Mark Carney apre alla partecipazione canadese al programma Erasmus+. Gli scambi di studio esistono già, ma un accordo più ampio richiederebbe nuove intese tra Bruxelles, Ottawa e le province.
Studiare in Canada con Erasmus+ è già possibile, ma la proposta di Mark Carney potrebbe ampliare le opportunità. Nel suo discorso al Parlamento europeo del 17 settembre 2026, il primo ministro canadese ha indicato la partecipazione al programma come una possibilità da esplorare. Un eventuale accordo darebbe una cornice comune a una collaborazione che oggi dipende soprattutto da singoli progetti e intese tra università.
Gli scambi esistono già
L’idea di avvicinare il Canada al programma Erasmus+ potrebbe sembrare una novità, ma i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico sono già molto più stretti di quanto si possa pensare. Da anni studenti, ricercatori e università canadesi partecipano a scambi e progetti con partner europei. La proposta, quindi, non partirebbe da zero: proverebbe piuttosto a dare una struttura più stabile a una collaborazione già esistente.
Al vertice Canada–UE del 23 giugno 2025, accanto al nuovo partenariato sulla sicurezza e la difesa, Ottawa e Bruxelles hanno indicato tra le priorità una maggiore mobilità nel campo dell’istruzione superiore e della ricerca, insieme a un migliore riconoscimento delle qualifiche.

[Crediti Foto: Grafico curato dalla Redazione]
I dati ne restituiscono le dimensioni. Secondo il rapporto ufficiale sulle relazioni Canada–UE, nel 2022-2023 erano previste 587 mobilità di studenti e personale dal Canada verso i Paesi Erasmus+ e 485 mobilità di personale nella direzione opposta. Tra il 2021 e il 2024, inoltre, 125 studenti canadesi hanno ottenuto borse Erasmus Mundus per frequentare master congiunti.
Formalmente, il Canada resta comunque fuori dal gruppo dei Paesi associati al programma. Nella Guida Erasmus+ 2026 compare tra i “Paesi terzi non associati”, nella Regione 12 insieme agli Stati Uniti. Ma questa definizione non equivale a un’esclusione: significa semplicemente che università e organizzazioni canadesi possono partecipare solo alle azioni aperte alla dimensione internazionale del programma e secondo le condizioni previste da ciascun bando.

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Anche il Parlamento europeo sembra voler spingere verso una cooperazione più ampia. Nella raccomandazione dell’11 marzo 2026, gli eurodeputati hanno chiesto di facilitare ulteriormente gli scambi transatlantici e di esplorare le opportunità offerte dal programma.
Che cosa cambierebbe per gli studenti?
Per gli studenti, il cambiamento riguarderebbe non tanto la possibilità partire che di fatto esiste già, quanto nella semplificazione delle procedure e nella continuità dell’offerta. Oggi gli scambi dipendono dagli accordi della propria università e dai fondi disponibili per ciascun progetto. Un’eventuale associazione del Canada potrebbe ampliare le opportunità e rendere la mobilità più regolare e più semplice da programmare.
C’è poi la questione dei costi. Studiare in Canada come studente internazionale può comportare rette elevate, dai 15.000 ai 25.000 euro circa. Negli scambi Erasmus+, invece, l’università ospitante non può chiedere tasse per iscrizione, insegnamento o esami. Questo vantaggio esiste già per le mobilità ammesse: un accordo più ampio potrebbe estenderlo a un maggior numero di studenti. Oltre alle rette accademiche però sorgerebbero altri problemi. Grandi città come Vancouver e Toronto hanno costi della vita molto elevati, solo per vitto, alloggio e una copertura sanitaria si possono raggiungere i 1.500 euro al mese. Senza un ripensamento del budget delle borse di studio per le mete europee (raramente oltre i 700 euro al mese) il soggiorno rischia di non essere alla portata delle famiglie meno benestanti.
A rendere il Canada interessante per chi sceglie l’ateneo di destinazione non è solo la qualità degli studi, ma l’opportunità di accedere a percorsi su misura in ambienti multiculturali: lo studente può infatti orientarsi tra grandi campus di ricerca anglofoni oppure scegliere la specificità accademica e linguistica delle università francofone in Québec. Per gli studenti canadesi, a loro volta, diventerebbe più semplice accedere alle opportunità di studio in Europa.
“Entrare in Erasmus+” non è soltanto una decisione politica
Le norme europee consentono l’associazione del Canada, ma arrivare a un accordo richiederebbe diversi passaggi politici, finanziari e amministrativi. L’articolo 19 del regolamento UE 2021/817 consente anche ad altri Paesi terzi di associarsi al programma attraverso un accordo specifico. Nel quadro attuale, però, i Paesi associati partecipano a Erasmus+ nella sua interezza: per il Canada servirebbe quindi un’intesa con l’UE sulle condizioni di partecipazione, sui contributi finanziari e sulla gestione del programma. Non esiste, oggi, una formula di associazione limitata soltanto ad alcune sue componenti.
Il passaggio forse più delicato, però, sarebbe tutto canadese. Il Paese non ha un ministero federale dell’Istruzione né un unico sistema nazionale. Come ricorda il Consiglio dei ministri dell’Istruzione canadese, scuola e università dipendono in larga parte da province e territori. Per Ottawa, quindi, non basterebbe trovare un’intesa con Bruxelles: servirebbe anche mettere d’accordo governi locali e atenei su fondi, responsabilità e gestione del programma.
