“Credo che l’Europa debba lavorare innanzitutto per la prossima generazione. Voglio un’Europa al servizio dei giovani”. Questa frase di Ursula von der Leyen pronunciata all’Università Cattolica di Milano cattura l’essenza del perché investire sui giovani non è solo una scelta etica. È una strategia imprescindibile per il futuro di un Paese: se non si dà ai ragazzi di oggi le opportunità per restare e crescere, domani non ci sarà chi costruisce il benessere comune.
L’Italia registra ogni anno livelli sempre più elevati di emigrazione giovanile. Decine di migliaia di ragazzi lasciano il Paese in cerca di opportunità migliori all’estero. Al contrario, un altro Paese del Sud Europa sta invertendo questo trend, il Portogallo. Appena nominato dall’Economist migliore economia del 2025, si stà trasformando in una meta molto attraente per gli under 35. Il Portogallo è quindi diventato un Paese per giovani?
Come ha fatto Lisbona a ribaltare il trend, mentre Roma continua a perdere capitale umano? Quali lacune italiane emergono a confronto? E soprattutto, quali lezioni concrete può trarre l’Italia dal modello portoghese per fermare l’emorragia?
Questa analisi risponde a questi interrogativi, esaminando il funzionamento delle politiche attuate dal paese lusitano e le lezioni concrete che Roma potrebbe trarre da Lisbona per trasformare le politiche fiscali in un investimento sui giovani.
I numeri del Portogallo e la nuova dinamica migratoria. Un Paese per giovani?
Il Portogallo, a lungo Paese di forte emigrazione giovanile, negli ultimi anni ha cambiato segno alla propria dinamica migratoria complessiva, passando da un’economia che esportava giovani a un sistema capace di attrarre nuova popolazione in età lavorativa. Questo cambiamento è dovuto in larga misura all’arrivo di giovani stranieri, ma anche al rallentamento dell’emigrazione dei giovani portoghesi e alla creazione di condizioni più favorevoli al rientro. Fino a qualche anno fa, ogni anno decine di migliaia di giovani portoghesi tra i 20 e i 35 anni lasciavano il Paese, spinti da salari bassi, costi abitativi elevati e tassazione non competitiva, in un contesto di crisi economica post-2008 che aveva accentuato la fuga di cervelli.
Da qualche anno, tuttavia, la tendenza migratoria giovanile complessiva si è in parte capovolta. I dati della Banca del Portogallo mostrano che la percentuale di laureati tra i giovani che sono emigrati è inferiore al 20% rispetto a quella dei residenti in Portogallo. Al contrario, la percentuale di giovani portoghesi che sono emigrati con solo un’istruzione di base è superiore al 40% rispetto a quella di coloro che sono rimasti in Portogallo. In altre parole, tra i giovani portoghesi la propensione a emigrare è oggi relativamente più bassa tra i più qualificati rispetto a chi possiede solo un’istruzione di base. Questo suggerisce che il Portogallo è riuscito almeno in parte a trattenere il segmento più produttivo della propria forza lavoro giovanile, a differenza di quanto avviene in Italia, dove l’emigrazione colpisce in modo sproporzionato i laureati.

Le ragioni del successo portoghese
Questa inversione non è casuale, ma il risultato di un mix di riforme strutturali e, soprattutto, incentivi fiscali innovativi che hanno spostato l’attenzione dai pensionati stranieri ai giovani lavoratori. Un esempio concreto: Irs Jovem. Questa politica fiscale, introdotta inizialmente nel 2020, porta a una esenzione totale o parziale per i primi 5 anni di lavoro (e potenziata dal 2025 a 10 anni per tutti gli under 35). L’Irs Jovem, quindi, rappresenta il pilastro di una strategia del Portogallo che punta a investire in modo massiccio sui giovani del Paese.
L’importanza dell’Irs Jovem per attrarre i giovani è cruciale: segnala un impegno politico chiaro a trattare la fascia fino ai 35 anni come investimento prioritario, aumentando il reddito disponibile nei primi anni e rendendo competitiva la posizione lusitana rispetto ad altri paesi europei. Il ministro delle Finanze portoghese Joaquim Miranda Sarmento ha definito queste agevolazioni “strumento fondamentale per trattenere e attrarre giovani”, stimando un beneficio per 350-400.000 persone a costo di 650 milioni annui, nonostante i dubbi del Fmi sull’impatto reale nel lungo termine per le finanze dello Stato. Risultato: alcuni giovani laureati portoghesi rientrano, mentre gli stranieri – inclusi molti italiani (circa 6.000 nell’ultimo anno) – scelgono Lisbona per stipendi netti più alti, contribuendo anche a una popolazione in aumento nonostante la bassa natalità. Questa politica, insieme ad altre, sta dando dei frutti, trasformando un handicap demografico in vantaggio competitivo.
