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La Russia accerchiata cerca il riscatto in Siria

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I vincoli esterni a occidente e oriente

In molti si chiedono quale ruolo abbia la Russia nel nuovo duello mondiale tra Usa e Cina. Da sempre un Paese indipendente, che non ama alleanze (a meno che non sia in una posizione dominante), la Russia di Putin si è trovata costretta negli ultimi anni ad avvicinarsi alla Cina di Xi Jinping in virtù delle decisioni prese al summit NATO tenutosi in Galles nel 2014, dove i Paesi del Patto atlantico hanno discusso in merito a come reagire alle operazioni russe in Ucraina e in Crimea. A quanto sembra, gli Usa non intendono aprire alla Russia e anzi, la volontà espressa di recente dal presidente Usa Donald Trump di spostare più a est (in Polonia) ben 9.500 soldati americani attualmente schierati in Germania lascia ben poche speranze al Cremlino di poter contare su un avvicinamento tra i due Paesi.

Per capire la portata di questo spostamento di truppe, basta considerare un intervallo temporale più ampio e rendersi conto che la Russia è sì un impero, ma sulla difensiva. Pur avendo guadagnato la Crimea (che di fatto era già nella sua disponibilità e controllo), la Russia si è fatta sorprendere dalla vittoria di Poroshenko in Ucraina. Inoltre, negli anni ha perso molto terreno e influenza in Europa orientale, anche grazie al cosiddetto “Partenariato orientale”, un progetto nato nel 2008 da un’idea del governo polacco e volto a rafforzare l’avvicinamento politico ed economico di sei Paesi dell’Europa dell’est (Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia) con l’Ue. Nel complesso, se è vero che l’Unione Sovietica e la Russia odierna possono essere concepite come due anime dello stesso impero, è altrettanto vero che nel 1994 l’Urss contava 400.000 uomini in Germania orientale, mentre oggi si ritrova asserragliata a Sebastopoli, in Crimea, con le basi NATO a pochi chilometri di distanza dalle principali città russe. Senza contare l’enorme valore simbolico che da sempre l’Ucraina (detta anche “la piccola Russia”) riveste per la storia russia, essendo stata la Rus’ di Kiev il primo embrione dello stato russo. 

Se ad occidente la situazione non è delle migliori, anche ad oriente la Russia di Putin deve affrontare rilevanti difficoltà strutturali. La Russia è un Paese enorme, a cavallo tra due continenti, eterogeneo, e nel complesso scarsamente popolato: la maggioranza della popolazione risiede infatti nelle città della parte occidentale, di fatto la più esposta a potenziali attacchi da parte della NATO. Tuttavia, è ad oriente che due fattori strutturali come la vastità di territorio e la scarsità di popolazione giocano contro la Russia in favore di un altro vicino scomodo, la Cina. Il peso demografico cinese da solo può mettere in discussione l’egemonia russa nella spopolata ma ricca Siberia, costituendo così uno dei principali incubi geopolitici di Mosca.  

Il conflitto siriano e l’esternalizzazione del rischio interno

Unitamente al ridimensionamento della sfera d’influenza russa in occidente e alla sinofobia dovuta alla forte pressione demografica cinese ad oriente, non si può ignorare il pesante impatto che le sanzioni imposte da Ue e Usa hanno avuto sull’economia russa. Nel contempo, la tensione economica venuta dall’esterno ha avuto effetti sul piano politico interno, palesando quindi la necessità per Putin di rinsaldare la propria leadership, frenare le mire dei siloviki, uomini forti delle agenzie governative russe, e aumentare il consenso interno. Ed è proprio questa una delle chiavi di lettura in grado di spiegare l’impegno russo in Medio Oriente: la necessità di mostrare all’eterogeneo elettorato russo che Mosca (e chi la governa) è rispettata sul piano internazionale ed è ancora un attore di cui tener conto.

Partiamo da un dato di fatto: l’intervento russo in Siria si è rivelato decisivo per le sorti del dittatore Bashar Al-Assad. Al momento dell’inizio delle operazioni in Siria, l’ISIS controllava il 70% del territorio siriano. Adesso, l’ISIS costituisce una minaccia molto ridimensionata per il regime di Bashar Al-Assad, il quale attraverso l’aiuto russo ha riconquistato più di 400 insediamenti tra cui il famoso sito archeologico di Palmyra

All’inizio, Mosca ha inviato sul teatro siriano soldati e rifornimenti che prima erano stati impiegati a supporto dei separatisti pro-Russia in Ucraina. Nel contempo, il conflitto in Siria si è subito dimostrato essere anche una difficile partita diplomatica combattuta a suon di veti e risoluzioni presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proprio tra la Russia e i Paesi occidentali, capeggiati dagli Stati Uniti. Lo scontro diplomatico sulla Siria rifletteva inevitabilmente la realtà geopolitica in virtù della quale Russia e Cina si trovavano in contrapposizione con Usa ed Unione europea. Per contrastare la narrativa contro Bashar Al-Assad, Putin ha pensato bene di giocare la carta della lotta al terrorismo, asserendo che il Presidente siriano e il suo esercito erano gli unici a contrastare l’ISIS in Siria.

Non bisogna dimenticare che la Russia gode da tempo di un’importante testa di ponte nel mar Mediterraneo, l’installazione militare della marina russa nel porto della città siriana di Tartus. Oltre a questa, vi sono le truppe russe di stanza presso la base aerea di Khmeimim (nella provincia di Latakia), nel nord-ovest della Siria, da cui i Mig-29 e i Su-24 dell’aviazione russa partivano per colpire le postazioni ISIS. Una volta approvato ufficialmente dal parlamento russo l’impegno militare in Siria, la Russia è tuttavia stata accusata di bombardare installazioni civili, tra cui alcuni ospedali. Si è assistito quindi a uno scontro di narrative divergenti: mentre da un lato Putin sosteneva di colpire i terroristi, gli Usa affermavano che i raid russi indebolivano le fazioni (antagoniste del regime Bashar Al-Assad) che combattevano i terroristi.

La Russia sulla difensiva

In conclusione, mentre la partita in Siria sembra essere ancora aperta, Putin fatica a capitalizzare dal punto di vista economico il successo ottenuto nell’aiutare il presidente siriano Bashar Al-Assad nello sconfiggere l’ISIS. In aggiunta a ciò, il sospetto che sia stato il Cremlino a ordinare l’avvelenamento dell’oppositore politico Navalny ha gettato ombre sul presidente russo, allontanando ancora di più la Russia da Usa e Ue. Di fatto, la Russia di Putin ha perso da tempo l’iniziativa, e si sta rendendo conto che anche attraverso l’Ue continua a perdere influenza sul proprio vicinato ed è costretta, salvo estemporanee prove di forza come in Siria, a giocare sulla difensiva.

Testo a cura di Davide Zurlo

*Putin presso la base militare aerea di Khmeimim in Siria (crediti foto: sito del Presidente della Federazione Russa, CC by 4.0)

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