Esiste un legame poco raccontato ma decisivo che permea le nostre società: è quel nesso inscindibile tra potere politico ed energia, intesa come produzione, distribuzione e consumo di energia per le persone. Dal riscaldamento in casa al combustibile per la macchina, l’alimentazione del telefono o l’illuminazione di un parco, l’energia è la linfa vitale che manda avanti tutte le moderne attività umane, direttamente o indirettamente. Tuttavia, quando si parla di energia siamo abituati ad un racconto quasi sempre tecnico o operativo. Parliamo di fonti fossili e rinnovabili come di uno scontro tra visioni diverse della tecnologia, o del rapporto tra umano e natura; oppure ne parliamo quando dobbiamo decidere a quale operatore rivolgerci per avere la bolletta più economica. In questo contesto il grande assente è tuttavia la politica, intesa come l’insieme di regole che scegliamo, consapevolmente o inconsapevolmente, per convivere insieme. I rapporti di forza, i centri dove vengono prese le decisioni, le relazioni tra abitanti di una comunità (che sia un piccolo villaggio di campagna od uno Stato) sono elementi mancanti nei discorsi sull’energia.
In Carbon Democracy – political power in the age of oil, l’autore Timothy Mitchell ripercorre la storia della democrazia liberale a partire dal suo intreccio con la scoperta e l’utilizzo dei combustibili fossili all’alba dalla prima rivoluzione industriale. Come sostiene l’autore, l’espansione del carbone, resa possibile dall’uso della forza motrice per accedere alle profondità della terra alla ricerca di giacimenti di carbone, ha consentito lo sviluppo della grande industria e della città moderna, e nelle nuove miniere, fabbriche e stabilimenti industriali è sbocciata la vita urbana moderna con i conseguenti i conflitti politici che ancora oggi animano il discorso pubblico, come quello tra capitale e lavoro o tra campagna e città. Con il petrolio, dalla seconda metà del XIX sec. è nata una fiorente industria di big corporations, tra cui le famose BP, Shell, Exxon e più tardi il player di casa nostra ENI, che ha acquistato una concentrazione di potere smisurato fino ad arrivare a determinare l’indirizzo politico di Governi e le relazioni geopolitiche tra Nazioni. Il petrolio e l’energia derivante da esso ha contribuito a costruire lo stile di vita delle moderne democrazie, quello a cui siamo abituati oggi. Le economie stesse sono nate e cresciute nel segno dei combustibili fossili.
Ripensare questo sistema attraverso l’utilizzo delle rinnovabili ha significato non solo cambiare modo di produrre, distribuire e consumare energia, ma anche lo stesso architrave su cui quel sistema è stato costruito. Questo è il motivo per cui, nonostante i progressi enormi sul fronte delle fonti di energia alternativa, il famoso phase out dalle fonti fossili richiesto a gran voce all’ultima COP28 è ancora molto osteggiato politicamente e difficile tecnicamente . Posti di lavoro a rischio e sicurezza energetica messa a repentaglio sono solo alcuni dei problemi a cui si va incontro nella transizione energetica. Per questo si parla di carbon lock-in, ovvero la situazione secondo cui per l’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) le infrastrutture o asset ad alta emissione continuano a essere utilizzati, nonostante la possibilità di sostituirli con soluzioni a basse emissioni, con il risultato di ritardare o impedire la transizione a soluzioni a basse o zero emissioni. In altre parole, le economie industriali sono rimaste vincolate a sistemi energetici fondati sui combustibili fossili a causa di una coevoluzione tra tecnologia e istituzioni. In questo intreccio in cui si è creata una vera e proprio dipendenza da tecnologie sviluppate attorno ai fossil fuels si è costituito il carbon lock-in. Questo fenomeno non solo contribuisce al collasso climatico, data la produzione smisurata di emissioni di carbonio, ma produce fallimenti di mercato e politiche inefficaci, ostacolando l’adozione di tecnologie che riducono le emissioni di carbonio, anche quando queste presentano chiari benefici ambientali ed economici.
