Il 17 ottobre 2026 oltre mezzo milione di persone è sceso in piazza in tutta la Francia con una mobilitazione che ha prodotto saccheggi, coprifuoco e oltre 1.800 arresti.
A sei mesi dal primo turno delle elezioni presidenziali del 2027, ogni candidato ha dovuto scegliere da che parte stare e le scelte fatte in quei giorni raccontano già molto su chi arriverà al ballottaggio.
Il clima prima delle elezioni presidenziali del 2027
Le elezioni presidenziali del 2027 si avvicinano in un clima di forte instabilità e tensione politica. Dalle elezioni legislative del 2022, seguite alla decisione di Emmanuel Macron di sciogliere l’Assemblea nazionale nel 2024, la Francia ha attraversato una successione di governi incapaci di contare su una maggioranza parlamentare stabile. Ben 5 diversi governi negli ultimi quattro anni.
Il 17 ottobre 2026 più di mezzo milione di persone è sceso in piazza in tutta la Francia. La scintilla è stato il caro-vita, ma la mobilitazione ha rapidamente assorbito tutto il malcontento accumulato in anni di governi di minoranza e instabili. A Parigi i cortei sono sfociati in veri e propri atti criminali e in scontri, mentre a Limoges è stato persino incendiato il municipio storico. Il bilancio provvisorio comunicato dal governo nella notte del 17 ottobre parlava di 1.800 arresti. Il governo Lecornu ha risposto concoprifuoco notturno in alcune zone della capitale.
La CGT, il principale sindacato francese, ha convocato uno sciopero generale per il 5 novembre. Macron ha condannato le violenze e convocato un vertice d’emergenza, ma la risposta più interessante non è arrivata dall’Eliseo bensì da chi vorrebbe occuparlo l’anno prossimo.
Mélenchon: la piazza come campagna
Jean-Luc Mélenchon, candidato di estrema sinistra, ha partecipato alle manifestazioni, ha accusato il prefetto di polizia di Parigi di favorire il disordine con le scelte sul dispiegamento degli agenti, e ha scaricato la responsabilità dei disordini sul governo soffiando sulla protesta. La sua presenza fisica nelle piazze e la sua retorica hanno finito per renderlo il volto politico più visibile del movimento ed è inevitabile associarlo ai disordini che sono avvenuti.
Non è un caso. La France Insoumise (LFI), il partito di sinistra radicale fondato da Mélenchon nel 2016, non è alle origini della protesta, ma Mélenchon ha capito prima degli altri che quella piazza era un’opportunità. Il suo nome è tornato sui cartelli dei manifestanti, la sua sigla è diventata il riferimento politico più immediato di chi è sceso in piazza a chiedere un cambiamento. A 75 anni, alla sua quarta candidatura presidenziale, il leader di LFI ha trovato nella crisi di ottobre il carburante che mancava alla sua campagna.
I sondaggi post-protesta lo danno tra il 18% e il 20% al primo turno, numeri che lo collocano, insieme a Édouard Philippe (ex primo ministro di Macron e fondatore del partito centrista Horizons), tra i candidati più probabili a sfidare Le Pen al ballottaggio.
La posizione di Marine Le Pen resta inoltre legata alla sua vicenda giudiziaria. Condannata in primo grado nel marzo 2025 per appropriazione indebita di fondi pubblici europei, nel luglio 2026 ha ricevuto una nuova condanna in appello, con una pena di ineleggibilità ridotta che, allo stato attuale, le consente di candidarsi alle presidenziali del 2027. Le Pen ha però presentato ricorso in Cassazione: l’esito della vicenda potrebbe ancora incidere sulla sua candidatura. In caso di impedimento, Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National, rappresenterebbe l’alternativa naturale del partito.
Le Pen e Bardella: l’ordine come bandiera
Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno scelto la strada opposta, e probabilmente quella più redditizia in termini elettorali. Bardella ha dichiarato che il governo “sta crollando sotto il proprio peso”, mentre Le Pen ha usato le proteste per attaccare contemporaneamente Macron, colpevole di aver perso il controllo dello Stato, e Mélenchon, colpevole di alimentare il caos. Insieme hanno indicato le “popolazioni delinquenti di periferia” come i responsabili dei disordini.
Il riferimento alle banlieue riguarda le periferie urbane francesi, in particolare quelle delle grandi città, spesso caratterizzate da disuguaglianze economiche, difficoltà di accesso ai servizi e una significativa presenza di cittadini con origini straniere. Il termine è diventato centrale nel dibattito francese sulla sicurezza e sull’integrazione.
La strategia è quella di presentarsi come l’unica forza capace di garantire l’ordine che il centro non riesce a mantenere. Un sondaggio Ifop-Fiducial pubblicato il 22 ottobre dà Le Pen tra il 34% e il 38% al primo turno, due punti in più rispetto alle rilevazioni precedenti alle proteste. Al ballottaggio vincerebbe contro chiunque: con il 56% su Philippe, il 57% su Glucksmann, il 68% su Mélenchon.
Philippe e Glucksmann: il centro cerca una voce
Édouard Philippe e Raphaël Glucksmann hanno vissuto le proteste come un test difficile, e nessuno dei due sembra averlo superato brillantemente.
Philippe ha criticato Macron senza esporsi troppo, ha detto di aver “preferito decisioni e iniziative che consentissero il ritorno all’ordine e il ripristino dell’autorità dello Stato”. Compete con Glucksmann che ha vinto le primarie del centrosinistra l’11 ottobre 2026 con il 66% dei voti, battendo i candidati socialisti. Alle proteste ha provato a schierarsi con i manifestanti, ma, come hanno notato diversi osservatori, il risultato è apparso “poco più di un tentativo maldestro di imitare Mélenchon“. Ha poi condannato gli episodi di violenza, prendendo distanza da LFI, appellandosi ad una risposta più severa da parte delle autorità.
La Francia che va alle urne
Le proteste di ottobre hanno dato a Mélenchon visibilità e a Le Pen un’occasione per rafforzare la propria strategia sull’ordine pubblico. Hanno inoltre messo Philippe e Glucksmann di fronte alla difficoltà strutturale del centro in una Francia sempre più polarizzata.
A sei mesi dal primo turno, i sondaggi delineano una competizione in cui Le Pen parte da una posizione di forza, mentre Mélenchon e Philippe si contendono lo spazio per l’accesso al ballottaggio. L’ipotesi di una sfida tra la leader del Rassemblement National e il candidato della sinistra radicale è quindi uno scenario da considerare, ma non ancora un esito scontato.
La questione decisiva sarebbe allora quella del fronte repubblicano, l’alleanza elettorale informale che in passato ha contribuito a ostacolare l’avanzata dell’estrema destra. Un eventuale ballottaggio tra Le Pen e Mélenchon metterebbe alla prova la sua tenuta. È in questa incertezza, più che nei numeri delle manifestazioni, che si gioca una parte importante della corsa all’Eliseo.
*Immagine di copertina: [Foto di Linda H E via Unsplash]





