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Come il caporalato sfrutta la manodopera straniera

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Uno dei temi più discussi durante la crisi da coronavirus e, in particolare, durante la quarantena è stato quello dello sfruttamento dei braccianti stranieri nelle campagne. Secondo la Coldiretti, maggiore associazione di rappresentanza del settore agroalimentare italiano, nel nostro Paese ogni anno vengono impiegati regolarmente circa 370mila lavoratori agricoli stranieri, più del 25% del totale degli impiegati del settore, che però aumenterebbero parecchio considerando anche coloro che non sono impiegati regolarmente, e per questo non conteggiati nelle statistiche ufficiali.

Il contributo dei braccianti stranieri è ancora più fondamentale nel tessuto produttivo considerando il peso che l’agricoltura ha sull’economia italiana. Come indicato in un precedente articolo sul caporalato, l’agricoltura è, infatti, uno dei settori in cui l’Italia mantiene una posizione di primo piano a livello europeo e mondiale.

Nonostante la centralità di questi lavoratori in un settore così importante per la nostra economia, i braccianti stranieri sono spesso vittime di vessazioni e sfruttamento, in particolare a causa del fenomeno del caporalato. Secondo un’indagine di The European House – Ambrosetti, dei circa 430.000 lavoratori agricoli a rischio di caporalato in Italia, l’80% sono stranieri.

Braccianti al lavoro nei campi. Foto di Radio Alfa.

Perché gli stranieri sono così a rischio?

Uno dei fattori fondamentali per la prosperità del caporalato è la presenza sul territorio di individui suscettibili allo sfruttamento. Questi sono spesso proprio gli stranieri, a prescindere dal loro status legale nel Paese.

In particolare, gli stranieri “irregolari”, ovvero senza permesso di soggiorno, sono la categoria più a rischio di sfruttamento. Infatti, a causa della normativa in materia di immigrazione, le persone che si trovano in Italia senza permesso di soggiorno sono imputabili di reato, e quindi private della possibilità di lavorare legalmente. Al contempo l’unico modo in cui è possibile ottenere un permesso di soggiorno è grazie all’intervento di un datore di lavoro che provveda loro un contratto regolare.

Viene creato quindi un circolo vizioso in cui queste persone sono spinte ad accettare anche le peggiori condizioni di sfruttamento pur di sopravvivere e sono meno disposte a denunciare la propria situazione, per paura di precludersi la strada verso un permesso di soggiorno che sarebbe solo possibile dal momento in cui il datore di lavoro redigesse un regolare contratto, oltre che per paura di essere espulsi dalle autorità. Questi gruppi vivono quindi isolati e, come sottolineato da Oxfam Italia e “Terra!” nel loro studio sulle filiere agricole in Italia, per molti braccianti senza permesso di soggiorno, il caporale rappresenta l’unico punto di riferimento della comunità. “Spesso sono proprio i lavoratori che preferiscono organizzarsi con un (caporale, n.d.r.) per avere in maniera più rapida un lavoro” spiega Angelo Cleopazzo, impegnato da oltre dieci anni nella lotta allo sfruttamento nel Salento insieme a Diritti a Sud.

Il possesso di un regolare permesso di soggiorno non è però necessariamente indicativo di condizioni lavorative dignitose. Infatti, un report della Caritas ha sottolineato come, oltre alla condizione giuridica, il disorientamento culturale e la mancanza di integrazione siano dei fattori che spesso portano a un maggiore livello di fragilità, impedendo la negoziazione di condizioni migliori da quelle offerte dai caporali, anche per quelle comunità presenti legalmente in Italia, come gli immigrati comunitari delle zone più povere di Romania e Bulgaria o i rifugiati. Infatti, secondo un’analisi demografica condotta dall’associazione cattolica, il Progetto Presidio, i migranti tendono ad avere un basso livello di istruzione e più della metà dichiara di avere almeno qualche difficoltà a comprendere l’italiano, fattori che li rendono più esposti a truffe riguardo a questioni contrattuali. Un’analisi della Flai-Cgil in Sicilia sembra indicare che il livello di integrazione sia un fattore fondamentale. Infatti, i dati mostrano come sia più facile che la comunità tunisina, presente sull’isola dagli anni ’90, ottenga retribuzioni più in linea con i contratti minimi nazionali rispetto alla comunità rumena, arrivata solo a partire dall’accesso della Romania in Ue nel 2007 e quindi meno stabilita e integrata, nonostante il suo stato comunitario.

Un bracciante in Salento. Foto di Alessandro Bollino per Diritti a Sud.

I danni

La pratica del caporalato, oltre a causare un mancato gettito contributivo stimato intorno ai 600 milioni di euro all’anno e a finanziare il business delle agromafie, il cui valore ammonta a 4,8 miliardi di euro secondo l’Opr, pone gravi rischi per i braccianti. Gli infortuni sono comuni con il 72% dei lavoratori che presenta malattie che prima della stagionalità non si erano manifestate, mentre le donne sono spesso vittime di violenza fisica e sessuale secondo uno studio realizzato da Oxfam Italia e Terra!.

Sono inoltre tragicamente diffuse le morti sul lavoro: secondo un articolo pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) nel 2019, nei precedenti sei anni sarebbero morti oltre 1500 lavoratori agricoli, italiani e stranieri.

