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Bergamo, viaggio al centro della pandemia. Il dossier

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Premessa

Covid-19 passerà alla storia come una pandemia globale. Non è però possibile prescindere da considerazioni sull’eterogeneità geografica della sua diffusione, già solo nel nostro Paese. Un primo bilancio della fase 1 è contenuto nel rapporto Istat-Iss del 4 maggio: si parla di “Tre Italie dell’epidemia Covid-19”. Perché se a marzo in Italia si sono registrati in media 49,4% decessi in più, si è pesato +568% di Bergamo con -9,4% di Roma.

Molto si è detto di Bergamo: la “Wuhan italiana”, la “città martire”, il “cuore straziato” della pandemia. Così è stato difficile stabilire il confine tra retorica e realtà. “Teatro di guerra” a un certo punto si è detto, anche se allora non era ancora chiaro che il paragone avrebbe retto numericamente. Dall’archivio Istat si possono recuperare i dati provinciali delle morti per cause belliche tra 1940 e 1945. Senza considerare i dispersi, il sacrificio bergamasco nel secondo conflitto mondiale è di 3957 vite umane, militari e civili. Sempre in questa provincia, Covid-19 in poco più di tre mesi ha fatto registrare 3097 decessi (stando agli ultimi dati ufficiali resi noti per provincia). Ma il numero potrebbe anche arriverebbe a quota 4800, sulla base di uno studio della società di data management InTwig.

Il peso dell’emergenza

“È difficile riuscire a ricostruire nel dettaglio tutto quanto fatto in quei giorni”. Francesco Salvetti è uno di quei giovani neolaureati in medicina che, nell’attesa del concorso di specializzazione, hanno esercitato come medici di famiglia provvisori durante l’emergenza Covid. A fare riferimento a lui circa 1500 assistiti, principalmente di Scanzorosciate, paese alle porte della Val Seriana. “Il 24 febbraio, il mio telefono è diventato ingestibile: ricevevo dalle 50 alle 100 chiamate al giorno. Le persone erano spaventate, non sapevano cosa fare alla minima febbre. Dal canto nostro, noi brancolavamo letteralmente nel buio: una malattia nuova, nessun farmaco specifico e nessun protocollo Covid validato”.

Partendo dall’esperienza dei medici di famiglia – “a domicilio si è andati a tentativi” – si può vedere come sia stato distribuito il peso dell’emergenza. Oggetto di interrogazione parlamentare alla Camera dei Deputati il 21 maggio è proprio il modello lombardo di sanità, che ha trasferito “numerose competenze dalle aziende sanitarie locali agli ospedali, creando oggettive difficoltà in alcuni ambiti della politica sanitaria”.

Le stesse considerazioni si ritrovano in un report dell’Altems (Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che compara i modelli organizzativi regionali di risposta al Covid-19. Si legge che “la Lombardia, soprattutto nelle province di Lodi e Bergamo, ha fronteggiato l’emergenza con risorse ospedaliere”. Tamponi solo a pazienti sintomatici, prevalentemente all’interno delle strutture ospedaliere, e corsa all’implementazione del numero di posti letto di terapia intensiva. Il Veneto ha invece attuato “una strategia di controllo territoriale, attraverso unità di assistenza domiciliare e medici di famiglia”. Ricerca attiva degli infetti con un intenso uso dei tamponi e ospedalizzazione solo in terapia intensiva. Con il risultato che da un lato, in Lombardia le terapie intensive sono completamente sature. Nemmeno un +40% dei posti letto basta a scongiurare il trasferimento obbligato dei pazienti in altre regioni o all’estero. Dall’altro, in Veneto si registra il rapporto più basso tra ricoverati e positivi.

Trasferimento di pazienti Covid in bio-contenimento verso altre strutture con i velivoli dell’Aeronautica Militare

Terapie d’urto

Per cercare di rimediare a una insufficiente assistenza domiciliare sul territorio, già nel decreto legge 14/20 del 9 marzo era prevista l’attivazione di Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) a discrezionalità regionale e poi locale. A Bergamo e provincia sono stati attivati diversi progetti, dall’assistenza medica dei volontari della Croce rossa, a quella domiciliare comunale per servizi di spesa e consegna di buoni pasto.

I primi hanno avuto un ruolo fondamentale nell’affiancare i medici di base, soprattutto nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria. Anna Vitali, studentessa al secondo anno di infermieristica, si è prestata a questo servizio come volontaria temporanea in Bergamo città. “Il medico di base forniva la lista dei pazienti da visitare tra mattina e pomeriggio, tutti i giorni della settimana. In pratica dovevamo misurare i parametri vitali (pressione, temperatura, frequenza respiratoria, frequenza cardiaca e saturazione) alle persone sotto monitoraggio perché sospetti positivi. In ambulanza si andava in due, protetti da doppia tuta, guanti, maschera”. “La procedura era anche veloce in sé” dice “era pesante stare vicino alle persone, complicato dar loro un conforto, soprattutto perché non potevamo sbilanciarci. In fin dei conti, eravamo solo un tramite tra il paziente e il medico di base. Eppure, penso che per alcuni di loro fossimo diventati un punto di riferimento”.

