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Slovenia 2026 al voto: test per l’Europa allargata

Elezioni in Slovenia 2026

Le elezioni slovene del 22 marzo 2026 rappresentano un momento cruciale non solo per Lubiana, ma per lintera Unione Europea nei Balcani. Un paese a lungo considerato una storia di successo dellintegrazione europea potrebbe ora avvicinarsi a un modello sovranista ispirato allesperienza ungherese, con implicazioni che vanno ben oltre i suoi confini. Il voto dirà se la Slovenia resterà un promotore dellallargamento europeo o diventerà un nuovo punto di frizione in unEuropa sempre più frammentata.

Il 22 marzo si terranno le elezioni parlamentari in Slovenia. 88 membri dell’Assemblea Nazionale verranno eletti con un sistema proporzionale, mentre i restanti 2 seggi sono riservati alla rappresentanza delle minoranze italiana e ungherese. Si torna dunque al voto dopo quattro anni dalle ultime elezioni, e le liste e i singoli partiti dovranno superare la soglia di sbarramento del 4%.

Le ultime elezioni parlamentari erano state vinte dal partito dell’attuale primo ministro Robert Golob, il Movimento Libertà, un partito di centrosinistra che ha formato una coalizione di governo con il Partito Socialdemocratico e Sinistra (Levica). Se nelle elezioni del 2022, solo cinque partiti riuscirono a superare la soglia di sbarramento, secondo i sondaggi quest’anno il parlamento tornerebbe a frammentarsi ulteriormente. Le previsioni indicano sette partiti che riuscirebbero ad entrare nell’Assemblea Nazionale.

Ma questo appuntamento rappresenta molto più di un semplice voto. La Slovenia, primo paese ex-jugoslavo ad entrare nell’UE nel 2004, e nell’Euro nel 2007, potrebbe virare verso un orizzonte populista e nazionalista. Più che decidere il futuro di un paese di due milioni di abitanti, queste elezioni metteranno alla prova il modello stesso di integrazione europea nei Balcani.

Il panorama elettorale

I sondaggi danno attualmente in testa il Partito Democratico (SDS), formazione di destra guidata dall’ex primo ministro Janez Janša, che riuscirebbe ad ottenere 29 seggi. Il Movimento Libertà, vincitore delle scorse elezioni con il 34% dei consensi e partito dell’attuale primo ministro Golob, potrebbe ottenerne 24. Seguirebbero il Partito Socialdemocratico con 9 seggi e i Democratici (centristi) e Levica (sinistra) con 7 seggi ciascuno. Nuova Slovenia (centrodestra) e resni.ca (partito di estrema destra, euroscettico e antivaccino) si fermerebbero a 6 seggi.

La competizione vede in primis il blocco conservatore-sovranista dell’SDS con una retorica anti-immigrazione, una vicinanza a Viktor Orbán e un crescente euroscetticismo. Janša fa parte del Partito Popolare Europeo, ma in passato ha generato tensioni con Bruxelles durante i suoi mandati da primo ministro, soprattutto sullo stato di diritto e della libertà di stampa.

In campagna elettorale, Janša ha più volte ribadito la cattiva gestione economica del governo Golob soprattutto in termini di pensioni e dell’elevato costo del lavoro che spingerebbe le aziende a migrare verso Croazia e Ungheria. Ha anche attaccato duramente la gestione della questione Rom. Ha promesso di tagliare i fondi alle ONG che si occupano di immigrazione, definendole complici di un’invasione organizzata. Sul fronte internazionale, pur condannando l’invasione russa dell’Ucraina, Janša ritiene che una significativa responsabilità del conflitto ricada sull’UE. Secondo lui, Bruxelles avrebbe a lungo sottovalutato le conseguenze della propria politica debole verso Putin. L’SDS potrebbe riuscire ad ottenere la maggioranza in una possibile coalizione con i Democratici di Anže Logar e Nuova Slovenia, raggiungendo così i 42 seggi necessari per governare. 

A sfidare il primo blocco ci sono i liberali di Golob, in forte calo di consensi dopo quattro anni di governo segnati da promesse ambientaliste e riformiste disattese. Il Movimento Libertà, che nel 2022 aveva cavalcato l’onda dell’anti-janšismo e della voglia di cambiamento, si trova oggi a difendere un bilancio mediocre. L’economia è in stagnazione e le riforme promesse sono rimaste sulla carta. La lentezza nell’attuazione delle riforme e l’assenza di risultati tangibili su fisco e welfare hanno eroso rapidamente la credibilità del governo.