In molti casi, poi, queste morti sono causate dalle condizioni abitative estreme collegate allo sfruttamento nei campi: sarebbero almeno 100.000 i braccianti stranieri che soffrono di un disagio abitativo e ambientale, spesso vivendo in tendopoli o in casolari dismessi nelle campagne senza accesso né ad acqua corrente né a servizi igienici. In particolare, Yvan Sagnet, un ex bracciante ora impegnato nella battaglia per i diritti dei lavoratori agricoli, parla nel suo libro “Ghetto Italia” dell’esistenza di 50/70 tali ghetti per lavoratori stranieri. I tragici esempi di questo fenomeno abbondano: da San Ferdinando, una tendopoli nella piana di Gioia Tauro dove nel giro di un anno si sono consumati tre incendi letali che hanno causato almeno 3 morti e vari feriti; a Borgo Mezzanone, una baraccopoli adibita a centro di braccianti nei pressi di Manfredonia, un fondamentale snodo agricolo dove vengono prodotti il 40% dei pomodori da trasformazione in Italia e 2.000 persone vivono in condizione di sfruttamento nei campi, mentre le donne sono forzate alla prostituzione.

In particolare, quest’ultima è simbolica di come le istituzioni spesso chiudano un occhio davanti alle sofferenze dei braccianti stranieri: sorta proprio fuori da un Centro di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara), questa “cittadina” è una chiara violazione della normativa in materia di lavoro agricolo stagionale, secondo cui la responsabilità per l’alloggio dei lavoratori dovrebbe essere a carico delle aziende.

È, inoltre, importante tenere conto del costo psicologico che questa situazione di sfruttamento ha sui lavoratori: “Più della metà dei lavoratori che ho conosciuto in questi 11 anni soffre di disturbi psicologici e depressione. Alcuni sconfinano […] nell’alcool, altri soffrono (per, n.d.r.) le torture ricevute durante il viaggio, altri scontano una lunghissima assenza dai propri affetti e di lontananza” racconta Angelo ai microfoni di Orizzonti Politici.

Una scena di lavoro nei campi di SfruttaZero nel 2017. Foto di Alessandro Bollino per Diritti a Sud.

A che punto siamo?

Il 10 giugno, in seguito ad una retata della Guardia di Finanza battezzata “Operazione Demetra”, 52 persone sono state arrestate e 14 aziende agricole sono state sequestrate nelle sole provincie di Cosenza e Matera in quella che è stata una delle maggiori operazioni punitive portate avanti dalle forze dell’ordine contro il sistema del caporalato negli ultimi anni. Alcune intercettazioni hanno inorridito il pubblico, mostrando alcuni caporali riferirsi ai braccianti come “scimmie” e suggerire che gli fosse data da bere acqua da un fosso di scolo.

Una eventuale buona riuscita di questa operazione sarebbe già un traguardo importante, a nove anni dal fatidico sciopero di Nardò del 2011, dove circa 1.200 persone rimasero senza andare a lavorare nei campi per ben 45 giorni, bloccando la produzione agroalimentare in buona parte del Salento e accendendo per la prima volta i riflettori dei media nazionali sul problema. Nel 2016 ci fu poi un altro passo avanti quando, in seguito alla morte per stanchezza di Paola Clemente, una 49enne di San Giorgio Jonico (Ta), venne passata la Legge 199, criminalizzando finalmente il caporalato.

Nonostante questi sviluppi simbolici però, la situazione sul campo rimane spesso tragica, come racconta Angelo Cleopazzo a proposito della sua esperienza di attivismo con Diritti a Sud proprio nell’area di Nardò. Qui il ghetto è stato sostituito da un campo di container ai margini della città in cui i braccianti sono sottoposti a “forti limitazioni alla libertà personale”. “Non consideriamo questi posti come qualcosa che migliora l’inclusione sociale” lamenta Angelo, affermando che il sistema del reclutamento, gestito quasi sempre da un intermediario illegale, rimane forte. “Credo che ci sia una scarsa volontà da parte delle istituzioni ad imporre una presenza”.

La risoluzione di questo problema è complessa e passa per una serie di fattori. Alcuni, tra cui il Procuratore Giovanni Salvi, hanno proposto una riforma del sistema dell’immigrazione stagionale che possa provvedere un punto d’incontro legale tra domanda ed offerta di lavoro; altri, come il già citato Yvan Sagnet, richiedono un maggiore controllo della filiera agricola, in particolare nel modo in cui sono allocati i fondi europei.

Infine, una delle proposte più interessanti ed innovative passa per una riforma della filiera agricola con una maggiore attenzione all’eticità del cibo, come richiesto da Aboubakar Soumahoro al governo durante gli Stati Generali delle ultime settimane, ma anche da varie associazioni che operano sul territorio. In particolare, Diritti a Sud ha iniziato nel 2015 un progetto di produzione etica di passata di pomodoro con Solidaria, un’associazione di Bari. Questo prodotto, insieme a molti altri nel progetto FuoriMercato si dà come obiettivo di dimostrare che è possibile produrre nel settore agroalimentare rispettando i diritti dei braccianti e interrompendo un trend che punta alla riduzione dei prezzi anche a costo di ignorare i costi di produzione reali.

Giovanni Simioni
Nato nel 1999 a Milano e da sempre interessato alla politica, studio Scienze Politiche all’Università Bocconi. Sono entrato in OriPo per avere una scusa per studiare in maniera approfondita ciò che prima era solo una passione da perseguire nel tempo libero.

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