La guerra di 12 giorni tra Israele e Iran ha tenuto il mondo col fiato sospeso. Le reazioni internazionali sono state diverse: mentre gli Stati Uniti sono intervenuti a sorpresa, l’Unione Europea (UE) è rimasta in disparte. Nonostante gli appelli alla diplomazia, infatti, Bruxelles non è riuscita a imporsi come mediatrice nel confronto con Teheran.
La guerra tra Israele e Iran
Giovedì 13 giugno, Israele ha attaccato l’Iran. Secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’operazione, chiamata ‘Rising Lion’, è stata motivata dal timore che Teheran potesse colpire con armi atomiche. Tel Aviv ha dunque attaccato dozzine di obiettivi nel territorio iraniano, prendendo di mira i siti nucleari e di lancio dei missili, leader militari e scienziati, colpendo anche zone residenziali di Teheran.
L’escalation militare non si è fatta attendere: in risposta, infatti, l’Iran ha lanciato missili balistici su Israele, colpendo Tel Aviv e una raffineria. Quest’ultimo ha a sua volta contrattaccato colpendo siti legati al programma nucleare e missilistico iraniano, tra cui il sito di arricchimento dell’uranio di Natanz, e infrastrutture energetiche, tanto da spingere l’Iran a minacciare di chiudere lo Stretto di Hormuz, dove passa un quinto del petrolio mondiale. Questi scontri hanno provocato almeno 600 morti in Iran e 29 in Israele.
Il tempismo dell’attacco non è casuale: per anni, infatti, Israele ha evitato un attacco diretto all’Iran, frenato dall’opinione pubblica e dalla mancanza di appoggio americano. Dopo il 7 Ottobre, tuttavia, la situazione è nettamente cambiata. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha avviato la guerra contro la Striscia di Gaza, e dato che l’Iran finanzia il gruppo terroristico, molti israeliani considerano Teheran come diretta corresponsabile dell’azione terroristica. Tuttavia, oggi Netanyahu e il suo partito, il Likud, hanno perso parte del supporto popolare iniziale. Gli israeliani accusano il governo di aver fallito del proteggerli, e ora, nonostante l’iniziale supporto della popolazione verso la guerra nella Striscia di Gaza, molti credono che il primo ministro agisca sulla base delle proprie considerazioni politiche, incluso il proseguimento del genocidio contro i palestinesi. In vista delle elezioni politiche del 2026, il primo ministro israeliano ha bisogno di riguadagnare popolarità, e con le operazioni contro Hezbollah e l’Iran, ci è riuscito.
In effetti, Israele aveva già attaccato l’Iran nell’aprile e nell’ottobre del 2024, ma si trattava di atti principalmente dimostrativi. Stavolta, invece, Israele ha lanciato un’operazione su larga scala, mirata a indebolire il regime. Nonostante Israele sia militarmente superiore, come dimostrato dalla rapida presa di controllo dei cieli iraniani, non ha però le armi e tecnologie necessarie per danneggiare i siti nucleari meglio protetti, come quello di Fordow.
Allora, perché attaccare ora? Il motivo è che, in questo momento, l’Iran è più vulnerabile: le sue difese sono state danneggiate dagli attacchi israeliani precedenti, e suoi alleati regionali, Hamas ed Hezbollah, non hanno le capacità di impegnarsi militarmente su un altro fronte. Inoltre, lo scorso aprile sono iniziati dei negoziati tra Stati Uniti e Iran per un nuovo accordo sul nucleare iraniano. In questo ambito, l’economia iraniana è afflitta dalle sanzioni internazionali e punterebbe quindi ad allentarle, mentre Trump vorrebbe approfittarne per concludere un accordo favorevole agli Stati Uniti. Ma il fallimento di questi colloqui a giugno, ha ulteriormente distanziato Washington e Teheran, dando a Tel Aviv l’opportunità di sfruttare questo momento di tensione.