Del rischio di farsi coinvolgere parla anche Alberto Arici, studente di ingegneria chimica, prestato all’assistenza domiciliare nel comune di Osio Sotto. “Superata la diffidenza e la paura che c’era agli inizi, le persone sembravano prenderci a cuore, ci chiedevano di entrare in casa per poterci offrire qualcosa. Ma noi avevamo il divieto assoluto di avere contatti diretti con loro, anche perchè il rischio che fossimo noi a contagiarli era molto alto”. Operativi quattro giorni a settimana, spiega che per il servizio spesa (generi alimentari e farmaci), gli ordini si prendevano al telefono, mentre per le consegne dei buoni pasto si faceva riferimento ai servizi sociali. “Abbiamo anche consegnato per le scuole del comune pc e tablet alle famiglie che altrimenti sarebbero rimaste escluse dalla didattica a distanza”.

Scorcio della provincia di Bergamo. In primo piano la Val Seriana

Protezione civile 

Questione tutt’altro che marginale è poi il ruolo della Protezione civile in questa emergenza. Tra le sue competenze riformate a norma del decreto legislativo 1/2018, al Dipartimento spettano tutte le attività legate a: previsione e prevenzione dei rischi, soccorso e assistenza delle popolazioni colpite da calamità, contrasto e superamento dell’emergenza. L’organo di Protezione civile svolge “attività di natura strutturale e non strutturale” stando all’art. 2, c.3 del d.lgs. di cui sopra: in altri termini, alla funzione operativa si affiancherebbe anche un ruolo strategico.

Dall’Ufficio di Protezione civile facente capo alla dott.ssa Gabriella Messina viene ricordato che “la pandemia da Covid-19 è stata una emergenza atipica per la Protezione Civile che, essenzialmente, è sempre intervenuta su emergenze causate da eventi atmosferici, naturali o antropici, ma non era mai successo di affrontare una così grave emergenza sanitaria”. Malgrado per questo motivo sia mancato un piano strategico specifico, grazie alla dedizione e alla disponibilità di uomini e mezzi, “abbiamo cercato di dare il massimo”.

Dal corpo Polizia locale e Protezione civile di Bergamo è il sovrintendente Giambattista Rizzi a ricostruire il ruolo della Protezione civile: “Nella prima fase l’attività si è concentrata sul reperimento dei dispositivi di protezione, mascherine, gel, guanti e anche attrezzature che servivano sia alle strutture sanitarie, ma anche alla Polizia locale, ai dipendenti comunali  e a tutto il personale volontario che si è messo a disposizione dell’Amministrazione in tutte le attività di supporto alla popolazione. A livello provinciale, una delle priorità è stata quella di garantire attraverso le Utes (Unità territoriali gestioni sociali) scorte di bombole di ossigeno per un pronta consegna h24. Inoltre, si è provveduto a trasporti veloci di attrezzature tra e per i magazzini degli ospedali di Bergamo, Lecco e Merate”. 

Un importante organo di coordinamento delle azioni di Protezione civile, Polizia locale e amministrazione comunale è stato il C.O.C. (Centro operativo comunale), istituito con decreto del Sindaco Gori l’11 marzo. Da quel momento, “la P.C., oltre alle attività indicate in precedenza, è stata impegnata nel supporto ai cittadini e alle utenze fragili”, in linea con le attività di assistenza domiciliare presentate sopra attraverso le parole dei volontari. 

Amministrazioni comunali

Delle operazioni di acquisto dei dispositivi di protezione si sono occupate direttamente le amministrazioni comunali. Da Bergamo raccontano dell’eccezionalità della situazione vissuta: a ripercorrerle è Edoardo Maria Zanotta, Dirigente della sezione gare, appalti e contratti di opere servizi e forniture del Comune di Bergamo. “Per dare un’idea, dal punto di vista organizzativo, all’interno dell’Ente non sarebbe compito del Provveditorato procedere agli acquisti dei dispositivi di protezione individuale, mentre la competenza, in tempi ordinari, sarebbe stata in capo al Servizio Sicurezza. Tuttavia, nella situazione di assoluta emergenza in cui siamo ritrovati, è successo che, inevitabilmente, si sono “unite le forze” e i confini della competenza sono stati abbattuti nel comune intento di far fronte al contagio del virus”. 

Il tema mascherine è esploso con l’ordinanza regionale n. 521 del 4 aprile: “Si rendeva cogente in Lombardia che per uscire di casa tutti avrebbero avuto bisogno della mascherina protettiva. Era sabato e il Comune, non avendone a disposizione, si è organizzato rapidamente per metterle in distribuzione alla cittadinanza già a partire da lunedì. Siamo riusciti a recuperare un carico di 100.000 mascherine e a farcele consegnare in tempi record la domenica pomeriggio. L’acquisto è avvenuto “sulla parola”, anticipando così la consegna rispetto all’ordine oltre che, ovviamente, all’impegno di spesa, come si fa di norma. Altro tema è la speculazione sui prezzi dei dispositivi di protezione individuale: nel picco della crisi siamo arrivati a pagare prezzi fino a cinque volte quello ordinario. In generale, per tutte le forniture dei Dpi ci siamo avvalsi di intermediari, che conoscono, a differenza nostra, quel mercato commerciale con il quale mai avremmo pensato di dover interagire, come Comune di Bergamo. Grazie a queste figure abbiamo poi gestito anche quelle situazioni in cui le forniture di mascherine o non partivano, nonostante le certificazioni in regola, oppure, in altri casi, venivano bloccate e requisite dai governi dei Paesi in cui l’aereo atterrava per fare scalo”. 

 

Anna Gambahttps://orizzontipolitici.it
Persona pragmatica e razionale, mi ritrovo l’indole di chi non rinuncia a credere nei grandi ideali: l’arte, la politica, il ritorno della grande Inter. Nata nel 99, in un’altra vita sarò ingegnere; in questa, studio felicemente Economia e Management per Arte, Cultura e Comunicazione in Bocconi.

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