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La confusione del governo per la vicenda ArcelorMittal

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Lo scorso 4 Novembre a seguito della mancata reintroduzione dello scudo penale da parte del Governo, l’azienda siderurgica ArcelorMittal ha dichiarato la volontà di recedere dal contratto che la lega all’ex-Ilva di Taranto.

Ciò sarebbe possibile per una clausola di recesso, introdotta nel contratto di affitto e comodato col colosso anglo-indiano. Essa permetterebbe ad ArcelorMittal di ritirarsi dallo stabilimento siderurgico nel caso di un cambio normativo rispetto a quello vigente alla chiusura del contratto. L’azienda siderurgica ha quindi dichiarato che riconsegnerà la gestione dell’impianto ai commissari straordinari Italiani a partire dal 4 Dicembre prossimo.

La concessione ad ArcelorMittal

Il commissariamento del primo polo industriale del mezzogiorno ha inizio durante il governo Letta dopo la condanna della famiglia Riva, ex-proprietaria dell’Ilva, per gravi reati ambientali e il conseguente sequestro dell’impianto. L’Ilva viene infatti dichiarata da decreto legge sito di interesse strategico nazionale durante il governo Monti. Inoltre viene riaperta a fini di gestione aziendale e ambientale durante il governo Letta. Bisogna infatti ricordare come la questione Ilva riguardi migliaia di famiglie messe a rischio dai possibili tagli al personale, nonostante ultimamente anche questi ultimi siano propensi alla chiusura dell’impianto, come evidenziato dalla marcata astensione allo sciopero indetto dai sindacati contro la decisione di ArcelorMittal. Ma ancor di più migliaia di famiglie tarantine, la cui salute è messa a serio rischio dall’attività dell’azienda.

Si è cercato nel bando di manifestazione d’interesse, emanato nel 2016 dal Ministero dello Sviluppo Economico, di coniugare queste esigenze. Le prerogative sono state infatti un piano di rivalutazione ambientale e la salvaguardia dei posti di lavoro.

A questo bando hanno aderito due cordate: Am Investco e AcciaItalia, i cui esponenti principali erano rispettivamente ArcelorMittal e Jindan. L’assegnazione dell’Ilva ad Am Investco ha creato nell’estate del 2017 forti scontri tra gli enti locali e il governo nazionale. Vi sono state infatti critiche riguardanti la presenza di soci della cordata Am Investco all’interno del comitato di valutazione. Ma anche critiche riguardo la maggior attenzione alla tematica ambientale che la cordata AcciaItalia avrebbe presentato con una seconda istanza. Quest’ultima non è stata tuttavia considerata poiché pervenuta dopo la chiusura del procedimento di assegnazione.

L’azione del Mise

Infatti l’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda, come dichiarato da lui stesso in un’intervista a Repubblica, si rifiutò di valutare la seconda proposta di AcciaItalia, non ritenendo quest’ultimo un atteggiamento da “paese serio” e ribadendo la superiorità economica dell’accordo siglato con Am Investco. Quest’ultimo prevedeva investimenti nell’impianto tarantino pari a 4,2 miliardi e l’assunzione di diecimila dipendenti dell’ex-Ilva. Inoltre i non assunti nell’impianto si sarebbero occupati della rivalutazione ambientale del sito.

Nonostante l’accordo per l’affitto e comodato dell’impianto fosse ormai concluso, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018, il Movimento 5 Stelle si è schierato con decisione al fianco degli enti locali, promettendo la chiusura dell’impianto siderurgico ed etichettando il suddetto accordo come il “delitto perfetto”.

Una volta salito al governo, tuttavia, il Movimento non è stato capace di mantenere le sue promesse ed ha dovuto istituire un tavolo di trattative con ArcelorMittal per la ratifica dell’accordo. Questo ha portato alla scomparsa del Movimento da Taranto, poiché sia i cittadini sia i propri consiglieri si sono sentiti traditi dall’atteggiamento del Governo nazionale. Di Maio, allora Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, si è difeso affermando di aver ottenuto il miglior accordo in condizioni impossibili, ottenendo altri settecento posti di lavoro rispetto all’accordo precedente, ma di fatto eliminando la riconversione dei dipendenti non assunti per la rivalutazione ambientale.