Tuttavia, il motivo formale dietro all’aggressione israeliana del 13 giugno, rimane ancora il timore del nucleare iraniano, un sospetto presente da molto tempo.
Il nucleare iraniano
Il programma nucleare iraniano, in realtà, è attivo dagli anni ‘50 proprio grazie ad un’iniziativa americana, ‘Atoms for peace’, nata per promuovere l’energia nucleare a uso pacifico.
La situazione, tuttavia, cambia con la Rivoluzione islamica del ‘79, che segna uno spartiacque tra Iran e Stati Uniti: le relazioni tra i due, infatti, si congelano, e l’ayatollah Khomeini – l’allora guida suprema della Repubblica Islamica d’Iran – blocca tutti i programmi di cooperazione con l’Occidente. Il programma nucleare dunque rimane fermo per decenni, fino ai primi anni 2000, quando viene scoperto che l’Iran avesse ripreso l‘arricchimento dell’uranio. Per arricchimento dell’uranio, si intende il processo tramite cui viene aumentata la concentrazione dell’isotopo 235, che serve per generare reazioni di fissioni nucleari. Per le centrali nucleari è sufficiente un arricchimento tra il 3 e il 5%, mentre le armi atomiche hanno bisogno di un livello molto più alto, oltre il 90%.
In seguito a questa scoperta, le Nazioni Unite nel 2006 hanno imposto sanzioni economiche e commerciali all’Iran, chiedendo che quest’ultimo fermasse le attività di arricchimento dell’uranio. Anche l’UE e gli Stati Uniti hanno messo in atto sanzioni contro Teheran, danneggiando gravemente la sua economia.
Nonostante ciò, la comunità internazionale ha lavorato per aprire un dialogo con l’Iran e raggiungere un accordo. Il risultato è arrivato nel 2015, con la firma dell’accordo sul nucleare iraniano, il Piano d’azione congiunto globale (PACG). Questo storico accordo è stato frutto di anni di negoziati, portati avanti dal cosiddetto gruppo P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina, più la Germania) e l’UE.
Il PACG stabilisce la revoca delle sanzioni da parte degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite contro l’Iran, in cambio della garanzia che il programma nucleare iraniano sia utilizzato esclusivamente per scopi pacifici. Ciò significa che i livelli di arricchimento dell’uranio devono rimanere sotto al 3,67%; il rispetto di queste condizioni è monitorato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) che supervisiona l’utilizzo degli impianti nucleari. In seguito alla firma del PACG, i risultati sono stati positivi, e la stessa AIEA ha infatto confermato che Teheran stesse rispettando l’accordo.
Nonostante ciò e le forti critiche di Bruxelles, nel 2018 Trump ha ritirato unilateralmente gli USA dal programma, definendolo “il peggior accordo della storia”. Da allora, Teheran ha ripreso ad arricchire l’uranio, arrivando a un 60%, ben oltre il livello necessario per gli impianti civili. Questo è stato verificato dai controlli dell’AIEA, ma allo stesso tempo, come ha detto recentemente il direttore Rafael Grossi, l’Iran è lontano dall’avere un’arma atomica pronta all’uso.
L’attacco degli Stati Uniti e la fine della guerra dei 12 giorni
Dopo giorni di ambiguità da parte di Trump, nella notte del 22 giugno gli Stati Uniti sono intervenuti per supportare Israele, bombardando i siti nucleari di Fordow, Natanz e Esfahan. La cosiddetta operazione americana “Midnight Hammer” è avvenuta prima della scadenza dell’ultimatum annunciato da Trump, e senza coordinarsi con gli alleati. In risposta, l’Iran ha lanciato diversi missili balistici contro basi americane in Qatar, anche se aveva già preannunciato agli Stati Uniti la rappresaglia.
