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Elezioni in Spagna, chi è il vincitore?

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I risultati della quarta tornata elettorale in quattro anni hanno consegnato alla Spagna un parlamento ancora frammentato.

I risultati 

Il partito socialista spagnolo (PSOE), guidato da Pedro Sánchez, ha vinto nuovamente le elezioni. I socialisti riconfermano dunque le vittorie ottenute alle europee e alle legislative dello scorso aprile. Tuttavia, quello che è certo è che Sánchez non esce da queste elezioni da vincitore assoluto. Il PSOE è infatti rimasto stabile, non riuscendo ad aumentare i consensi ma perdendo 3 seggi rispetto all’ultima tornata.

A uscire rivoluzionato è l’equilibrio all’interno del blocco dei partiti di destra. I consensi sono aumentati solo marginalmente visto che si è passati da un totale di 147 seggi a 150 sommando i voti del Partito Popolare (PP), di Ciudadanos (Cs) e di Vox. Ma se Cs aveva stupito nelle scorse elezioni, arrivando a insediare il ruolo dei popolari come partito principe della destra, la tornata di domenica scorsa ci ha consegnato uno scenario totalmente diverso. Vox, formazione di estrema destra entrata per la prima volta in parlamento nell’aprile scorso, raddoppiando i consensi è diventata il terzo partito del paese. I popolari risorgono invece dalla batosta di aprile e recuperano 22 seggi, portando in tutto 88 membri in parlamento. Crollano quindi i moderati di Cs, passando dai 57 seggi di aprile ai soli 10 di domenica scorsa.

 

Nell’elaborazione del Corriere della Sera, il grafico mostra i risultati dei partiti alle elezioni del 10 novembre rispetto ad aprile

A sinistra, Podemos accentua la sua crisi senza tuttavia subire un tracollo e perde 7 seggi. Pesa sul risultato del partito guidato da Pablo Iglesias la scissione portata avanti da Mas País, nuova formazione che si accaparra 3 seggi. Ottimo risultato invece per i partiti indipendentisti di tutto il paese. Emergono i partiti catalani Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e Junts per Catalunya (JxCat) che annoverano rispettivamente 13 e 8 seggi. Entrano in parlamento anche membri dei vari partiti indipendentisti baschi, galiziani e navarrini.

Due elezioni in pochi mesi

Il motivo che ha spinto Sánchez a convocare nuove elezioni per il 10 novembre, a soli sette mesi dalle ultime consultazioni, è stato il fallimento dei colloqui portati avanti con Pablo Iglesias nel tentativo di costruire una maggioranza di governo.

Il confronto tra la composizione del parlamento di aprile e quello di novembre. Fonte: Ministero degli Interni spagnolo

A plasmare il dibattito elettorale e ad influire pesantemente sul suo risultato è stata certamente la questione catalana. Il nazionalismo di Barcellona ha infatti accentuato il terremoto politico di cui soffre la Spagna da oramai quasi un lustro. Ad inasprire ulteriormente il dibattito ha contribuito la pubblicazione dalla sentenza che ha colpito i leader indipendentisti a poche settimane dal voto. La condanna, tra gli altri, di Oriol Junqueras (presidente di ERC) a 13 anni e l’intransigenza dei socialisti ha privato Sánchez di un ulteriore possibile alleato nella creazione di una maggioranza. La scarcerazione dei leader politici è tutt’oggi uno degli argomenti su cui le divergenze sono più acute. Se per gli indipendentisti è imprescindibile, Sánchez ha già dichiarato come ogni tipo di amnistia sia impraticabile.

Da anni ormai le formazioni indipendentiste, tra cui soprattutto i partiti catalani, giocano un ruolo fondamentale per garantire ai governi i numeri necessari per la fiducia e il varo di alcune leggi. L’importanza di questi partiti, i cui numeri possono sembrare irrisori, è infatti determinante, complice la fine del bipartitismo, vista l’impossibilità di costruire maggioranze egemoniche.

L’inasprirsi della crisi in Catalogna ha fatto si che i socialisti si alienassero il sostegno di ERC nel futuro processo di formazione di un governo. Attaccato e insidiato dalle destre sul tema dell’indivisibilità del paese, Sánchez si è di fatti trovato obbligato a negare ogni tipo di dialogo alle formazioni indipendentiste. L’atteggiamento di forte intransigenza contro gli indipendentisti, argomento cardine della propaganda di Vox, ha anche accentuato i contrasti dei socialisti con Podemos. Questi ultimi, pur non essendo indipendentisti, si sono in passato dichiarati favorevoli allo svolgimento di un referendum legale; ciò avverrebbe per permettere alla grossa fetta di elettorato catalano favorevole all’indipendenza di potersi esprimere (circa il 50% degli elettori ha votato per partiti indipendentisti).

