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Le forme della violenza di genere: dall’abuso fisico a quello economico

*Immagine di copertina: [Mika Baumeister via Unsplash]

Il 25 novembre ricorre l’International Day for the Elimination of violence against Women, istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare le istituzioni e i cittadini sulle violazioni dei diritti umani, e in particolare per porre fine alla violenza di genere

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre e ogni 11 minuti una donna viene uccisa. Istat stima che il 31,5% delle donne ha subito nel corso della propria vita qualche forma di violenza fisica o sessuale e che le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, ex partner, parenti o amici. La violenza ha un impatto su chi la compie e su chi subisce: nel breve e nel lungo periodo la violenza di genere può essere dannosa per il benessere dell’intera società. 

In questo articolo, ci occupiamo di capire quali forme può assumere la violenza di genere, cosa l’Italia sta facendo per prevenire gli episodi di violenza e per intervenire contro chi la commette, e approfondiremo la violenza economica che è una delle forme che può assumere la violenza di genere. 

In quali forme si presenta la violenza di genere?

La dichiarazione dell’Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne definisce quest’ultima come “qualsiasi atto di violenza fondato sul genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica, sia nella vita privata”.

La normativa internazionale ed italiana sulla violenza di genere

Le Nazioni Unite furono il primo ente a denunciare il fenomeno della violenza di genere e nel 1979 approvando la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Successivamente, il Consiglio d’Europa nel 2002 adottò la Raccomandazione Rec(2002)05 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulla protezione delle donne dalla violenza e avviarono la realizzazione di una campagna a livello europeo per combattere la violenza sulle donne, incluso la violenza domestica. Ma solo con la Convenzione di Istanbul (2011) si attivò uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Nel 2017 Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw) ha adottato la General Recommendation n. 35, la quale fornisce un inquadramento più chiaro degli obblighi a carico degli Stati e delle aree in cui intervenire per contrastare la violenza basata sul genere.

Per quanto concerne la normativa italiana, questa rientra interamente nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul (2011), il cui tratto distintivo è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione. La prima legge italiana contro la violenza sessuale fu la Legge 15 febbraio 1996, n. 66 e l’ultima in materia di contrasto alla violenza di genere è la Legge 24 novembre 2023 n. 168 su “Disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica” diretta soprattutto alla prevenzione della violenza per evitare che i cosiddetti “reati spia” possano degenerare in fatti più gravi.

Cos’è la violenza economica e perché è una forma di violenza

Molto spesso, si tende a sottovalutare una modalità di violenza di cui si parla in misura minore: la violenza economica. Questa è una forma di abuso che si manifesta attraverso il controllo delle risorse economiche come mezzo per esercitare potere all’interno di una relazione, e spesso viene anche associata alla violenza psicologica e, in alcuni casi, a quella fisica.

Quali sono le radici della violenza economica?

Le disuguaglianze di genere rappresentano un terreno fertile per la violenza economica. In primo luogo, come sottolineato dal report dell’università di Genova, in molte società, la storica concentrazione del potere economico nelle mani degli uomini si traduce in una maggiore probabilità di abuso economico nelle relazioni

Secondo studi recenti, il 49% delle donne italiane ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di violenza economica, con una percentuale che sale al 67% tra le donne separate o divorziate. Inoltre, le donne spesso guadagnano meno degli uomini e hanno un accesso limitato al mercato del lavoro, aumentando il rischio di dipendenza economica. Quasi una donna su dieci ha dichiarato di essere stata costretta a lasciare il lavoro dal proprio partner.

Inoltre, lo studio cita anche l’influenza delle norme culturali e sociali: in Italia, il 16% degli uomini ritiene giusto che in casa sia l’uomo a prendere le decisioni economiche più importanti per la famiglia, e il 15% degli italiani attribuisce la violenza a comportamenti provocatori delle donne. Spesso, l’economia domestica viene percepita come un affare privato, contribuendo a rendere invisibile l’abuso economico, impedendo interventi tempestivi da parte di professionisti o istituzioni.

Ad aggravare la situazione, vi è una mancanza di educazione finanziaria che accentua la vulnerabilità delle donne, le quali spesso non si sentono adeguatamente preparate a gestire risorse economiche, un fattore che facilita il controllo da parte dell’abusante.

