Il 14 settembre 2026 i primi ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono riuniti a Cardiff per sottoscrivere un comunicato congiunto in cui rivendicano il diritto a indire un referendum sull’indipendenza dal Regno Unito.
Quali sono le possibilità che questo accada? E perché l’accordo arriva in questo preciso momento?
Il memorandum di Cardiff: cos’è e chi lo sostiene
La dichiarazione congiunta sottoscritta a Cardiff è un primo, storico caso di documento comune siglato tra le varie famiglie indipendentiste britanniche. Il suo obiettivo è quello di elaborare strategie condivise in ambiti quali l’autodeterminazione politica o la cooperazione internazionale.
È importante segnalare che i firmatari dell’accordo si sono esposti in quanto rappresentanti dei propri partiti e non come capi di governo. Tra questi figurano John Swinney, primo ministro scozzese e Rhun ap Iorwerth, primo ministro gallese. Entrambi sono stati eletti recentemente, in occasione delle elezioni parlamentari di maggio 2026.
Anche Michelle O’Neill, prima ministra nordirlandese, ha firmato l’accordo. La sua posizione è meno sicura di quella dei suoi colleghi: nel 2027 l’Irlanda del Nord voterà per il rinnovo del Parlamento nazionale. La firma è perciò un modo per tenere alta l’attenzione sul tema in vista delle elezioni, che il suo partito, lo Sinn Féin, spera di vincere.
Il primo ministro inglese, Andy Burnham, ha ribadito la necessità di mantenere l’unità del Regno. Pochi giorni dopo la firma dell’accordo, Burnham ha incontrato il primo ministro irlandese, Micheál Martin. I due hanno ribadito l’importanza di tener fede a quanto sancito dagli Accordi del Venerdì Santo (1998), che regolano il processo di riunificazione irlandese.
Tra i firmatari del memorandum di Cardiff vi è infatti anche Mary Lou McDonald, Presidente dello Sinn Féin e leader dell’opposizione irlandese. Tuttavia, è verosimile che in questa fase il primo obiettivo degli indipendentisti non sia l’indipendenza vera e propria.
Burnham e la devolution: perché gli indipendentisti credono di poter ottenere qualcosa?
Secondo i sondaggi, non c’è ancora una maggioranza chiara a sostegno dell’indipendenza dei tre Paesi. Ma le circostanze politiche sono inedite: è la prima volta nella storia del Regno Unito che i tre Paesi non inglesi sono governati da tre partiti indipendentisti (Plaid Cymru per il Galles, Scottish National Party per la Scozia e lo Sinn Féin per l’Irlanda del Nord).
L’accordo è dunque da interpretare come un primo passo verso l’obiettivo finale, ovvero l’indipendenza. Un altro elemento che fa ben sperare i tre primi ministri sono le posizioni di Burnham in merito alla decentralizzazione.
Burnham è un convinto sostenitore della devolution, ovvero la decentralizzazione statale. Nel suo mandato da sindaco di Manchester, ha sostenuto la necessità di concedere più autonomia alle amministrazioni locali. Una posizione che ha ribadito anche come primo ministro, ritenendolo un punto programmatico chiave della sua attività di governo.
Si tratta di una linea meno rigida rispetto ai suoi predecessori, come Starmer, solitamente connotati da una linea più centralista sulla questione. A questo si aggiunge l’inaspettato endorsement di Donald Trump a favore di una riunificazione dell’Irlanda. Più che un sostegno concreto alla causa indipendentista, la pressione di Trump sul Regno Unito è legata a fattori esterni, come il recente accordo sulle Isole Chagos.
La posizione già fragile di Burnham e del Regno Unito è un’occasione per i leader indipendentisti di avanzare alcune richieste di autonomia. Ogni minima concessione di Westminster potrebbe tramutarsi in un passo in avanti verso l’indipendenza.
Il percorso verso l’indipendenza
Un altro motivo per cui è improbabile che l’obiettivo immediato sia l’indipendenza è il percorso legale che i Paesi devono seguire per ottenerla. Per quanto riguarda l’Irlanda del Nord, la cornice legale di riferimento sono i già menzionati Accordi del Venerdì Santo.
Secondo le disposizioni, l’autorità ricade nelle mani del Segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord, figura nominata dal primo ministro inglese. Il ruolo è attualmente ricoperto da Chris Bryant, che al momento ha dichiarato che un referendum sull’indipendenza non è una priorità.
Il Segretario ha il dovere di indire un referendum qualora gli appaia probabile che la maggioranza dei votanti sia a favore dell’indipendenza e della conseguente riunificazione. La formula è volutamente vaga, in modo da lasciare al Segretario una certa discrezionalità. In caso di voto favorevole all’indipendenza, verrebbe convocato un secondo referendum in Irlanda, in cui gli elettori dovrebbero confermare il risultato del primo.
