Durante il suo recente tour di quattro giorni negli Stati del Golfo Persico, Donald Trump ha delineato una visione per la stabilità in Medio Oriente che era rimasta oscurata da oltre un anno e sette mesi. In questa “pax trumpiana” il potenziale per investimenti economici è sprigionato, le autocrazie vengono santificate e vecchie rivalità sono superate. Tuttavia, resta incerto se Trump sia sincero o effettivamente in grado di realizzare la sua visione di pace. Nel frattempo, lo sviluppo più consequenziale nella regione dal 7 ottobre è stata la guerra di Israele contro Hezbollah, che ha lasciato il regime di Assad in Siria vulnerabile, prima che collassasse sotto la pressione di una insurrezione ribelle su scala nazionale. Questo sviluppo ha portato l’Asse della Resistenza e l’Iran al loro punto più debole degli ultimi anni.
Paradossalmente, il vantaggio di Israele su un avversario indebolito complica gli sforzi di Netanyahu per ottenere il sostegno di Trump a un potenziale attacco contro le infrastrutture nucleari iraniane. Al contrario, Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti hanno guadagnato influenza su Washington, favorevoli ad un compromesso basato su uno scambio tra revoca delle sanzioni e limiti sul nucleare con l’Iran. Come sostenuto in un articolo precedente, la Guida Suprema Khamenei potrebbe far firmare un accordo se questo garantisse la continuità della Rivoluzione Islamica—e se ritenesse Trump degno di fiducia. Ma ciò resta un’incognita di sostanziale importanza. Tuttavia, l’esclusione deliberata di Israele dall’itinerario mediorientale di Trump ha un forte valore simbolico, suggerendo l’intento di tenerlo a distanza dai negoziati più delicati e limitarne la capacità di influenzarne il corso.
Gli Stati Uniti si trovano ora a dover negoziare con due controparti politicamente vulnerabili: l’Iran e Israele. Khamenei potrebbe essere costretto a soddisfare le richieste statunitensi per ottenere sollievo economico, reintegrazione regionale e protezione da futuri attacchi israeliani alle sue infrastrutture nucleari. Nel frattempo, Trump potrebbe costringere Netanyahu ad accettare tacitamente questa situazione o trovare un modo per imporsi su di lui senza compromettere la prosecuzione della sua guerra esistenziale, che dipende dalle esportazioni militari statunitensi.
Almeno nel breve termine, Donald Trump sembra essere il principale beneficiario di questo panorama in mutamento. Sfruttando la fragilità politica sia di Netanyahu che di Khamenei, si posiziona come il negoziatore che promuove quelli che considera gli interessi strategici degli Stati Uniti—tanto nel conflitto israelo-palestinese quanto nelle più ampie dinamiche regionali. Tuttavia, la concezione di “pace” che ha Trump proietta un’ombra lunga e inquietante sul futuro della lotta palestinese per la liberazione dall’occupazione illegale israeliana.
La corsa del golfo verso un clima regionale migliore
In una regione a lungo segnata da conflitti—alcuni duraturi, altri apparentemente irrisolvibili—l’aspirazione alla pace e a una maggiore integrazione economica è sempre più condivisa tra i suoi leader. Nonostante la sua posizione strategica all’incrocio di tre continenti, le economie della regione rimangono fragili o dipendenti dall’estrazione di risorse naturali, la complessità di alcune frenata da decenni di guerra e instabilità.
Conflitti in corso, interventi stranieri e sanzioni statunitensi hanno lasciato paesi come Siria, Iraq e Yemen in uno stato di degrado economico. Persino le monarchie del Golfo, relativamente stabili—desiderose di diversificare oltre la dipendenza dagli idrocarburi mentre il mondo si orienta verso l’energia pulita—riconoscono che un’instabilità regionale duratura potrebbe far deragliare le loro ambizioni economiche.
L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, è un esempio emblematico. Nel 2021, Riad ha posto fine al blocco economico durato quasi quattro anni contro il Qatar, precedentemente accusato di finanziare gruppi estremisti e di essere troppo vicino a Teheran. Poi, nel marzo 2023, un dialogo mediato dalla Cina ha permesso la ripresa delle relazioni saudita-iraniane, interrotte da oltre sette anni e ritenute responsabili dell’aggravarsi dei conflitti nella regione. Centrale nella strategia saudita “Vision 2030”, lanciata nel 2016 dal principe ereditario Mohammed bin Salman, è la creazione di un clima regionale stabile, favorevole a progetti di sviluppo transfrontalieri e di lungo termine.
Prosperità attraverso la stabilità, non la pace
Già ben prima del 2023, il Medio Oriente era stato oggetto di progetti infrastrutturali volti a stimolare il commercio da parte di potenze internazionali. La sua posizione strategica ha attirato investimenti cinesi in porti, aeroporti e altre infrastrutture di trasporto, facendo della Cina il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi della regione. Tuttavia, l’alleanza di sicurezza del Golfo con gli Stati Uniti—e il predominio di questi ultimi sull’architettura difensiva regionale—rendono l’Occidente un partner più credibile per investimenti a lungo termine e su larga scala, come il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC).

Nel settembre 2023, è stato firmato un memorandum d’intesa tra Arabia Saudita, Unione Europea, India, EAU, Francia, Germania, Italia e Stati Uniti, che delinea i piani per una rete nave-ferrovia a integrazione delle rotte marittime e stradali esistenti. Sebbene ancora lontano dalla realizzazione, l’IMEC prevede cavi dati ed elettrici e oleodotti per idrogeno pulito che collegheranno l’India al Golfo, da cui ferrovie uniranno Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Israele all’Europa. Ciò permetterebbe all’India di diversificare i propri partner economici e bilanciare l’influenza della Cina, posizionando il Golfo come un ponte economico vitale tra Est e Ovest.