La Democrazia energetica
Il sistema energetico costruito attorno a questi assi è un modello di produzione centralizzato, in cui pochi players che producono energia (ad esempio le compagnie petrolifere menzionate poc’anzi) detengono fette consistenti di mercato, e vendono ad altre compagnie, i Transmission System Operator (TSO), o distribuiscono loro stesse l’energia. L’energia passa attraverso le grids (griglie) nazionali, le infrastrutture attraverso le quali l’energia viene portata a famiglie ed imprese in case, edifici, uffici ed altre strutture utilizzano elettricità. In questo contesto, l’agency dei consumatori finali (la cui stessa terminologia passivizza la persona che utilizza l’energia) è ridotta alla sola scelta di un operatore energetico invece che un altro in un mercato quasi-concorrenziale o più propriamente oligopolistico, dove la scelta è comunque ristretta a poche possibilità in un contesto caratterizzato da una netta asimmetria informativa tra utente finale e venditore di energia. Questa “centralizzazione” dell’energia si è sviluppata di pari passo alle fonti fossili che hanno plasmato l’industria dei produttori. Un processo che era necessario e vantaggioso a partire dallo sviluppo industriale, in particolare del secondo dopoguerra: la necessità di diffondere la rete energetica a livello nazionale, garantendo l’ottimizzazione dei costi (in termini di economie di scala, innovazione diffusa e manutenzione integrata) e una maggiore capacità di soddisfare la domanda, ancora oggi, delle industrie altamente energivore, come quella manifatturiera. All’epoca, era la risposta migliore da dare per garantire il massimo benessere dei cittadini e innescare il boom economico degli anni successivi. Tuttavia, l’energia così prodotta “non è democratica”, nel senso che l’intero processo, dalla produzione al consumo, non è soggetto ad una logica democratica e partecipativa, ma è demandata completamente al mercato.
Negli ultimi due decenni, ed in particolare gli anni dal 2010 in poi, è maturato nell’opinione pubblica un forte senso di responsabilità climatica di fronte al climate change, sospinto dagli innumerevoli moniti della comunità scientifica e dalla forza degli attivisti. Non si è trattato, come si può pensare, solo di un cambio di paradigma tecnologico, ma anche di un ripensamento politico dell’energia. Insieme alla lotta per il clima, diversi sono i movimenti sociali che hanno spinto per una democratizzazione dell’energia, per cui è stato coniato il concetto di Energy Democracy. Energy Democracy (ED) significa redistribuire il potere economico e decisionale rendendo i cittadini destinatari, parti interessate e titolari di conti dell’intero settore energetico. Accanto ad Energy Democracy si è sviluppato un altro concetto, l’Energy Citizenship (cittadinanza energetica) simile ma non uguale al precedente. L’Energy Citizenship (EC) può essere riassunta come l’idea per cui il cittadino (questa definizione è già restrittiva di per sé perché si riferisce solo a persone con cittadinanza) assume un ruolo attivo nelle decisioni energetiche, come ad esempio il tipo di energia o il modo in cui viene prodotta. Questi due concetti, interrelati tra loro, si propongono di umanizzare l’energia (humanizing energy), ovvero l’idea di rendere l’energia “umana”, parte di una considerazione più ampia che la vede inserita in un discorso non solo tecnico, ma politico e sociale.
Autoconsumo, Comunità Energetiche (CE) e Comunità Energetiche Rinnovabili (CER)
Contro questa visione centralizzata dell’energia sono nate e si sono sviluppati modelli alternativi sul solco dei concetti di ED ed EC. Da una parte l’autoconsumo di energia, che si rifà più a EC che a ED, poiché si pone come modello in cui rimane la definizione di consumatore, ma la persona in questo caso auto-produce la propria energia (ad esempio attraverso l’installazione di un pannello solare). Nel 2019, la Renewable Energy Directive II (RED II), ha introdotto il concetto di Jointly Acting Renewable Self-consumers, ovvero “un gruppo di almeno due auto-consumatori di energia rinnovabile che agiscono congiuntamente e che si trovano nello stesso edificio o complesso residenziale multi-appartamento”. È la prima volta che il concetto acquisiva rilevanza normativa, e i Paesi UE hanno dovuto recepire la direttiva europea introducendo il concetto nei propri ordinamenti nazionali attraverso la creazione di programmi di auto-consumo (self-consumption schemes).
