30 anni dalla “svolta della Bolognina”: il giorno in cui il PCI cambiò radicalmenteTempo di lettura stimato: 5 min.

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Novembre 1989. Un mese cruciale all’interno di un anno cruciale. Il 9 novembre, infatti, è il giorno che rappresenta la svolta a livello mondiale, il giorno in cui a Berlino cade il muro, quel muro che non è soltanto fisico, ma ideologico, culturale, sociale. Da quel giorno, in Europa, il comunismo, inteso come regime totalitario, vacillerà sempre di più, fino a subire la definitiva sconfitta con la dissoluzione dell’URSS. Già all’indomani della caduta del muro, in tutto il mondo si avverte una ventata d’aria fresca, una voglia di rinascita e di cancellazione  del passato, un passato, per diversi aspetti, molto torbido. La necessità di dover ripartire da qualcosa di diverso si percepisce anche in Italia, ed infatti, una manciata di giorni dopo la liberazione di Berlino, arriva una risposta, inaspettata quanto fondamentale.

12 novembre 1989. A Bologna, nel quartiere della Bolognina, si sta tenendo una commemorazione partigiana, in memoria della battaglia che proprio da quella zona prende il nome. All’evento si presenta, quasi a sorpresa, Achille Occhetto, segretario del PCI (Partito Comunista Italiano), il quale annuncia, ai partigiani presenti, una svolta radicale per il partito da lui guidato, che risponde all’ormai impellente necessità di dotarsi di una nuova identità. Tra lo smarrimento del pubblico, i giornalisti domandano al leader comunista se questo rinnovamento comporterà un cambiamento del nome del partito, non ricevendo in risposta alcuna smentita. Ma la decisione di Occhetto, benché appaia come un fulmine a ciel sereno, non lo è affatto, ed anzi, è frutto di una riflessione che va avanti ormai da diversi anni.

Gli anni Ottanta del PCI. Per il partito di Via delle botteghe oscure, il decennio era cominciato in maniera tutt’altro che semplice: nel 1980, infatti, il PCI incassa una pesante sconfitta a livello sindacale nella vertenza della Fiat, che aveva portato alla marcia dei quarantamila; nel 1984 aveva perso il proprio leader più carismatico, Enrico Berlinguer, scomparso prematuramente; un anno più tardi ancora una sconfitta sul piano sindacale, in occasione del referendum sulla scala mobile. Dopo il boom alle elezioni europee del 1984, inoltre, il PCI aveva perso molti iscritti, al contrario del Partito Socialista Italiano che invece era in crescita. Un rinnovamento sembra indispensabile, tanto che a febbraio 1989, Giorgio Napolitano non si pronuncia contrario ad un cambiamento del nome.

4 giugno 1989. A seguito della strage di piazza Tienanmen, Achille Occhetto, da un anno segretario, afferma, davanti all’ambasciata cinese, di non volere per il partito da lui guidato lo stesso nome di quello degli autori dell’orrendo gesto.

9 novembre 1989. Durante la caduta del muro di Berlino, Occhetto è a colloquio con il leader del partito laburista belga, Neil Kinnock. Quest’ultimo chiede al segretario torinese se il PCI si sta avviando verso un cambio di nome, ed Occhetto appare perplesso.

12 novembre 1989. Occhetto avverte che è il momento di dare un segnale e si presenta alla Bolognina: se il PCI non si rinnova ora, rischia di scomparire definitivamente. La scelta che porta al cambio del nome del PCI, di cui per altro si parla da alcuni anni, non è condivisa da tutta la dirigenza, ma anzi, vi sono uomini chiave del partito che si oppongono con forza al rinnovamento voluto dal segretario. Uno di questi è Pietro Ingrao, che fa parte di una generazione di comunisti antecedente a quella di Occhetto: avendo vissuto in prima persona fenomeni come la Resistenza e l’antifascismo attivo, propende più per una linea volta a conservare la tradizione, l’identità del PCI, e cerca di fare leva anche sul fatto che soltanto una piccola parte degli elettori del partito di Via delle botteghe oscure sia favorevole ad un cambio di nome.

L’impatto del discorso di Occhetto. Alcuni giorni dopo le parole del segretario, precisamente il 20 novembre, il comitato centrale del partito si riunisce nella storica sede romana di Botteghe Oscure, per discutere apertamente proprio in merito al cambiamento del nome. Occhetto conferma la linea da lui intrapresa, nonostante stiano iniziando a sorgere polemiche, all’interno della dirigenza e non: diversi militanti del PCI, infatti, protestano energicamente, e fischiano gli esponenti del partito che sono favorevoli alla svolta. Con i due terzi dei voti, intanto, il radicale cambio promosso dal leader viene approvato, ed il partito si prepara alla nuova era che ormai si prospetta imminente. Ma il PCI risulta spaccato, ed all’interno  oltre a cercare di giungere ad un compromesso tra i fautori della svolta e l’ala più “tradizionalista”, si deve anche fare i conti con le contestazioni da parte di tutti quei militanti che, oltre che preoccupati per la loro identità, sono preoccupati dal cambiamento che si intravede all’orizzonte, il quale, unito alla crisi che il comunismo sta vivendo a livello mondiale, non lascia presagire loro nulla di buono. Secondo Occhetto, la frangia “conservatrice” è costituita dagli intellettuali, mentre gli operai, al contrario, sono favorevoli al cambiamento.

7-11 marzo 1990. Congresso straordinario del Partito Comunista Italiano a Bologna, si tratta del diciannovesimo. Durante i cinque giorni, prosegue il botta e risposta, che ormai dura da mesi, tra Occhetto ed Ingrao; il segretario ha la meglio, e si prosegue verso la svolta. Al termine del confronto, i due si stringono la mano, ed Occhetto scoppia in lacrime. Un pianto liberatorio, un momento di commozione dovuto al fatto che da quel momento in poi, la svolta voluta dal segretario è molto vicina. Si sta aprendo, per il partito di Via delle botteghe oscure, l’ultimo capitolo: presto infatti, si assisterà ad una rinascita, sotto una nuova forma, del PCI.

10 ottobre 1990. Il PCI ha un nuovo volto ed un nuovo nome: si chiamerà Partito Democratico della Sinistra (PDS).

31 gennaio 1991. Si apre, a Rimini, il ventesimo congresso generale del PCI, quello che sarà ricordato come l’ultimo e che sancisce il passaggio da PCI a PDS. L’ala del partito che era contraria al cambio di nome si stacca, e darà vita, il 15 dicembre, ad una nuova formazione politica, Rifondazione Comunista; il nuovo partito nasce dunque da una scissione. Il nome ed il simbolo del neonato PDS sono frutto di un lungo tira e molla all’interno della dirigenza. Quello che però doveva essere anche un tentativo avvicinamento al PSI per dar luogo ad una sorta di “unificazione della sinistra”, fallisce, in quanto il PDS, così come prima il PCI, si pone in contrasto con il partito guidato da Bettino Craxi.

Il progetto del PDS sembra ben definito, al contrario della sua identità: il rinnovamento, infatti, appare soltanto parziale, e non si comprende, almeno inizialmente, quale debba essere la sua collocazione nell’ambito della sinistra, soprattutto a livello europeo. Va precisato, però, che con la particolare situazione del 1989, lo scopo primario di Occhetto era quello di un rinnovamento del PCI per evitare che questo scomparisse definitivamente, trascinato dagli altri partiti comunisti europei, e che, con la metamorfosi del partito da lui guidato in PDS, il segretario torinese ha centrato questo obiettivo.

 

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