israeliani mirerebbe a provocare una terza Intifada (insurrezione palestinese su larga scala). I coloni sanno bene che con le imminenti elezioni, il prossimo governo potrebbe essere meno permissivo. In questo scenario, una reazione violenta dei palestinesi nei pressi degli insediamenti potrebbe favorire una ricomposizione del fronte politico israeliano su una linea più dura, come quella osservata nella Striscia di Gaza. Un simile esito finirebbe per avvantaggiare proprio le componenti più radicali del movimento dei coloni.
Se questa fosse davvero la strategia alla base dell’escalation, i dati disponibili non sembrerebbero confermarne, almeno per ora, l’efficacia. Mentre gli attacchi dei coloni contro i palestinesi sono aumentati, secondo i dati diffusi a gennaio dall’esercito israeliano gli attacchi palestinesi sarebbero diminuiti del 78%, rispetto all’anno precedente.
La situazione non è analoga nelle altre aree occupate. La striscia di Gaza, priva di insediamenti dal 2005, è zona di operazioni belliche attive nonostante un mai rispettato cessate il fuoco da oltre un anno. Anche il sud del Libano occupato risulta privo di insediamenti israeliani poiché considerata “zona cuscinetto”.
Situazione invece pressocché identica alla Cisgiordania nel Golan (Siria). L’unica differenza è sul piano giuridico. Qui i coloni sono considerati dallo stato di Israele cittadini dentro i confini, alla luce dell’annessione unilaterale del 1981.
Coalizioni: le alleanze in vista delle elezioni del 27 ottobre
Al rinnovo della Knesset -parlamento israeliano- di fine mese si presentano due coalizioni principali ed il “terzo blocco”. Per creare una maggioranza di governo la soglia da raggiungere è di 61 seggi, ma stando ai sondaggi è previsto uno stallo pericoloso.
Blocco pro-Netanyahu
Coalizione che punta a dare continuità all’esecutivo attuale e, ovviamente, a guida dell’attuale premier. I partiti che lo compongono sono il Likud di Netanyahu, partito conservatore trainante della coalizione, United Torah Judaism (Utj) e Shas in rappresentanza delle minoranze ultraortodosse, Otzma Yehudit di Ben Gvir e Partito Sionista Religioso di Smotrich per l’estrema destra sionista. Possiamo considerare nel blocco anche formazioni minori come Amcha Yisrael dell’ex generale Ofer Winter. In caso di superamento della soglia del 3,25% questa forza potrebbe essere decisiva per rivedere un esecutivo di destra.
Blocco anti-Netanyahu
Lo schieramento alternativo a Netanyahu rimane saldamente sionista e favorevole agli insediamenti in Cisgiordania, sebbene con alcune differenze. Yashar, partito centrista dell’ex capo di stato maggiore dell’IDF Eisenkot in forte ascesa anche rispetto al Likud. Beyachad, alleanza di compromesso tra Naftali Bennet e Yair Lapid volta al mantenimento dello status-quo e rafforzare la diplomazia israeliana. The Democrats di Yair Golan è l’unica forza di centrosinistra. Ritiene che la sicurezza di Israele passi per dei confini chiari e riconosciuti ed è favorevole ai due Stati.

Il “terzo blocco”, i potenziali Kingmaker
Il cosiddetto blocco non allineato non è una coalizione in gara, è composto da forze distanti, ma ciascuna determinante per superare lo stallo post-elettorale. Yisrael Beytenu: partito della destra laica di Avigdor Liberman. Il leader ha ribadito in un’intervista a The Jerusalem Post le sue linee rosse. Esclude qualsiasi partecipazione a governi di minoranza o alleanze che includano Netanyahu o i partiti ultraortodossi.
La nuova Joint List riunisce tre dei principali partiti arabi (Hadash, Ta’al e Balad), e pone al centro del programma i diritti dei palestinesi. La United Arab List (Ra’am) è invece il partito islamista moderato guidato da Mansour Abbas. Il leader ha rifiutato l’invito a creare un’unica lista araba per avere piena libertà nella manovra politica. Ra’am ha un approccio pragmatico focalizzato sull’integrazione e sulle riforme sociali per la minoranza araba in Israele. Tale posizionamento mantiene aperta la porta a future partecipazioni governative, come già fatto nel 2021.
Infine, i Riservisti, un giovane partito concentrato sulla leva obbligatoria per tutti i cittadini, compresi ultraortodossi ed arabi israeliani. Richiede un ampio “governo di unità sionista” che escluda i partiti Haredi e arabi.
La riforma della giustizia e le indagini su Netanyahu
La riforma della giustizia proposta da Netanyahu e il suo governo è passata in secondo piano, dopo le partecipate proteste da parte della popolazione contro di essa. Ma è probabile che il tema tornerà centrale, se l’attuale primo ministro sarà rieletto premier.
Il disegno di legge è al momento fermo in Parlamento, ma le accuse del governo contro la magistratura sono continuate. Negli ultimi anni sono state approvate leggi che hanno rinforzato il controllo dell’esecutivo sulla nomina dei giudici e che hanno indebolito i poteri del procuratore generale. Inoltre, a luglio il Likud ha per la prima volta affermato che una sentenza della Corte su un caso potrebbe essere ignorata, profilando una crisi costituzionale.