Un concetto che si spinge ancora più in là incorporando un’idea di ED, normato per la prima volta anch’esso dalla RED II, è quello di Renewable Energy Communities (RECs) e Citizen Energy Communities (CECs). Le RECs e le CECs rientrano nel mondo delle Energy Communities (Comunità Energetiche), ovvero dei modelli di produzione e partecipazione energetica in cui organizzazioni formate da individui, aziende (medio-piccole e comunque che non lo fanno come principale attività economica), enti pubblici o associazioni collaborano per produrre, gestire, e condividere energia. Nelle comunità energetiche si partecipata collettivamente al sistema dell’energia: si può essere solo consumatori, accedendo a benefici economici derivanti dall’autoproduzione, si può essere produttori che mettono a disposizione l’energia per una comunità, oppure si può divenire prosumers, ovvero produttori e consumatori, il concetto più radicale ed insieme democratico e partecipativo delle EC. Le RECs non possono infatti essere costituite per profitto, gli utili devono essere redistribuiti ai partecipanti alla Comunità e/o reinvestiti direttamente nella stessa (ad esempio nel rinnovamento degli impianti o in opere sociali a favore dei membri della comunità, quale può essere un teatro). Nelle CECs non è esclusa la ricerca del profitto e la partecipazione di grandi aziende, ed in generale non sono vincolate al dover produrre a partire da fonti rinnovabili, anche se deve rimanere fermo l’obiettivo primario sociale. Le RECs, inoltre, sono geograficamente localizzate in un’area delimitata (un Comune o un territorio specifico) mentre le CECs possono anche essere virtuali, connettendo persone lontane nella gestione condivisa dei servizi energetici, e non sono vincolate a dover produrre e/o distribuire energia rinnovabile.
Gli Stati membri dell’UE hanno recepito la RED II nei propri ordinamenti nazionali in modi diversi, con l’obiettivo di normare ed incentivare la costituzione delle CECs e delle RECs. In Italia, Le Comunità Energetiche possono essere costituite da privati cittadini, associazioni, enti pubblici, piccole-medie imprese, cooperative, istituti di ricerca ecc… allo scopo di produrre e condividere energia tra i membri della Comunità all’interno della stessa area zonale (gruppi di regioni in cui viene formato il prezzo dell’energia elettrica a livello di ingrosso), anche se il calcolo degli incentivi si basa su un match tra produzione e consumo all’interno del perimetro della cabina primaria, uno spazio che comprende solitamente 3/4 Comuni medio-piccoli o pochi quartieri di una città grande (qui per una spiegazione più dettagliata di come funziona la distribuzione di energia). La Comunità, quindi, produce energia all’interno di uno spazio comune ma si appoggia alla rete elettrica nazionale per quanto riguarda la distribuzione. L’energia prodotta in eccesso può anche essere “rivenduta” al Gestore dei Servizi Energetici (GSE), che si occupa di gestire e coordinare le CER, incluse le procedure attraverso cui uno o più soggetti si candidano per formare una CER. La direttiva è stata attuata attraverso il Decreto Milleproroghe approvato nel 2020, che ha istituto il concetto di auto-consumo collettivo e di comunità energetica rinnovabile (CER). In particolare, alle CER viene riconosciuta una tariffa preferenziale (feed-in tariff o tariffa incentivante) per l’energia rinnovabile prodotta e condivisa dai partecipanti della Comunità, basata sulla potenza dell’impianto. La tariffa preferenziale è un pagamento che viene riconosciuto al produttore di energia rinnovabile che la immette nella rete nazionale o ai partecipanti della Comunità. Il decreto ha riconosciuto inoltre un contributo a fondo perduto (finanziato dal PNRR) per i comuni italiani con meno di 5.000 abitanti, fino al 40% dei costi sostenuti per la costruzione di un nuovo impianto a servizio di una Comunità Energetica o per l’aggiornamento di uno esistente. Ci sono stati poi due aggiornamenti, prima con Il Decreto Legislativo 199/2021 che ha reso meno stringenti i criteri di dimensionamento dell’impianto, passando dal limite di potenza massimo di 200 kW a 1 GW, e poi con il Decreto CACER del 2024, che ha ridefinito le modalità di accesso agli incentivi e portato il massimo di potenza degli impianti a 5 GW.
