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Tra Maometto e Grecia: lo scontro tra Francia e Turchia minaccia la NATO

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Lo scontro tra Francia e Turchia – con il Presidente della Repubblica Emmanuel Macron da un lato e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan dall’altro – sul laicismo dello Stato francese è solo uno dei tanti tasselli di un conflitto ben più ampio tra i due Paesi. La contesa riguarda infatti la geopolitica della regione del Mar Mediterraneo allargato, dal Maghreb alla Siria, fino al Libano e al Caucaso. In gioco c’è il ruolo che Francia e Turchia vogliono ritagliarsi all’interno della NATO nel decennio a venire. 

La morte di Samuel Paty e la guerra ai nemici della Repubblica

L’agghiacciante decapitazione di Samuel Paty, il professore francese ucciso il 17 ottobre da un diciottenne di origine cecena, ha fatto ripiombare la Francia nel terrore per gli attacchi di matrice jihadista, avvenuti a più riprese a partire dal 2015. La morte di Paty, motivata dall’attentatore come una risposta all’aver mostrato in classe le vignette con cui il giornale satirico Charlie Hebdo aveva deriso la figura del profeta Maometto, ha immediatamente scatenato la risposta delle autorità francesi. Il Presidente Emmanuel Macron ha dunque dichiarato “guerra contro i nemici della Repubblica, coloro che mettono in discussione i principi fondativi dello Stato francese, tra cui la libertà di espressione e la laicità. 

Al centro della lotta contro quello che Macron definisce separatismo islamico c’è, tuttavia, un elemento chiave che ha portato all’esacerbarsi delle tensioni con la Turchia. Ciò che lo Stato francese ha promesso di fare è interrompere la possibilità, per i Paesi musulmani, di finanziare direttamente le moschee che si trovano all’interno dei propri confini nazionali. La formazione e l’invio di imam fedeli ai Paesi di origine è, infatti, insieme al finanziamento e la costruzione delle stesse moschee, tra le più efficaci opere di proselitismo che i Paesi del mondo musulmano operano all’infuori dei propri confini. Solo in Francia, una ricerca del Senato ha dimostrato come ci siano circa 300 imam inviati da Paesi stranieri, di cui tra i 120 e i 130 provenienti dalla Turchia. 

La Turchia e il desiderio di diventare il nuovo faro del mondo sunnita

Nel tentativo di sottrarre all’Arabia Saudita il ruolo di faro del mondo sunnita, per secoli nelle mani del Sultano di Costantinopoli, la Turchia negli ultimi anni ha investito pesantemente in questa pratica, grazie anche ai finanziamenti provenienti dall’alleato Qatar. Per questo motivo, le dichiarazioni di Macron hanno portato Erdogan a definire la retorica francese profondamente “anti Islamica”: un mero espediente, a detta del Presidente turco, per nascondere i fallimenti politici dell’inquilino dell’Eliseo. Le accuse tra i due presidenti sono continuate per una settimana e lo scontro tra Francia e Turchia ha raggiunto il culmine dopo la richiesta, avanzata da Erdogan al mondo musulmano, di boicottare i prodotti francesi. Da Dacca, in Bangladesh, all’Indonesia, passando per il Pakistan, la Malesia e l’Afghanistan, sono stati in molti i leader musulmani a criticare le parole di Macron, con migliaia di cittadini che sono scesi in piazza bruciando immagini di Macron e il tricolore francese.

Il nuovo ruolo della Turchia in Medio Oriente

Ma lo scontro di queste settimane tra Francia e Turchia va spiegato soprattutto partendo dalla totale rivisitazione del ruolo turco, sia sullo scacchiere geopolitico mediorientale che all’interno della NATO. La fine della pax americana, in seguito alla stagione delle primavere arabe, ha portato le potenze regionali a domandare un nuovo, e più importante, ruolo politico ed economico. All’interno di un gioco che vede i vari fari regionali, dall’Arabia Saudita all’Iran, ma anche Israele e la stessa Turchia, cercare di estendere le proprie sfere di influenza, ogni scenario può tradursi in un’opportunità di scontro.