Golob ha cercato di differenziarsi sul piano internazionale. La Slovenia sotto la sua guida è stata sostenitrice della soluzione dei due stati in Medio Oriente, riconoscendo la Palestina nel luglio 2024, fino al simbolico divieto di ingresso ai ministri israeliani Ben Gvir e Smotrich. Recentemente ha deciso di non partecipare al “Board of Peace” proposto da Trump, a cui Golob avrebbe partecipato solamente se l’iniziativa si fosse limitata alla ricostruzione di Gaza. Ha anche inviato due ufficiali dell’esercito sloveno in supporto alla Danimarca per la difesa della Groenlandia, in un gesto simbolico di solidarietà atlantica. Ma questi gesti di politica estera non sembrano bastare a compensare le delusioni domestiche. 

Gli altri protagonisti e la campagna elettorale

A frammentare ulteriormente lo scacchiere politico è il nuovo partito di Anže Logar. Ex ministro degli Esteri nel governo Janša, con i suoi Democratici rappresenta l’area più moderata e centrista della destra slovena. Logar potrebbe rappresentare l’ago della bilancia: con molta probabilità entrerebbe a far parte di un possibile governo trainato dall’SDS, ma nessuno può escludere un suo sostegno a un governo di centrosinistra.

Si aggiungono poi altri partiti minori come il Partito Socialdemocratico, alleato di governo di Golob ma in crisi di consensi, e il partito di centrodestra democristiano Nuova Slovenia. C’è anche il controverso Resni.ca, formazione di estrema destra, euroscettica e no-vax.

La campagna elettorale è inevitabilmente influenzata dagli sviluppi geopolitici come il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la questione israeliana, la guerra in Ucraina. Ma pesano anche temi più prettamente nazionali come la gestione dei rom, dei migranti e la sicurezza dei confini. Uno dei temi dominanti è la “rotta balcanica” proveniente dalla Croazia: Janša ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia nella retorica anti-immigrazione.

Anche l’economia ha la sua rilevanza. Il costo della vita si attesta poco al di sotto della media europea, ed è decisamente più elevato dei vicini balcanici come Croazia e Serbia. L’inflazione è in crescita e la disillusione post-euro diventa palpabile.

La dimensione geopolitica

Si fa sempre più acceso il dibattito se mantenere il tradizionale atlantismo che ha contraddistinto gli anni più recenti della storia slovena, o se virare verso tentazioni più neutraliste. Nel luglio 2025 il partito Sinistra aveva proposto un referendum sulla permanenza nella Nato in contrasto con la decisione di innalzare gli investimenti della difesa. Referendum che non si tenne per mancanza di voti in parlamento, ma che avrebbe avuto l’astensione di Janša e del suo SDS, e l’approvazione di alcuni dissidenti del Partito Socialdemocratico. 

Questo potrebbe rivelare come la sinistra radicale guardi ancora con nostalgia al non-allineamento jugoslavo di Tito. La destra sovranista, invece, alla stregua di quanto accade in altri paesi europei, potrebbe vedere nella NATO un vincolo che limita la sovranità nazionale, proprio come accade in Serbia e nella Republika Srpska bosniaca. 

Golob, invece, si conferma un sostenitore dell’alleanza atlantica e cultore dell’amicizia americana. Specifica che non bisogna dimenticare la storia decennale di collaborazione tra Europa e Stati Uniti, nonostante gli ultimi avvenimenti legati al ritorno di Trump. Secondo il primo ministro uscente non si è ancora superato un punto di non ritorno nei rapporti transatlantici.

Anche la fascinazione per il modello ungherese trova consenso tra gli elettori di Janša. Il “modello Orbán”, un paese nell’Unione Europea e nella NATO, ma che mantiene ampia autonomia e intrattiene rapporti con Russia e Serbia potrebbe essere un modello da seguire. In passato sono avvenuti numerosi scambi tra Janša e Orbán, tra cui un accordo di collaborazione economica e di sviluppo sociale quando erano entrambi primi ministri.