È qui che il tema dei crediti diventa qualcosa di più di una questione tecnica. Erasmus+ si è sviluppato in Europa insieme a un sistema, l’ECTS (European Credit Transfer and Accumulation System), pensato proprio per rendere comparabili i periodi di studio svolti in università diverse.
L’equiparazione dei crediti e la creazione di standard condivisi sono le tappe obbligate che hanno già dovuto affrontare altri Paesi terzi entrati a pieno titolo nel programma nel corso degli anni: è il caso, ad esempio, della Turchia, della Macedonia del Nord e, più recentemente, della Serbia (associatasi a pieno titolo nel 2019). Questi Stati hanno dovuto recepire i parametri del Processo di Bologna e istituire un’apposita Agenzia Nazionale per vigilare sulla trasparenza del riconoscimento esami.
Il Canada non dispone invece di un sistema nazionale equivalente: il riconoscimento dei crediti è organizzato in modo diverso tra province e istituzioni, tanto che da anni lo stesso Consiglio dei ministri dell’Istruzione lavora per facilitare il trasferimento anche all’interno del Paese.
La Higher Education Strategy Associates individua nel coordinamento interno uno degli ostacoli centrali della proposta. Non basterebbe stabilire un’equivalenza tra crediti canadesi ed ECTS: gli atenei dovrebbero garantire in anticipo il riconoscimento degli studi svolti all’estero. Province, università e organismo incaricato di gestire il programma dovrebbero quindi concordare procedure e responsabilità.
Resta poi il nodo economico. Le rette degli studenti internazionali rappresentano una fonte importante di entrate per numerosi atenei canadesi, e un aumento degli scambi esenti da tasse potrebbe incontrare resistenze. Il rapporto tra le due forme di mobilità, tuttavia, non è automatico: uno studente Erasmus non sostituisce necessariamente uno studente pagante, e molte università hanno già accordi di scambio reciproco.
È su questi dettagli, molto più che sugli annunci politici, che si giocherà la partita.
Verso il 2028: le opzioni sul tavolo
È con il prossimo ciclo Erasmus+ 2028-2034 che le possibilità potrebbero però ampliarsi. In vista del nuovo programma, si possono delineare tre scenari.
Il primo è il più prudente: mantenere l’attuale modello, aumentando il numero di accordi tra università e le opportunità di mobilità senza cambiare lo status del Canada. Sarebbe la strada più semplice, ma continuerebbe a rendere l’accesso molto dipendente dai singoli atenei e dai progetti disponibili.
Il secondo scenario dipende invece da una novità prevista per il prossimo ciclo. La proposta della Commissione per Erasmus+ 2028-2034 introduce infatti il concetto di associazione parziale per i Paesi terzi, successivamente precisato anche nella posizione del Consiglio dell’UE. Per il Canada potrebbe significare la possibilità di partecipare soltanto ad alcune componenti del futuro programma, senza dover aderire fin dall’inizio a Erasmus+ nella sua interezza.
Il terzo scenario è il più ambizioso: una partecipazione ampia, che inserisca stabilmente il Canada nel programma. Sarebbe anche lo scenario più complesso, perché richiederebbe un accordo finanziario, un coordinamento interno con province e università e regole comuni sufficientemente solide da sostenere flussi di mobilità molto più ampi.
Un precedente incoraggiante esiste già. Dal luglio 2024 il Canada partecipa a Horizon Europe nella parte dedicata alla ricerca collaborativa. Non significa che Erasmus+ seguirà automaticamente la stessa strada, ma dimostra che le due parti sono già riuscite a costruire un accordo strutturato su uno dei principali programmi europei.
Quando la mobilità diventa soft power
Un’eventuale associazione avrebbe effetti anche oltre gli scambi. Per partecipare, il Canada dovrebbe rendere compatibili alcune procedure con quelle del programma, dal riconoscimento degli studi alla gestione dei fondi. L’attrattiva delle opportunità offerte potrebbe così favorire riforme e accordi interni che, senza questa prospettiva, avrebbero meno slancio.
È qui che emerge il soft power europeo: la capacità di orientare le scelte di un Paese esterno attraverso i vantaggi della cooperazione. L’accesso al programma diventerebbe un incentivo ad avvicinare regole e pratiche amministrative a quelle europee, producendo cambiamenti e incentivando riforme anche fuori dai confini dell’Unione.
Dalle proposte alle partenze
Per ora, la partecipazione canadese resta una prospettiva. Carney ha portato il tema nell’agenda politica, ma un eventuale accordo richiederebbe ancora un negoziato, il coinvolgimento delle province e un’intesa su costi e gestione.
Per gli studenti, il suo valore si misurerebbe in condizioni concrete: borse adeguate al costo della vita, riconoscimento degli esami definito prima della partenza e bandi semplici da trovare e comprendere. Ampliare gli scambi esistenti potrebbe, intanto, aiutare a individuare gli ostacoli da superare.
Il 2028 potrebbe segnare il passaggio dalle intenzioni a una struttura più stabile, ma molto dipenderà dalla capacità di Ottawa, Bruxelles, province e università di trovare un terreno comune.
*Immagine di copertina: [Immagine generata con ChatGPT (OpenAI)]
Analisi a cura di Francesco De Giorgi e Leonardo Vecchietti