L’indipendenza scozzese non è regolata da un trattato internazionale, ma dallo Scotland Act (1998). La legge stabilisce che la facoltà di trasferire le competenze necessarie per indire un referendum sulla questione spetta a Westminster. Così è accaduto nel 2014, quando il referendum fu respinto dal 55% dei votanti.
Il regolamento da seguire per il Galles è molto simile a quello previsto per la Scozia, con la differenza che non sono mai stati indetti referendum sul tema. Inoltre, gli ambiti su cui il Parlamento gallese può legiferare in autonomia sono molti meno rispetto a quelli concessi al Parlamento scozzese.
Cosa perderebbe l’Inghilterra dall’indipendenza?
Dal punto di vista macroeconomico, in uno scenario in cui i tre Paesi diventano indipendenti, Londra non avrebbe molto da perdere: l’Inghilterra vale da sola circa l’88% del PIL del Regno Unito. I principali svantaggi sarebbero legati ad alcuni settori cruciali.
In particolare, la Scozia detiene importanti giacimenti di gas e petrolio situati lungo il Mare del Nord. In una fase di aumento dei prezzi dell’energia, il danno sarebbe ancora maggiore. Inoltre, il principale partner commerciale della Scozia è l’Inghilterra, il che comporterebbe la perdita di scambi per un valore di circa 55 miliardi di sterline.
A livello militare, Londra perderebbe il controllo della base di Faslane, situata lungo la costa occidentale scozzese. È la sede principale dei sottomarini nucleari inglesi: un importante elemento di deterrenza la cui ricollocazione richiederebbe tempo e costi molto alti.
L’accesso al GIUK Gap, corridoio marittimo strategico situato tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, non sarebbe più garantito. Il danno maggiore, in questo caso, riguarderebbe la NATO e la sua capacità difensiva. Il GIUK Gap è infatti l’unico accesso verso l’Oceano Atlantico per i sottomarini militari russi, la cui attività nell’area si è intensificata negli ultimi anni.
Il costo maggiore derivante dall’indipendenza di Galles e Irlanda sarebbe perlopiù simbolico. La riunificazione dell’Irlanda avrebbe un valore storico tale da minare profondamente la proiezione internazionale inglese, sancendo anche il fallimento definitivo della Brexit.
Infine, la separazione costringerebbe Londra a riscrivere del tutto i codici legislativi, giuridici e fiscali unitari. Costi minori a livello economico, ma altamente simbolici dal punto di vista politico, oltre che un peso in più per un Paese dall’economia stagnante.
L’indipendenza può essere un’opportunità per l’Unione Europea?
L’Unione Europea potrebbe avere molto da guadagnare da un’ipotetica indipendenza dei tre Paesi dal Regno Unito. Il testo dell’accordo di Cardiff recita chiaramente che “il futuro delle nostre nazioni risiede nell’Unione Europea”. A questo aggiunge che “la Brexit ha danneggiato le nostre economie”, segnalando una spaccatura netta tra due progetti politici opposti.
Già nel 2016, il referendum sulla Brexit ha sancito una spaccatura tra l’elettorato scozzese e quello inglese, con il primo nettamente a favore del “remain”. Le ultime rilevazioni riportano inoltre che l’avvicinamento all’UE e l’indipendenza sono temi molto cari alle fasce più giovani.
Scozia e Galles dovrebbero ovviamente passare attraverso il complicato processo di adesione. Diverso è il caso dell’Irlanda: un’eventuale riunificazione non comporterebbe l’ingresso di un nuovo Stato membro.
Un’alternativa credibile potrebbe arrivare dall’Unione Europea stessa. L’intervento di Von der Leyen durante lo State of the Union, in cui ha proposto ufficialmente al Canada di diventare il primo membro associato dell’UE, potrebbe tracciare la strada verso una collaborazione più stretta tra le parti.
Si tratta di una formula ancora inesistente nel diritto europeo, ma che dovrebbe portare la partnership tra Canada e UE al più alto livello possibile. Una simile proposta nei confronti dei Paesi del Regno Unito avrebbe il vantaggio di non indispettire l’Inghilterra, ma rafforzare al contempo i legami politici ed economici già esistenti.
L’accordo di Cardiff ha il potenziale per avviare uno storico processo di indipendenza politica per i Paesi firmatari. Ma il contributo che questi potrebbero portare all’Unione Europea sarebbe significativo soprattutto dal punto di vista politico. Un eventuale avvicinamento o adesione dei Paesi del Regno Unito sarebbe infatti la risposta narrativa più efficace dell’UE nei confronti della Brexit e dell’euroscetticismo.
*Immagine di copertina: [Foto via Pixabay]





