Prosegue la serie di analisi dedicata a PROMPT (Predictive Research On Misinformation & Propagation Trajectories), il progetto di European Narratives Observatory che utilizza l’Intelligenza Artificiale per contrastare la disinformazione online.
Attraverso la ricostruzione delle tecniche retoriche impiegate e l’analisi della propagazione dei contenuti, questo articolo esamina le principali cornici narrative entro cui è inquadrata la disinformazione nei confronti delle comunità e degli individui LGBTQ+.
Le comunità LGBTQ+ come bersaglio della disinformazione
Negli ultimi anni, le comunità LGBTQ+ sono entrate a far parte del dibattito pubblico e dell’agenda politica, contribuendo a portare avanti la riflessione su identità di genere e orientamento sessuale, e, quindi, su diritti e inclusione. Sebbene, al giorno d’oggi, la rete e le piattaforme digitali abbiano contribuito a creare uno spazio per la diffusione delle e la sensibilizzazione alle istanze queer, gli individui LGBTQ+ continuano ad essere oggetto di discorsi d’odio veicolati online e offline, e bersaglio di campagne di disinformazione.
Secondo un rapporto presentato dall’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (ILGA World) al Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione ed espressione, la disinformazione legata all’identità di genere e all’orientamento sessuale costituisce a tutti gli effetti una manifestazione di violenza. E, oltre a provocare un impatto dannoso direttamente sui gruppi LGBTQ+, questa produce stereotipi entro l’opinione pubblica, seminando sentimenti di paura e polarizzando il dibattito.
La mappatura di PROMPT del discorso anti-LGBTQ+ online
A partire da un corpus di 1.711.649 post diffusi sulle piattaforme social nel periodo compreso tra aprile e agosto 2025 (di cui 845.469 provenienti da X, 751.658 da Facebook e 114.522 da Instagram), PROMPT ha selezionato e analizzato un totale di 9485 contenuti, filtrandoli in base ad una serie di parole chiave in otto lingue diverse.
La mappatura delle narrative è stata effettuata mediante la matrice semantico-assiologica, che combina l’analisi dei significati linguistici a quella dei valori culturali impiegati per forgiare l’immaginario collettivo. I risultati mostrano una chiara tendenza alla negativizzazione e alla marginalizzazione dei gruppi LGBTQ+, rafforzando la logica del “noi contro loro”.
Narrative contro i gruppi LGBTQ+: le principali cornici della disinformazione
Gli argomenti adottati per collocare le narrative entro cornici di senso attingono e si accostano ai temi più disparati.
Sullo sfondo, predomina l’argomentazione secondo cui il discorso LGBTQ+ costituirebbe un’ideologia corruttrice, tesa a contaminare e minacciare una società moralmente “pura”. Questa narrativa, sulla quale se ne costruiscono numerose altre, è utilizzata come scudo per la difesa della cultura “sana”, normalizzando l’identificazione degli individui LGBTQ+ come outsider e legittimandone l’esclusione.
La forza corruttrice della “ideologia di genere” viene altresì evidenziata sottolineando come le istituzioni chiave delle democrazie liberali occidentali (dalle scuole ai tribunali, dai ministeri ai media) siano state “conquistate” e rese schiave di un’ortodossia imposta. A questa visione si accompagna un risentimento nei confronti delle élite, che starebbero imponendo tale ideologia alla gente comune, minando le tradizioni, l’identità e la sovranità nazionale. Difatti, il sostegno da parte delle istituzioni verso le rivendicazioni LGBTQ+ è spesso individuato come una prova del decadimento morale dell’Occidente, aspetto che rende conseguentemente necessario innalzare il sentimento anti-LGBTQ+ a leva per un’autodifesa nazionale.
La salvaguardia delle tradizioni e dei valori socio-culturali condivisi passa anche per la protezione di una “struttura familiare naturale” e di un “ordine naturale”, che devono essere preservati per garantire una continuità demografica e, dunque, una stabilità sociale. In questa specifica narrativa convergono istanze provenienti sia dal mondo “laico” (motivate da una preoccupazione per il calo demografico), sia dal mondo religioso (motivate dall’esigenza morale di seguire il disegno divino).
Un’ulteriore area di allarme riguarda l’educazione dei bambini. Nello specifico, ad essere denunciato è il presunto asservimento delle istituzioni scolastiche nei confronti dell’“indottrinamento” voluto dai promotori dei diritti LGBTQ+. Secondo gli oppositori, questo verrebbe concretizzato all’interno dei programmi di studio esponendo gli alunni a contenuti “inappropriati”. A questi timori si affiancano, infine, quelli legati alla salute, che inquadrano le identità LGBTQ+ come una devianza o una condizione patologica.
Come convincere? Tra tecniche di persuasione e dispositivi retorici
A sostegno delle narrative precedentemente ricostruite, tecniche retoriche e di persuasione sono impiegate per suscitare forti reazioni emotive (come rabbia, paura, ansia e disgusto) e corroborare il sentimento anti-LGBTQ+ tra l’opinione pubblica.