Dopo aver assistito all’arenarsi dei negoziati che avrebbero portato all’inclusione di Ankara nella UE, la Turchia ha avviato una politica di stampo neo-ottomana.
Focalizzandosi sul rafforzamento della sua influenza geopolitica, nei territori un tempo sotto il controllo di Costantinopoli, Erdogan ha cominciato a portare avanti evidenti ambizioni neo-imperiali, aiutato anche dal progressivo disengagement americano dalla regione. Dalla creazione di una zona-cuscinetto nel nord della Siria – seguita al ritiro delle truppe americane – all’appoggio incondizionato al Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj in Libia, Erdogan è tornato a far giocare alla Turchia un ruolo di punta in quei conflitti non ancora risolti in cui ci si gioca il futuro del decennio appena iniziato. Non stupisce poi come l’attivismo turco nel bacino del Mediterraneo allargato abbia spinto l’Azerbaijan, stato turcofono e stretto alleato di Ankara, a riprendere i combattimenti contro l’Armenia per la regione del Nagorno-Karabakh

Mavi vatan e la riconquista delle acque territoriali 

L’intraprendenza turca, sebbene inizialmente contrastata dall’amministrazione Trump, non sembra aver avuto troppe resistenze dalla Casa Bianca. Il Medio Oriente non è più infatti il focus centrale della politica estera americana, che dal “Pivot to Asia” di Barack Obama in poi ha dedicato più tempo e risorse al Sud Est asiatico e alla Cina. Ankara ha dunque per un momento intravisto la possibilità di non dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni, giocando su più fronti un ruolo determinante.

Nel rilancio del neo-ottomanesimo, l’applicazione della dottrina della Patria Blu (mavi vatan in turco) è stata forse l’episodio che ha definitivamente scatenato la reazione dell’Eliseo. Mavi vatan è diventata un’espressione colloquiale per descrivere le rivendicazioni turche nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale. Al di là del forte connotato nazionalistico che Erdogan attribuisce alla riconquista delle acque contese con la Grecia, il motivo che ha spinto Ankara ha sfidare apertamente Atene è la scoperta di un grande deposito di gas naturale al largo delle coste cipriote.

Questo giacimento si trova in acque che, secondo il diritto internazionale, spetterebbero alla Grecia e ai ciprioti del sud. Tuttavia la Turchia non ha mai ratificato la convenzione che regola le questioni di acque internazionali, da sempre insoddisfatta dell’iniquità della spartizione delle acque territoriali nella regione. L’isola di Kastellorizo, sotto il controllo di Atene, si trova a soli 2 km dalle coste turche, ed è al centro della battaglia tra Atene e Ankara per determinare l’estensione delle rispettive Zone Economiche Esclusive (Zee). Sulla questione lo stesso Erdogan è più volte intervenuto, sostenendo come fosse un diritto e un dovere per la Turchia difendere il proprio territorio marittimo: “siamo pronti a proteggere ogni centimetro dei nostri 462 mila metri quadri di patria blu”. 

L’intervento francese al fianco di Grecia e Repubblica di Cipro 

È dunque all’interno di questo scenario che Macron è intervenuto, inviando a presidiare l’area contesa tra la Turchia e gli alleati greci e ciprioti la fregata Lafayette e due caccia Rafale. Davanti al ridimensionamento del ruolo americano è stato dunque Macron, nelle vesti di emissario dei Paesi dell’Unione europea, a difendere gli interessi di Grecia e Repubblica di Cipro dall’espansionismo turco. L’appoggio di Parigi ad Atene rientra inoltre nel tentativo di Macron di riportare in auge il ruolo della Francia nel mondo. Dall’ingente impiego di soldati nell’Operazione Barkhane in Sahel (dove i militari francesi combattono i movimenti jihadisti attivi nella regione) al nuovo e sorprendente ruolo assunto nella crisi economica e istituzionale che sta sconvolgendo il Libano, dove Macron ha presentato, acclamato dalla popolazione, una road map in grado di far uscire il Paese dalla crisi in cui si trova. 

Quello tra Macron e Erdogan è dunque uno scontro tra leader, in cerca di ridisegnare la loro influenza in una regione che è diventata il teatro della crescita di nuove potenze globali. Un elemento fondamentale da tenere in considerazione, però, è come lo scontro diplomatico tra Francia e Turchia stia avvenendo all’interno della NATO, motivo per cui un’escalation della situazione avrebbe risvolti pericolosissimi. La recente polemica che riguarda i musulmani di Francia non è altro che una strumentalizzazione, fatta da Erdogan, in risposta al maggiore attivismo di Parigi nel Mediterraneo orientale – dalle acque greco-cipriote alla questione libanese – passando anche per le accuse dirette dall’Eliseo ad Ankara sull’invio di mercenari turchi al fianco dell’esercito di Baku in Nagorno-Karabakh. 

*Macron, Erdogan, Putin e Merkel durante una conferenza stampa [crediti foto: Cremlino CC BY 4.0]
Stefano Mazzola
Milanese, nato nel 1998. Appassionato di politica e Medio-Oriente, studio Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano. Il primo libro che mi hanno regalato a cinque anni era una raccolta delle bandiere del mondo e, dopo averle imparate tutte, ho capito che per essere felice ho bisogno di esplorare. Nutro una passione sfrenata per le rivoluzioni e amo raccontarle.

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