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Connessione di cittadinanza: se non ora, quando?

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La storia di Giulio, 12enne di Scansano (Grosseto), è diventata il simbolo delle difficoltà della didattica a distanza nella Fase 1. Sprovvisto di linea telefonica a casa e senza connessione, lo studente doveva camminare per circa un chilometro con tablet, cellulare, banco e sedia per raggiungere una radura dove poter seguire le lezioni online. Per fortuna, il problema è stato risolto dopo alcune settimane grazie all’intervento di vari attori istituzionali (in primis Anna Ascani), che sono venuti a conoscenza della sfortunata situazione di Giulio che vari quotidiani avevano riportato.

Bisogna però sottolineare che questa breve disavventura non sarebbe mai dovuta accadere. La storia di Giulio non è la testimonianza di un virtuoso ragazzo determinato ad apprendere, ma piuttosto di un sistema arretrato ed inadeguato che fatica a modernizzarsi. Il fallimento della didattica a distanza, o Dad, durante la pandemia, è in gran parte dovuto all’assenza della banda larga e di una veloce connessione in molte regioni italiane.

In Italia la situazione è grave: siamo tra gli ultimi Paesi europei per accesso alla banda larga per famiglia (fig. 1) e solo il 70% degli italiani dispongono di una connessione internet (fig. 2). Questo significa che circa 18 milioni di persone in Italia non sono, e non posso essere, online. Il 33,8% delle famiglie non possiede un pc o tablet in casa. Al centro-sud questo numero sale al 41,6%.

Figura 1

Figura 2

Questi numeri sono drammatici. Mentre una parte del Paese discute di cittadinanza digitale e diritti digitali, il resto non ha nemmeno gli strumenti primari per accedere alla rete. Oggi internet ed i social media sono talmente pervasivi da essere componenti indispensabili della quotidianità. La connessione non garantisce solamente l’accesso facilitato ad alcuni beni (pur sempre essenziali) quali un conto in banca, pagamento delle bollette, conoscenza, svaghi e notizie da tutto il mondo. Intere comunità si sono trasferite in rete. I dispositivi digitali non sono più semplici accessori, ma un’estensione biologica del nostro corpo e parte costituente del nostro modo di interagire. Nella società digitale, l’individuo non è online poiché esiste, ma esiste poiché è online. Pare un controsenso: abbiamo bisogno del digitale per essere umani e svolgere le funzioni sociali. Nell’era dell’umanesimo tecnologico, la connessione è un diritto.

La crisi del coronavirus ha esasperato le contraddizioni del sistema attuale. Gli strumenti digitali hanno permesso ai molti di svolgere una vita relativamente stabile anche da casa, anche da soli. Hanno favorito l’accessibilità alle notizie in tempo reale, la condivisione di sentimenti e momenti, la possibilità di coltivare nuove o vecchie abitudini. Eppure, le forti disuguaglianze in termini di accesso alla rete si trasformeranno in disuguaglianze sociali. Le classi più ricche e abbienti, con connessione migliore, potranno accedere ai servizi digitali più facilmente, con benefici economici e sociali. Le classi povere invece, con connessione lenta o assente, saranno destinate a rimanere indietro, accentuando ancor più le disparità che permeano la nostra società. È la concretizzazione del digital divide all’italiana. L’unica soluzione è un accesso alla rete equo, gratuito e garantito: la connessione di cittadinanza.

Come agire concretamente? Uno spunto arriva dal Regno Unito. Nelle elezioni politiche del 2019, il Labour Party è stato il primo partito europeo a sollevare il tema dell’accesso alla rete con la proposta “Free Broadband for All by 2030”. All’interno di una campagna elettorale con pochi picchi e molte valli, la proposta ha goduto di immediata popolarità: il 62% degli inglesi si dichiaravano favorevoli, il 22% di contrari. Il piano del Labour Party prevede di garantire una connessione universale creando una nuova entità pubblica, chiamata British Broadband, formata dalla statalizzazione di Openreach, l’attuale operatore della banda larga inglese, e alcune parti del colosso BT: BT Technology, BT Enterprise e BT Customer. L’investimento, calcolato da Future Telecoms Infrastructure Reviews, è di circa 15 miliardi di sterline in un arco di 10 anni. Il costo di manutenzione annuale è coperto da una nuova tassa sui tech giants.

I dettagli della proposta del Labour Party sono certamente discutibili, ed un’eventuale versione italiana dovrà necessariamente essere declinata in maniera differente. Ma il concetto da stabilire è lo stesso: l’accesso alla rete è un diritto umano. Dovrebbe essere la priorità di ogni governo progressista che persegue l’inclusione sociale: la copertura totale della banda larga sul territorio e garantire all’intera popolazione una connessione veloce e gratuita.

Articolo di Lorenzo Faggiano

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