Nel novero delle tecniche di persuasione rientrano strategie che mirano a seminare dubbi infondati circa la perdita di controllo sui valori di una società moralmente “pura” e il relativo senso di impotenza nel ristabilirli. Da questo punto di vista, PROMPT ha rilevato che i post diffusi online contengono spesso frasi come “ci stanno imponendo questo”, “i genitori sono messi da parte” o “non hanno nessuna voce in capitolo”. A ciò si aggiunge il ricorso ad attacchi verbali e l’accostamento di etichette denigratorie agli attivisti LGBTQ+ (“radicali di sinistra”, “pericolosi estremisti”, “groomers”), utilizzate, in modo particolare, per rafforzare il senso di minaccia.
Nel complesso, PROMPT segnala come la disinformazione sia sistematicamente costruita attraverso una generalizzazione eccessiva. Un singolo caso o evento specifico è di fatto spesso strumentalizzato per trarre conclusioni ampie e generalizzate. Un esempio, a tale proposito, è dato dall’uso di frasi quali “le scuole sono conquistate dall’ideologia di genere”. Questa pratica si combina con l’uso di fallacie logiche come la cosiddetta slippery slope, un dispositivo retorico che consiste nel presentare un evento come l’inizio inevitabile di una serie di conseguenze negative e, spesso, estreme. Rientrano in questa categoria i post che, per esempio, sostengono che se fosse permesso alle ragazze transgender di competere, gli sport femminili cesserebbero di esistere.
La diffusione della disinformazione sulle piattaforme social: attori principali e dinamiche di engagement
La disseminazione delle narrative disinformative trova terreno fertile all’interno delle piattaforme social, in cui individui e comunità si mobilitano per generare engagement e polarizzare il dibattito. In questo spazio virtuale, i discorsi anti-LGBTQ+ si intrecciano e si rafforzano a vicenda, sovrapponendosi anche a temi apparentemente non affini agli argomenti queer.
X e Facebook sono le principali piattaforme utilizzate per veicolare i contenuti che esprimono posizioni critiche e conservatrici rispetto ai diritti LGBTQ+. Nonostante non manchino voci di sostegno, queste risultano essere meno coordinate e, soprattutto, meno influenti, cioè meno capaci di generare engagement. Da questo punto di vista, il metro utilizzato da PROMPT per misurare l’engagement di ogni post si basa sulla rilevazione delle interazioni avvenute, ovvero la somma complessiva di “mi piace”, commenti e condivisioni.
In questi termini, X è il canale che domina in termini di engagement totale, soprattutto per via del volume di post più elevato. Facebook, invece, presenta un numero di post inferiore per il periodo preso in esame, ma raggiunge un livello di engagement medio per post leggermente superiore. Per quanto siano presenti prove di comportamenti coordinati tra le diverse piattaforme social, i picchi di engagement variano da piattaforma a piattaforma. Di conseguenza, l’attenzione alle questioni LGBTQ+ risulta essere piuttosto legata a momenti virali specifici di ciascuna piattaforma.
Quale soluzione contro la disinformazione anti-LGBTQ+ nello spazio digitale?
La varietà e la viralità delle forme di disinformazione nei confronti delle comunità LGBTQ+ suggeriscono quanto lavoro sia ancora necessario per contrastare questa pratica discriminatoria. Sebbene siano presenti tentativi tesi a contrastare tale fenomeno, occorre precisare che non tutte le normative contro la disinformazione includono specificamente l’orientamento sessuale o l’identità di genere, e, prima ancora, non tutti gli ordinamenti penalizzano effettivamente i comportamenti discriminatori e diffamatori in riferimento a questi due oggetti.
A ciò si deve aggiungere il fatto che il potere di decidere quali contenuti siano dannosi continua ad essere sostanzialmente nelle mani delle piattaforme digitali. Lasciare in mano ad attori privati un ampio margine di discrezionalità deriva anche dalla mancanza di una chiara armonizzazione, da parte del diritto sovranazionale, rispetto alle definizioni di “contenuto discriminatorio” o “contenuto dannoso”. Il risultato è un’applicazione spesso opaca, o quantomeno disomogenea, delle pratiche di moderazione di ciò che circola online, rendendo dunque insufficiente e parziale la tutela dei diritti LGBTQ+.
Al di là delle questioni tecnico-giuridiche, è tuttavia possibile intravedere parte della soluzione nella dimensione propria del momento educativo. In primo luogo, assume un rilievo cruciale l’educazione orientata alla sensibilizzazione e alla decostruzione dei pregiudizi nei confronti delle persone LGBTQ+. In secondo luogo, risulta essenziale una più trasversale educazione mediatica, volta a fornire ai cittadini ー prima ancora che agli utenti ー gli strumenti necessari per orientarsi consapevolmente e criticamente nello spazio informativo digitale. Il rafforzamento di queste competenze costituisce un aspetto imprescindibile per ridurre l’impatto della disinformazione, agendo sì sui contenuti che la veicolano, ma anche, e forse soprattutto, sugli atteggiamenti culturali e cognitivi che ne consentono la diffusione e la legittimazione.
*Immagine di copertina: [PROMPT project logo via The European Narrative Observatory/PROMPT]