Storie di Comunità Energetiche
Nell’idea dell’Unione Europea, le Comunità Energetiche hanno il triplice obiettivo di promuovere il self-empowerment (traducibile come “autoaffermazione”) dei cittadini, favorire la diffusione di fonti di energia rinnovabile ma anche, e forse ancora più enfaticamente, l’indipendenza energetica. Soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, le Comunità Energetiche sono entrate nel RePowerEU, il piano europeo di produzione e diversificazione delle fonti di energia in seguito agli shock nel mercato energetico. Sono sorte diverse iniziative europee per promuovere le Comunità Energetiche, a partire dall’Energy Communities Repository, un progetto che ha tracciato lo stato delle Comunità Energetiche, mappando casi studio, storie e monitorando la situazione generale per le EC in un Paese dato il contesto di riferimento, e quindi le opportunità e le difficoltà rispetto al quadro legislativo. L’iniziativa ha restituito un’immagine che ci dice che ci sono più di 100 progetti di Comunità Energetiche in Europa, con una netta prevalenza di questi progetti nell’Europa Continentale, in particolare la Germania che guida la classifica. Un processo, quello del riconoscimento delle Comunità Energetiche, che è partito dal basso: anche prima dell’introduzione della nozione di normativa, sono state tantissime le iniziative portate avanti da cittadini in Europa per la produzione e sensibilizzazione di energia pulita in modo indipendente. Secondo uno studio, più di 10mila progetti sono stati sviluppati in Europa dal 2000 ad oggi: da semplici campagne promozionali alle creazioni di ecosistemi rinnovabili costruiti intorno alle comunità. Un caso eclatante può essere rintracciato nel Parco Eolico di Copenhagen (Middelgrunden wind farm) che, sebbene oggi abbia una tecnologia superata, è stato considerato un autentico miracolo di energia pulita combinata ad un sistema democratico dal basso. Una comunità energetica costituita da più di 8000 partecipanti che, attraverso la creazione del parco eolico più grande del mondo, che ha ispirato progetti di comunità energetica ad ogni latitudine negli a venire. Le Comunità Energetiche, ben prima che venissero “ufficializzate” dall’Unione Europea, erano idee ben radicate nella società civile.
Se lanciamo lo sguardo all’attualità, in Europa sono già attive delle iniziative molto innovative. Progetti come ENPOWER, che ha costituito una comunità energetica completamente rinnovabile nell’isola di Chalki (ChalkiON) in Grecia, in un sistema integrato in cui un’isola che dipendeva quasi completamente da energia generata a diesel è stata capace di installare, produrre e condividere energia rinnovabile gestita in modo flessibile grazie ad un centro dati che monitora costantemente il consumo di energia e si adegua ad esso, permettendo di risparmiare energia e di diminuire i costi (pensate che in Italia abbiamo moltissime isole minori non interconnesse alla rete nazionale, soprattutto in Sicilia e Sardegna). Spostandosi in Italia, dove le CE si stanno rapidamente diffondendo (nonostante diversi problemi legati ai costi degli impianti ed alle incertezze normative), ci si imbatte nella storia del Comune di Gagliano Aterno. Uno dei tanti paesi dimenticati delle aree interne, il Comune ha inaugurato nel 2021 il processo di costituzione di comunità energetica rinnovabile coinvolgendo la cittadinanza, dove si è fatto carico della produzione, investendo nell’installazione di due impianti fotovoltaici per la produzione di energia condivisa dalla comunità.
La CER di Gagliano Aterno è diventata un centro di aggregazione e di ripartenza della comunità, attorno a cui i cittadini, riuniti periodicamente in assemblea, si sono raccolti dando vita ad un processo democratico di gestione dell’energia. Un altro caso è Ötzi Strom, una CER nata a Bolzano e che ha raccolto più di 3000 partecipanti e 300 imprese, fondata dal Südtiroler Energieverband (SEV), una federazione di cooperative energetiche e centrali di teleriscaldamento. In una regione che ha alle sue spalle una lunghissima storia di cooperativismo, di cui Ötzi Strom è stato una naturale conseguenza. Il progetto, pur non avendo i propri impianti di produzione, si appoggia alla rete di cooperative che ne fanno parte: i membri che aderiscono a Ötzi Strom pagano una quota di tesseramento di 25 euro, e ricevono in cambio un sistema di tariffe energetiche che prima della crisi energetica lo rendevano il terzo fornitore di energia elettrica più economico d’Italia. Il progetto ha supportato inoltre la creazione di due CER nella regione.
