All’indomani del voto del 22 e 23 marzo, qualunque sia l’esito del referendum sulla separazione delle carriere, la politica italiana si troverà di fronte a uno scenario inedito.
Gli effetti di questa consultazione — diretti e indiretti, giuridici e politici — meritano un’analisi attenta, perché il referendum non è soltanto un atto tecnico di revisione costituzionale, bensì è anche una cartina di tornasole degli equilibri interni al paese.
Effetti diretti: cosa cambia (o non cambia) sul piano giuridico
Il primo scenario da considerare è quello di una vittoria del No, ossia la bocciatura della proposta del Governo Meloni. In questo caso, sul piano normativo non cambierebbe assolutamente nulla: la legge si considererebbe “come mai emanata”, con pubblicazione del risultato in Gazzetta Ufficiale e azzeramento dell’intero iter parlamentare. Chi volesse riproporre la medesima riforma dovrebbe ripartire da zero, dalla formulazione del testo fino alla doppia approvazione parlamentare.
Ben più complesso — e per certi versi più interessante — sarebbe invece il caso di una vittoria del Sì. In questo scenario, come previsto dall‘articolo 20 della Legge 352/70, il Presidente della Repubblica dovrebbe promulgare la legge di rango costituzionale, che verrebbe poi pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Ma la promulgazione sarebbe solo il primo passo: senza i decreti attuativi, la riforma rimarrebbe una cornice vuota, priva di contenuto concreto.

Non si tratta di un rischio teorico. La storia costituzionale italiana offre un precedente eloquente: dopo l’entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio 1948, ci vollero quasi undici anni — dieci anni e nove mesi, per la precisione — prima che il Parlamento approvasse la legge ordinaria che desse piena operatività al CSM (Legge 195/58). È proprio su questo terreno, dunque, che si giocherebbe la vera partita successiva al referendum.
I nodi da sciogliere sarebbero numerosi e tutt’altro che scontati. In primo luogo, la separazione delle carriere pone il problema dell’accesso alla magistratura: dovrebbe essere previsto un concorso unico oppure due concorsi distinti, uno per la carriera requirente e uno per quella giudicante? La scelta avrebbe implicazioni profonde sulla formazione e sull’identità stessa dei magistrati.
Altrettanto delicata sarebbe la questione della composizione dei due nuovi CSM — uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri — e delle modalità di nomina dei loro membri. La riforma prevede il sorteggio, ma questa soluzione apre interrogativi complessi: un sorteggio “puro” potrebbe produrre organi sbilanciati per genere, età o provenienza geografica, mentre un sorteggio “mediato” richiederebbe la definizione di criteri precisi.
Analogo discorso vale per i membri laici, tradizionalmente eletti dal Parlamento in seduta comune a scrutinio segreto, con maggioranza dei tre quinti dei componenti nei primi scrutini (tre quinti dei votanti dal terzo scrutinio in poi), tra professori universitari di materie giuridiche o avvocati con almeno 15 anni di esercizio. La scelta della maggioranza necessaria ha rilevanza anche politica: una soglia qualificata renderebbe indispensabile un accordo trasversale tra le forze di governo e opposizione.Infine, il punto più dirompente: l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, organo del tutto nuovo nell’ordinamento italiano, da costruire integralmente sul piano normativo. Un cantiere aperto, dunque, che il governo e il parlamento si troverebbero a gestire con il 2027 — e la fine naturale della legislatura — all’orizzonte. Se le norme attuative non dovessero essere approvate in tempo, la riforma rischierebbe di passare nelle mani di una maggioranza diversa.
Effetti indiretti: scossone o rafforzamento politico?
Al di là delle implicazioni giuridiche, il referendum ha ormai assunto una valenza politica difficile da ignorare. Negli ultimi mesi i due fronti — Sì e No — si sono polarizzati e sovrapposti quasi perfettamente alle linee di frattura tra centrodestra e centrosinistra, trasformando un quesito tecnico-costituzionale in una prova di forza tra coalizioni.
Significativo è il cambio di passo della premier Meloni: inizialmente aveva cercato di tenere la riforma lontana dalla dimensione partitica, ma — complici forse i sondaggi che vedrebbero prevalere il No — ha scelto di scendere in campo personalmente, puntando su un’affluenza più alta per ribaltare il risultato. Un’analisi di YouTrend, del resto, indica proprio nell’alta partecipazione la chiave per una possibile vittoria del Sì.

Sul fronte opposto, il centrosinistra — con la sola eccezione dei centristi e qualche defezione — si è schierato compattamente per il No fin dall’inizio. Elly Schlein ha condotto una campagna capillare in tutta Italia, trasformando il referendum in una delle battaglie identitarie del Partito Democratico. In caso di vittoria del No, il PD potrebbe cercare di contare di più nei rapporti con gli alleati in vista delle elezioni del 2027.
C’è però una variabile spesso trascurata nel dibattito pubblico: a differenza dei referendum abrogativi, quelli costituzionali in Italia non prevedono alcun quorum di validità. Il voto del 22 e 23 marzo sarà dunque valido qualunque sia la percentuale di cittadini che si recherà alle urne. Sul piano formale, una vittoria del Sì con il 30% di affluenza avrebbe lo stesso peso giuridico di una con il 60%. Sul piano politico, però, le due ipotesi raccontano storie profondamente diverse.
Una riforma approvata con partecipazione bassa — e magari con uno scarto risicato — potrebbe portare il governo, fin dal giorno successivo, a fare i conti con un deficit di legittimità percepita. A fare da sfondo aleggia il fantasma del 2016: quando una politicizzazione eccessiva del referendum costituzionale di Renzi portò alla caduta del governo e all’inizio di una lunga fase difficile per il centrosinistra. Meloni ha già dichiarato che, in caso di sconfitta, non si dimetterà dalla carica di Presidente del Consiglio — una precauzione comunicativa che segnala la consapevolezza del rischio, ma anche la volontà di non replicare quell’errore.
Referendum sulla Giustizia: una partita aperta
Qualunque sia l’esito delle urne del 22 e 23 marzo 2026, il referendum sulla giustizia sarà ricordato come uno snodo cruciale della politica italiana recente.
Se vincesse il Sì, si aprirebbe una stagione di intensa produzione normativa, seppur con esiti incerti e tempi difficili da prevedere. Se prevalesse il No, il centrodestra incasserebbe una sconfitta simbolica destinata a riorientare le priorità dell’agenda di governo.
*Immagine di copertina: [Foto di Arnaud Jaegers su Unsplash]