La situazione italiana e i tentativi di contrasto
L’Italia affronta da anni una vera e propria emorragia di talenti giovanili, con numeri che delineano un quadro preoccupante per il futuro demografico ed economico del Paese. Dati alla mano, tra il 2011 e il 2024, hanno lasciato l’Italia 630.000 giovani under 35, con un saldo netto negativo di 441.000 dopo i rientri, pari a un costo stimato di 160 miliardi di euro di capitale umano formato. Nel solo 2024, 78.000 ragazzi e ragazze tra i 18 e i 34 anni hanno scelto l’estero, contro appena 17.000 rientri, mentre in un decennio (2014-2023) sono partiti 560.000 giovani, di cui 45.000 laureati.
Le mete preferite? Regno Unito, Germania e Svizzera attraggono i giovani offrendo stipendi netti mediamente superiori e sistemi fiscali più favorevoli nei primi anni di carriera. Questo esodo colpisce soprattutto il Mezzogiorno: tra 2015 e 2023, la Calabria ha perso il 12% dei residenti 20-34enni, la Sicilia l’11%, mentre Lombardia e Veneto registrano saldi positivi interni ma perdono verso l’estero.
Il governo italiano ha attivato diverse misure per contrastare questa tendenza, puntando su incentivi fiscali e contributivi mirati ai giovani e ai rientranti. Il “Decreto Rilancio” del 2020 introduce un esonero contributivo del 100% per i primi 5 anni per under 30 assunti a tempo indeterminato nel Sud. Il regime “Rientro dei Cervelli” offre una tassazione agevolata sui redditi da lavoro per chi rientra dopo almeno 2 anni all’estero. Queste iniziative hanno prodotto risultati parziali: i rientri sono passati da 12.000 nel 2020 a 22.000 nel 2024, soprattutto tra professionisti qualificati, ma rappresentano solo il 25-30% degli esodi annui.
Le strategie italiane per trattenere i talenti
Le politiche italiane presentano limiti strutturali rispetto al modello portoghese.
- La frammentazione: gli sgravi sono spesso legati a zone geografiche (Sud), settori (ricerca) o contratti specifici (indeterminati), escludendo partite IVA, precari e trasferte brevi; mentre, l’Irs Jovem è universale per under 35 con primo lavoro.
- La temporaneità: molti bonus scadono con le leggi di bilancio annuali, creando incertezza, contro i 10 anni fissi portoghesi.
- La scarsa comunicazione: i portali portoghesi dedicano sezioni chiare con simulatori Irs Jovem, mentre in Italia la burocrazia INPS/Agenzia Entrate frena l’accesso.
L’Italia potrebbe fare di più ispirandosi all’esperienza portoghese senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici. L’introduzione di un’“Irpef Giovani” mirata potrebbe contribuire a ridurre l’emigrazione dei giovani professionisti e, parallelamente, a favorire il rientro di quelli già all’estero. Tuttavia, l’efficacia di una simile misura dipenderebbe anche dalla stabilità normativa e dalla semplificazione del sistema fiscale. Come nel caso di Lisbona, una strategia credibile e di lungo periodo potrebbe trasformare la fiscalità da fattore di disincentivo a strumento di attrazione, rafforzando la capacità dell’Italia di posizionarsi come destinazione competitiva per i giovani ad alta qualificazione.
L’Italia può imparare dal Portogallo?
Il Portogallo ha dimostrato che anche un Paese del Sud Europa, con problemi di salari bassi e precarietà, può scegliere di giocare in attacco sulla leva fiscale per i giovani, costruendo un regime come l’Irs Jovem che annulla o riduce drasticamente le imposte sui primi dieci anni di lavoro e contribuisce a un saldo migratorio complessivo positivo nella fascia di età lavorativa, sostenuto dall’arrivo di giovani dall’estero e da una minore fuoriuscita di capitale umano nazionale.
L’Italia, invece, continua a perdere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi, molti dei quali laureati, pagando un prezzo altissimo in termini di capitale umano e di fiducia nel futuro, mentre le proposte di alleggerimento fiscale restano spesso sulla carta o si perdono nella complessità delle norme. Guardare a Lisbona non significa cercare una scorciatoia, ma prendere sul serio l’idea che per trattenere e richiamare una generazione serve un patto chiaro: meno tasse quando si è giovani, in cambio della scelta di costruire qui la propria vita, il proprio lavoro e, domani, il proprio Paese.
*Immagine di copertina: Azulejo in Portogallo [Foto di Dominik Kuhn via Unsplah]