Un nuovo modello energetico
Le Comunità Energetiche attuali sono sorte per come piccoli progetti, costituiti principalmente per migliorare la stabilità del sistema con l’aumento delle rinnovabili, fonti di energia non “programmabili” (ovvero che dipendono da fattori naturali, pensate all’esposizione al sole per l’energia solare). Domande di energia crescente hanno necessitato supporto, e le CE sono sorte in complementarità alla rete elettrica centralizzata per alleggerirne il carico. Tuttavia, le Comunità Energetiche possono e hanno dimostrato di poter andare oltre: non sono solo un modo di produrre energia pulita in modo condiviso, ma di pensare un modello diverso della governance umana dell’energia. Non si tratta solo di produrre energia “in casa”, ma di avviare iniziative che possono dare potere decisionale alle persone, che da consumatori passivi diventato attori centrali della gestione dell’energia. Un modello che oggi può apparire utopico, ma che si sta lentamente realizzando nonostante le tante difficoltà economiche e normative: da un sistema centralizzato ed ancorato ai fossili, sempre più sono le iniziative che combinano un modello di produzione di energia rinnovabile con una struttura decisionale democratica, contribuendo alla realizzazione di un ecosistema di produzione e distribuzione dell’energia rinnovabile decentralizzato e distribuito a più soggetti.
Le CE hanno il potenziale di generare benefici su più fronti, a partire da quello sociale. Possono essere altresì un modo per ridurre le disuguaglianze, distribuendo ad una platea di persone che prima erano escluse dall’approvvigionamento di energia, garantendo condizioni vantaggiose (bollette più basse, sussidi) che vengono create in seno al meccanismo di solidarietà delle CE stesse. Questo, quello della povertà energetica, è un altro dei temi su cui le CE possono fare tanto. Uno studio del Parlamento Europeo ha portato alla luce dati allarmanti: nel 2021, 41 milioni di persone (9,3% della popolazione) non erano in grado di riscaldare le proprie ed il 7% della popolazione EU era in ritardo sui pagamenti delle bollette. Le CE sono anche formidabili strumenti di coesione sociale, poiché danno il via all’aggregazione di intere comunità intorno ad un obiettivo comune. I proventi generati vengono investiti in scuole, servizi, feste, iniziative sociali e culturali, e luoghi isolati o depressi possono rinascere grazie a questi modelli di partecipazione collettiva.
Non è sicuramente una sfida facile, e tanti sono gli obiettivi da raggiungere nonostante i passi in avanti. Non sempre le CE vengono accettate dalle persone, abituate ad un sistema vecchio di decenni che, in qualche modo, ha sempre funzionato, portando l’energia che alimenta le nostre giornate. Molti dei progetti non riescono a vedere la luce a causa delle difficoltà burocratiche ed economiche (tipicamente gli investimenti di capitale negli impianti) e sono ancora legati a doppio filo alla rete di distribuzione nazionale, per cui hanno un’indipendenza limitata e condizionata agli shock energetici globali.
A dispetto dei tentativi di decarbonizzazione a livello globale, gli Stati continuano ad investire pesantemente nelle fonti fossili, che non sono mai diminuite drasticamente nonostante l’avanzata delle rinnovabili. Soprattutto dalla guerra in Ucraina in poi e dal conseguente shock energetico, nel tentativo di assicurare la sicurezza energetica si sono continuati a costruire ovunque impianti di produzione di energia fossile, che avranno ricadute (una vita media di 25 anni ad impianto, secondo il World Resources Institute) per i decenni a venire.
Una situazione descritta in precedenza di Carbon Lock-in globale costituita da popolazioni con una forte domanda di energia e che dipendono quotidianamente da questo sistema per la propria sopravvivenza, ed un sistema energetico centralizzato che si appoggia massicciamente ai combustibili fossili. Per uscire da questa impasse, non basterà solo produrre energia pulita in quantità, ma servirà anche un ripensamento della politica dell’energia. Un sistema decentralizzato, come quello delle Comunità Energetiche, può essere un primo piccolo, ma importante passo, nel rendere le persone padrone della propria energia. La strada è ancora lunga, ma le tante iniziative in Europa (e non solo) mostrano segnali incoraggianti. Starà alla politica decidere di rispondere a questa esigenza, o rimanere “bloccata” nell’attuale sistema energetico.
La posta in gioco è un nuovo modo di pensare l’energia in una prospettiva non solo tecnica, a partire dalla spinta alle rinnovabili, ma anche politica: dare alla democrazia ancora una chance in un’epoca in cui sembra ovunque in crisi.