La riforma della giustizia è stata spesso paragonata ai tentativi di Erdoğan e Orbán in Turchia e Ungheria di estendere il controllo del governo sul potere giudiziario. Consapevole della sua impopolarità, Netanyahu ha delegato il ministro della Giustizia ad esporsi sulla necessità di approvare la riforma.
Tra i motivi per cui è plausibile che la riforma torni un tema centrale, inoltre, vi sono anche le accuse pendenti in capo a Netanyahu stesso. Al momento, il premier è imputato per corruzione, abuso d’ufficio e frode e su di lui pende un mandato d’arresto internazionale.
Secondo la giurisprudenza israeliana, un primo ministro imputato può comunque esercitare la sua carica fino a che non viene pronunciata una condanna definitiva, previo esaurimento di ogni possibile appello. Ciò non vale per un ministro, rendendo essenziale la nomina di Netanyahu come premier qualora il suo blocco vincesse le elezioni.
Con la legge sulle nomine dei giudici che entrerà in vigore soltanto con l’elezione della prossima Knesset, l’indebolimento dei contrappesi istituzionali e l’incertezza sul comportamento del Likud nei confronti della magistratura, lo scontro potrebbe essere destinato a continuare.
Chi sono gli haredim e perché sono rilevanti per le prossime elezioni
Il voto degli ebrei ultraortodossi o haredim sarà cruciale per determinare i risultati delle prossime elezioni. Gli ebrei haredim sono un gruppo religioso storicamente minoritario, dedito allo studio della Torah e isolato dal resto della società. Si tratta di un gruppo politicamente collocato a destra, specie tra i più giovani.
La forte crescita demografica degli haredim ha permesso al gruppo di acquisire una certa rilevanza. I loro partiti di riferimento sono United Torah Judaism (UTJ) e Shas, entrambi al governo con Netanyahu fino al luglio 2025. La crisi principale riguarda l’esenzione degli studiosi dalla leva militare.
Gli haredim sono stati esentati dalla leva militare in virtù di un accordo storico sancito alla nascita dello Stato d’Israele. Una sentenza della Corte Suprema del 2024 ha decretato la necessità di regolare la questione tramite una legge, che non è stata ancora approvata. Molti partiti d’opposizione e laici, così come la maggioranza dell’opinione pubblica, sono infatti a favore della leva per gli haredim e a sanzioni per chi rifiuta di prendervi parte.
Recentemente, il tema è tornato caldo in vista delle elezioni: i partiti haredim hanno condizionato il proprio appoggio a Netanyahu in cambio di una legge che regoli le esenzioni dalla leva militare. Nel tentativo di non perdere il loro sostegno, il governo ha prorogato l’esenzione dalla leva e approvato una legge che sospendeva gli arresti per i disertori.
La Corte Suprema ha annullato la legge sugli arresti, ma gli arruolamenti procedono a rilento e gli haredim continuano a protestare. Nel mentre, l’esercito lamenta la mancanza di uomini, aumentando la pressione su Netanyahu e alleati.
Le recenti inchieste sul 7 ottobre sono perciò soltanto il culmine di una tensione mai sopita tra il primo ministro, le sfere militari e i servizi segreti israeliani. In caso di maggioranze parlamentari poco chiare, non è del tutto escluso che i partiti haredim possano raggiungere un accordo con l’opposizione, secondo alcune voci non confermate.
Il futuro di Israele tra sicurezza interna e percezione internazionale
La priorità dei cittadini israeliani per le prossime elezioni sarà la sicurezza. La popolarità di Netanyahu ha risentito dei recenti scandali sul 7 ottobre. Da questi è emerso che il leader israeliano era stato avvisato dall’intelligence egiziana e dal presidente degli EAU di un imminente attacco da parte di Hamas. Peraltro, parte dell’opinione pubblica israeliana attribuisce all’attuale esecutivo la responsabilità del progressivo isolamento internazionale del Paese e del deterioramento di numerose relazioni diplomatiche con i partner occidentali.
Le prossime elezioni si giocheranno dunque anche sulla capacità dei candidati di rispondere a una duplice esigenza: garantire la sicurezza dei cittadini nel post-guerra e rivalutare la percezione internazionale di Israele. Resta da capire se ciò avverrà con un approccio politico più sfrontato e nazionalista in una nuova coalizione capitanata da Netanyahu o se prevarrà una coalizione “moderata”.
La linea alternativa al governo attuale è quella del sionismo che punta sul soft power, piuttosto che sulla brutalità militare, cerca un approccio meno scandalistico, sempre diplomatico, ma mai intenzionato a retrocedere. Strategia che ha funzionato, fino al massacro seguito al 7 ottobre, marginalizzando la causa palestinese.
Il voto del 27 ottobre 2026 decreterà chi sarà chiamato a guidare Israele in una delle fasi più delicate della sua storia recente. Sarà però la successiva fase di negoziazione a delineare il futuro politico del Paese. I leader dovranno decidere se mantenere i veti che hanno caratterizzato la campagna elettorale o accettare compromessi per costruire una maggioranza di governo.
*Immagine di copertina: [Foto di Vilkasss via Pixabay]
Articolo a cura di Dimitri Gagliardi e Samuele Leccese.