Conseguenze economiche della violenza di genere per l’individuo e la nazione

La violenza economica priva le vittime della libertà di gestire le proprie risorse, imponendo una condizione di dipendenza dal partner abusante. Le donne che subiscono questo tipo di violenza riportano difficoltà significative nell’accedere al mercato del lavoro o nel mantenere un’occupazione stabile. Questi ostacoli non si limitano alla sfera individuale, ma influenzano anche le opportunità di emancipazione economica. Il sabotaggio economico – come impedire alla vittima di lavorare o danneggiare i suoi beni – amplifica la dipendenza finanziaria e limita la possibilità di costruire una vita autonoma.

La violenza economica ha un impatto diretto sull’economia nazionale. La ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la perdita di produttività derivante dalla violenza domestica rappresentano un costo significativo per il sistema economico e sociale. Secondo Istat, le conseguenze economiche della violenza di genere, comprese quelle della violenza economica, si traducono in costi elevati per il welfare, sia in termini di spese sanitarie che di servizi di supporto.

Quali sono le forme di intervento contro la violenza di genere

Il numero di pubblica utilità 1522 rappresenta la prima possibilità di aiuto per le vittime, essendo attivo 24/365 e gestito da operatrici specializzate nel fornire risposte, strumenti e indicazioni essenziali in diverse lingue per uscire dalla violenza.

Oltre ai servizi specializzati – Centri antiviolenza e Case rifugio – esistono anche dei servizi pubblici, come i consultori, i pronto soccorso e i servizi sociali e sanitari, che possono comunque accogliere le donne in situazioni di difficoltà. Inoltre, anche i luoghi di formalizzazione delle denunce, come, le stazioni dei carabinieri e i commissariati di polizia, possono anche fornire una prima forma di aiuto.

Intervenire anche sui maltrattanti

Oltre ad aiutare le donne, è necessario intervenire anche sugli uomini maltrattanti, in concordanza con quanto stabilito dall’art. 16 della Convenzione di Istanbul. Nel 2022 durante la Conferenza Stato Regioni è stata raggiunta l’intesa tra il Governo, le Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano con riferimento ai requisiti minimi dei Centri per uomini autori di violenza (CUAV), la cui finalità è “sostenere la responsabilizzazione rispetto alla violenza agita e alle sue conseguenze, fornire strumenti per la gestione non violenta dei conflitti, promuovere processi di cambiamento nelle dinamiche relazionali che generano la violenza, accompagnare processi di gestione della frustrazione e della rabbia, accrescere la capacità riflessiva”. Nel corso del 2022 sono stati accolti 4174 uomini all’interno dei 94 centri mappati sul territorio.

Fondi stanziati attualmente…

Dal report Prevenzione Sottocosto di ActionAid (2023) emerge che in 10 anni i fondi stanziati con la “Legge sul femminicidio” (119/2013) sono aumentati del 156%, ma nel tempo il numero di femminicidi è rimasto sostanzialmente stabile. Inoltre, la maggior parte delle risorse è stato destinato soprattutto a interventi di protezione e solo il 13% ad interventi di prevenzione. 

… e possibili interventi futuri

Affrontare la violenza economica richiede un approccio olistico che combini prevenzione, intervento e sostegno alle vittime. Alcune possibili interventi di policy includono l’introduzione di una forma di educazione economico-finanziaria che aiuti sin da giovani gli uomini e le donne a sentirsi indipendenti nella gestione del patrimonio, sensibilizzando sull’importanza di essere consapevoli dei propri guadagni e delle proprie spese.

Inoltre, sarebbe necessario intervenire per riconoscere e limitare l’impatto non solo della violenza fisica, ma anche delle altre forme di violenza – tra cui la violenza economica – tramite reti di supporto e un sostegno economico diretto alle donne che escono da situazioni di violenza.

Le politiche antiviolenza adottate finora hanno sottovalutato la prevenzione, ma per intervenire a favore di una riduzione della violenza di genere servirebbero investimenti strutturali che favoriscano l’attività di prevenzione e superino l’approccio emergenziale al fenomeno.

*Immagine di copertina: [Mika Baumeister via Unsplash]

Testo a cura di Anna Borghetti e Gaia Barbarino

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