Il futuro governo

Gli scenari futuri sono alquanto difficili da prevedere. Nonostante il fallimento delle negoziazioni di aprile, nella notte tra lunedì e martedì è stato siglato un accordo tra Sánchez e Iglesias per la creazione di un futuro governo. Sánchez ricoprirà il ruolo di Primo Ministro e Iglesias avrà le funzioni di vice. Stupisce notare che se questo accordo fosse stato firmato ad aprile, i due partiti avrebbero avuto numeri molto più agevoli per governare. Vista però la decisione del PSOE di far saltare le trattative e tornare ad elezioni, per la creazione di una maggioranza la strada è ancora lunga. I 21 seggi che mancano all’appello per ottenere la fiducia andranno trovati altrove, sperando nell’astensione di alcuni partiti minori che permettano in questo modo la nascita del governo.

La creazione di una maggioranza necessiterebbe della collaborazione di quei partiti che nel giugno del 2018 avevano votato la sfiducia costruttiva contro il governo Rajoy. Ciò ha permesso a Sánchez di insediarsi alla guida di un nuovo esecutivo. Sarebbe dunque fondamentale l’apporto dei partiti indipendentisti catalani e baschi. Le recenti tensioni tra ERC e i socialisti però non lasciano presagire nulla di buono. Per ottenere il supporto di ERC, Sánchez dovrebbe certamente fare dei passi indietro rispetto all’atteggiamento tenuto in campagna elettorale, rischiando dunque di infiammare ancora di più la destra oltre a perdere consensi anche all’interno del proprio partito. Va detto che in ogni caso prima o poi il governo dovrà concedere ai catalani quantomeno la possibilità di dialogare. L’idea quindi di allearsi con il maggior partito indipendentista potrebbe giocare a favore di Sánchez qualora l’operazione andasse in porto, ma questo costerebbe concessioni difficilmente digeribili dal resto del paese.

La maggioranza impensabile

Sembrerebbe inoltre essere tramontata la possibilità di assistere alla creazione di una maggioranza supportata da socialisti e popolari. Da sempre stati acerrimi rivali e, fino agli ultimi anni, attori unici della vita politica del paese, i due partiti del novecento si sono alternati al governo sin dalla fine della dittatura. Visto il naufragio delle trattative di aprile tra PSOE e Podemos, le elezioni di domenica hanno consegnato un parlamento in cui l’unica maggioranza possibile sarebbe quella di socialisti e popolari. La creazione di una simile maggioranza avrebbe sicuramente garantito una forte stabilità al paese ma, allo stesso momento, avrebbe avuto un effetto devastante sugli equilibri politici.

I popolari hanno già fatto sapere che la notizia dell’accordo raggiunto tra PSOE e Podemos permetterà loro di svolgere il compito all’opposizione a pieno regime, non sentendosi dunque forzati a dover partecipare a un governo per senso di responsabilità. L’alleanza con i socialisti avrebbe infatti permesso a Vox di aumentare ulteriormente i consensi puntando sul malcontento che tale scelta avrebbe generato.

Cosa aspettarsi

La convocazione di nuove elezioni, nella testa di Sánchez, sarebbe servita a ridurre il peso politico di Podemos e popolari. Il piano per far aumentare i consensi del proprio partito ha però funzionato solo nel primo caso. Le ultime elezioni hanno infatti generato l’attuale situazione in cui la possibile maggioranza tra PSOE e Podemos è in difetto di 21 voti. Ciò che Sánchez e Iglesias dovranno fare, a partire da oggi, è convincere la galassia dei partiti indipendentisti ad astenersi sulla fiducia. Basterebbe l’astensione di ERC e JxCat, visto che i due partiti indipendentisti catalani contano esattamente 21 deputati. Per ottenere ciò è però fondamentale dare una svolta all’impasse che ha travolto le relazioni tra Barcellona e Madrid. Da non escludere infine il possibile coinvolgimento di Cs che, in netto calo dopo le ultime elezioni, potrebbe giocare un ruolo fondamentale decidendo di astenersi.

Stefano Mazzola
Milanese, nato nel 1998. Appassionato di politica e Medio-Oriente, studio Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano. Il primo libro che mi hanno regalato a cinque anni era una raccolta delle bandiere del mondo e, dopo averle imparate tutte, ho capito che per essere felice ho bisogno di esplorare. Nutro una passione sfrenata per le rivoluzioni e amo raccontarle.

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