Progetti così trasformativi dipendono da una stabilità costante, sia interna che regionale. Un basso rischio geopolitico è essenziale per attrarre investimenti a lungo termine. In questo contesto, Israele svolge un ruolo strategico. Attraverso gli Accordi di Abramo, contribuisce a rafforzare la sicurezza e la legittimità delle autocrazie regionali, fornendo capacità militari e tecnologie di sorveglianza avanzate per reprimere il dissenso e scoraggiare proteste ostili. In cambio, Israele beneficia di una minore critica internazionale verso le sue politiche nei confronti dei palestinesi.

In sostanza, gli Accordi di Abramo funzionano meno come un quadro di pace e più come uno strumento di gestione autoritaria dei conflitti—preservando l’ordine e promuovendo la prosperità attraverso la repressione del dissenso, piuttosto che affrontando le cause profonde che lo generano. Quest’illusione è stata infranta il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha riaffermato con violenza la centralità della questione palestinese.
“A chance at greatness” (e una per la sopravvivenza)
Tralasciando i sontuosi accordi d’investimenti in armamenti e industria dell’intelligenza artificiale, il recente viaggio di Trump nel Golfo ha messo in luce il crescente consenso nella regione sull’importanza della stabilità. Ospitando la maggior parte delle risorse militari statunitensi nell’area, i paesi del Golfo si sentono estremamente vulnerabili al rischio di una guerra più ampia e hanno fatto pressione su Trump affinché acconsentisse di stabilizzare Siria e Iran. Alla sorpresa di alcuni, le dichiarazioni del presidente americano hanno rivelato un potenziale cambiamento nella politica estera americana in Medio Oriente.
Mantenendo la promessa di revocare le sanzioni statunitensi, Trump ha dato la sua benedizione ad al-Sharaa affinchè colga l’occasione per “mostrare [agli Stati Uniti] qualcosa di speciale”. Il presidente Siriano può adesso finalmente iniziare a risollevare il Paese e ricostituire gli apparati statali ed elettivi. Da notare che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e MBS—storici rivali—avrebbero incoraggiato Trump a percorrere questa strada, segnalando il loro sostegno al consolidamento del potere di al-Sharaa. Inoltre, Trump vorrebbe che al-Sharaa aderisse agli Accordi di Abramo, la normalizzazione sarà più probabile quanto più Israele tenterà di alimentare divisioni settarie nel Paese.
Per quanto riguarda l’Iran, Trump ha pubblicamente attribuito ai suoi ospiti il merito di averlo convinto, per il momento, a impegnarsi in “negoziati seri […] per una pace duratura” invece di procedere con attacchi militari preventivi alle sue strutture nucleari—attacchi che Israele sta preparando, secondo fonti d’intelligence. Messa all’angolo economicamente e diplomaticamente, la Repubblica Islamica sarebbe ancora capace di infliggere danni non solo contro Israele, ma anche contro asset americani nella regione. La reazione degli Houthi in Yemen incrementa ulteriormente il potenziale di escalation.
In questo contesto, è presumibile che Trump sia incentivato a trovare un accordo sul nucleare iraniano—sempre che non voglia fare entrare l’America in guerra a inizio mandato sguinzagliando Netanyahu. Nel frattempo, infatti, mentre l’Ayatollah intima gli Stati Uniti di lasciare la regione in risposta al viaggio di Trump, il suo ministro degli esteri Abbas Araqchi garantisce di negoziare con gli americani in buona fede. Alla fine dei quattro giorni, il presidente americano ha benedetto la Siria con una “chance at greatness” e mostrato apertura verso l’Iran, girando le spalle a Netanyahu.
Pax Trumpiana
Il recente viaggio di Donald Trump in Medio Oriente ha ridelineato una visione strategica della regione centrata su prospettive di grandi investimenti, la stabilità di tutti i governi autoritari e il ricomporsi di storiche rivalità con Siria e Iran. Pur senza una soluzione di pace regionale genuina, il suo approccio è stato accolto con favore dagli Stati del Golfo, desiderosi di ostacolare i piani israeliani per colpire l’Iran Ciò li coinvolgerebbe direttamente in una guerra regionale che è certo porterebbe indietro di anni i loro progetti di sviluppo sul lungo termine, come l’IMEC. Dal punto di vista di molti nella regione, l’accordo nucleare con l’Iran è quindi un aspetto cardine per stabilizzare gli affari regionali.
Israele sembra non avere la forza per convincere gli Stati Uniti del contrario. Tuttavia, il piano recentemente approvato dal gabinetto di guerra per occupare indefinitamente Gaza procede inesorabilmente, e Trump non mostra segni di voler mettere un freno al governo Netanyahu. Alcuni analisti sostengono che “lo svuotamento di Gaza sia già iniziato”. Il crollo dell’Asse della Resistenza ha lasciato la Palestina isolata nell’affrontare quella che Netanyahu ha definito la “seconda guerra d’indipendenza di Israele,” nell’ottobre 2023, rievocando lo sfollamento dei palestinesi del 1948 su cui fu fondato lo Stato ebraico.
La regione dovrà, prima o poi, andare oltre l’attuale stato di cose. La domanda è: sarà con o senza la Palestina? Ahinoi, la decisione finale spetta a un solo uomo—Donald Trump.