Il posizionamento nella Regione

La Slovenia, insieme alla Croazia, dovrebbe essere il “mentore” naturale del resto dei Balcani Occidentali come Serbia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Il governo Golob ha più volte espresso pubblicamente la volontà di spingere verso il processo di allargamento per paesi come la Bosnia-Erzegovina, l’Albania e la Macedonia del Nord. La Slovenia si è spesso accodata allOccidente nel contrastare le infiltrazioni straniere nella regione, soprattutto della Russia e della Serbia. Ne è un esempio il divieto di ingresso per Milorad Dodik, l’ex presidente della Republika Srpska, noto per le sue posizioni indipendentiste, anti-NATO e filo-russe. 

Ma la realtà è più complessa. Prevale in larga parte della popolazione slovena una certa diffidenza verso i vicini balcanici. Le aziende slovene temono la concorrenza di manodopera a basso costo e si teme che l’allargamento faciliti nuovi flussi attraverso la rotta balcanica. Inoltre, la Slovenia potrebbe ripetere quanto già fatto in passato. Nel 2009 bloccò i negoziati di adesione della Croazia a causa di una disputa sui confini e la possibilità che ciò accada nuovamente non è così remota. Il voto sloveno è quindi cruciale per capire quanto consenso ci sia ancora nell’Europa centro-orientale per l’allargamento ai Balcani occidentali. Se la Slovenia virasse verso posizioni ostili, potrebbe essere un segnale preoccupante per l’intero processo.

Sono presenti anche tensioni regionali mai del tutto risolte. Le dispute marittime con la Croazia, come la questione della Baia di Pirano, restano un tema sensibile e potrebbero essere facilmente strumentalizzate in campagna elettorale.

Nonostante le minoranze italiana e ungherese godano di piena protezione e diritti, con seggi riservati in parlamento e diritto di veto sulle questioni che li riguardano, così non si può dire della comunità Rom, che Amnesty International denuncia come in una situazione di estrema marginalità. Solo in pochi comuni i Rom hanno diritto ad un loro rappresentante e spesso sono vittime di discriminazione ed espulsioni forzate. La questione rom viene citata spesso quando in campagna elettorale si parla di immigrazione, sicurezza e identità nazionale.  

Scenari post-voto

Lo scenario più probabile è una vittoria di Janša, ma senza maggioranza assoluta. L’SDS potrebbe, infatti, vincere le elezioni ma non avere i numeri per governare da solo. In questo caso, potrebbe formarsi una coalizione composta da SDS, Democratici e da Nuova Slovenia. Con un possibile sostegno esterno di Resni.ca, questa alleanza arriverebbe a una maggioranza risicata di 42-45 seggi. Una soluzione che non renderebbe il governo immune dall’instabilità.

Meno probabile, ma non impossibile, è una grande coalizione di centrosinistra. Movimento Libertà, Socialdemocratici, Levica e Democratici potrebbero formare una coalizione eterogenea con l’obbiettivo di bloccare Janša. Ciò richiederebbe che Logar scelga di sostenere Golob anziché l’SDS. Un governo di questo tipo rischierebbe di essere molto fragile, data l’eccessiva eterogeneità, dal centro ai radicali di sinistra.

L’ipotesi peggiore resta quella di uno stallo politico nel caso nessuna coalizione riuscisse a formarsi. Questo potrebbe verificarsi nel caso in cui né Golob né Janša disponessero dei numeri necessari e Logar decidesse di non appoggiare alcun schieramento. I possibili esiti, in questo caso, potrebbero essere due: un governo tecnico temporaneo oppure elezioni anticipate tra fine anno e il 2027.

Un test per l’Europa nei Balcani

Le elezioni slovene del 22 marzo 2026 non saranno dunque un semplice passaggio elettorale, ma un momento di verità per un paese che per anni è stato considerato il modello virtuoso dell’integrazione europea nei Balcani.

Tra una possibile svolta sovranista e la difesa di un europeismo sempre più fragile, la Slovenia si trova davanti a una scelta che va oltre la durata di una legislatura. Lesito del voto dirà se Lubiana continuerà a essere un punto di riferimento per lEuropa allargata o se diventerà lennesimo segnale di un consenso europeo che, anche nei suoi paesi “più riusciti”, non può più essere dato per scontato.

*Immagine di copertina: [Foto di Luka E via Unsplash]
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