Due giorni dopo gli attacchi dell’Iran, il 24 giugno, Trump ha annunciato su Truth di aver raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Casa Bianca aveva infatti imposto all’Iran di fermare gli attacchi per 12 ore, e ad Israele di fare altrettanto per le successive 12 ore. Trascorso questo tempo, e nonostante accuse reciproche di violazioni del cessate il fuoco, sia Iran che Israele hanno annunciato la fine del conflitto.
Tutte le parti hanno tratto beneficio dal cessate il fuoco: gli Stati Uniti non si sono invischiati in una lunga guerra, Israele aveva già colpito la maggior parte dei suoi obiettivi in Iran, e Teheran era comunque troppo debole per proseguire il conflitto.
Ciò che succederà d’ora in poi è incerto. Washington e Tel Aviv si vantano di aver distrutto le capacità nucleari iraniane, mentre invece Teheran ha definito i danni subiti “abbastanza superficiali”.
Tuttavia, al momento i dettagli dell’accordo raggiunto da Trump rimangono sconosciuti. Informazioni sul contenuto non sono ancora state condivise, ed è quindi difficile prevedere se la guerra sia davvero finita.
L’UE senza voce in capitolo?
Nonostante il ruolo fondamentale dell’UE come facilitatore e custode dell’accordo PACG, dal 2015 ad oggi l’influenza europea nei colloqui con l’Iran si è affievolita.
Prima della seconda amministrazione Trump, ad esempio, l’UE era già stata messa in disparte dal dialogo creatosi tra l’Iran e il cosiddetto gruppo E3, composto da Francia, Germania e Regno Unito. In ogni caso, va detto che questo stesso formato ha comunque avuto poca rilevanza, dato che gli E3 sono stati esclusi dai negoziati tra Stati Uniti e Iran dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Gli Stati Uniti hanno ulteriormente estraniato l’Europa anche durante la guerra dei 12 giorni. Ciò è stato evidente con l’attacco a Teheran, di cui nessuno dei 27 Stati membri dell’UE era stato avvisato preventivamente.
Lo scontro tra Israele e Iran ha preoccupato Bruxelles soprattutto per le sue implicazioni politiche ed economiche: fra tutte, la possibilità della chiusura dello stretto di Hormuz e le sue conseguenze sui mercati energetici globali. Nonostante la posta in ballo, l’UE non è riuscita ad affermarsi come mediatore.
Allo scoppio del conflitto tra Israele e Iran, l’Europa ha cercato di richiamare le parti alla diplomazia. Ad una settimana dall’inizio dello scontro, infatti, i ministri degli esteri degli E3 e l’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri, Kaja Kallas, hanno organizzato un incontro con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sulla guerra in Medio Oriente. L’obiettivo di questo vertice, tenutosi a Ginevra il 20 giugno, era raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano in modo da evitare l’intervento armato degli Stati Uniti. Tuttavia, mentre gli europei ribadivano la volontà di continuare il dialogo per raggiungere un accordo, l’Iran ha chiarito che avrebbe preso in considerazione la diplomazia solo quando Israele avrebbe smesso di attaccare. Anche dopo l’attacco americano ai siti nucleari iraniani, i leader europei hanno richiamato le parti al tavolo dei negoziati, ma alla fine, sono stati gli Stati Uniti hanno determinato l’andamento della guerra dei 12 giorni.
In conclusione, l’UE è stata ancora una volta frenata dalle diverse posizioni dei suoi Stati membri. Mentre Germania e Francia supportavano l’attacco di Israele all’Iran, Bruxelles ha nuovamente perso l’occasione di reagire prontamente, come è successo con Gaza. L’inazione indebolisce l’Europa sul piano internazionale, e senza un cambio di rotta, il suo ruolo rischia di diventare sempre più marginale rispetto a potenze come Stati Uniti, Russia e Cina.


![Riforma del premierato [Crediti foto: Marco Oriolesi su Unsplash]*](https://www.orizzontipolitici.it/wp-content/uploads/2023/12/marco-oriolesi-wqLGlhjr6Og-unsplash-scaled.jpg)