La gestione politica dell’accordo

L’approccio del Governo Renzi prima e del Governo Conte poi alla questione Ilva sono stati tuttavia noncuranti delle richieste della popolazione tarantina. Inoltre hanno evidenziato una mancanza di lungimiranza verso le reali intenzioni del colosso anglo-indiano nei confronti del polo siderurgico pugliese. Taranto è quindi diventata solo uno slogan elettorale e propagandistico e solo nell’ultima settimana si sono capite le reali implicazioni conseguenti ad una gestione superficiale, sia dal punto di vista della città ionica, ma anche dal punto di vista politico.

La questione Ilva è infatti sempre stata un punto critico all’interno dei governi, per le diverse posizioni assunte anche in seno alla maggioranza stessa. E la revoca dello scudo penale è un esempio lampante di questa diversità di vedute. All’interno di entrambi i governi guidati da Giuseppe Conte, vi sono stati infatti diversi cambi di rotta. Essi sono dovuti da una parte alla volontà di alcuni senatori pentastellati, guidati dalla senatrice Barbara Lezzi, di eliminare un privilegio illegittimo, come loro ritengono sia lo scudo penale. D’altra parte sono dovuti alla necessità che la gestione dell’impianto non tornì nelle mani dello Stato Italiano.

Lo scorso Aprile il Governo ha infatti dapprima revocato lo scudo Penale con il Decreto Crescita. Tuttavia a seguito della minaccia da parte di ArcelorMittal di abbandonare l’impianto tarantino, il governo lo ha reintrodotto tramite il Decreto salva-Imprese dello scorso Agosto. Infine, quando il Decreto è giunto in Parlamento per l’approvazione, un emendamento proposto dal Movimento ha fatto sì che venisse nuovamente revocato.

I motivi del ritiro di ArcelorMittal

Nonostante il governo fosse convinto che la minaccia di ArcelorMittal fosse solamente un bluff, quest’ultima ha utilizzato questa modifica normativa come espediente per applicare il diritto di recesso. Quest’ultimo dovrebbe comunque essere approvato dal Tribunale di Milano, come evidenziato dall’ex Ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Il nodo fondamentale per l’impresa siderurgica tuttavia non è lo scudo penale. Infatti è ben più rilevante la crisi del settore siderurgico e il blocco di due altoforni da parte della Magistratura. Queste due problematiche non permetterebbero ad Arcelor di sfruttare il potenziale produttivo siderurgico e le stanno causando perdite ingenti dal punto di vista economico. Infatti nei due giorni successivi all’annuncio di addio all’ex-Ilva, il titolo ha guadagnato il 6% in Borsa, come evidenziato dal Sole-24 Ore.

Di conseguenza, nonostante il passo indietro del Governo, dichiaratosi disponibile a reintrodurre lo scudo penale, l’impresa siderurgica richiede adesso delle condizioni migliori rispetto all’accordo iniziale. In particolare, data l’impossibilità di rispettare il piano industriale, come affermato dall’attuale Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, ArcelorMittal richiede di ridurne le prerogative e richiede anche la possibilità di licenziare cinque mila dipendenti, pari alla metà dei lavoratori presenti nella sede ionica. Inoltre l’impresa siderurgica richiede la concessione all’utilizzo per un anno degli altiforni sequestrati dalla Magistratura.

Nonostante la situazione sia ormai critica, il Governo per ammissione dello stesso Conte non sa come agire per arginare il problema, oltre il ricorso in giudizio contro ArcelorMittal. Taranto è quindi in balia di politici la cui unica prerogativa è scaricare le responsabilità sui propri predecessori e che non si curano delle reali problematiche che ormai da decenni affliggono Taranto e i suoi cittadini, che hanno bisogno sia trovata una soluzione e che sia trovata al più presto.

Alessandro Carrata
Nato a Monopoli all’inizio del millennio. Di giorno studio Economia e Finanza all’Università Bocconi, di sera alterno sport e politica. In OriPo ho trovato uno spazio di confronto e un gruppo di persone che non mi prende per folle se comincio a parlare di politica in un bar.

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