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Regno Unito e UE: verso le elezioni di maggio 2026

Elezioni Regno Unito

Il 19 maggio 2025 ha segnato una tappa storica nelle relazioni tra Regno Unito ed Unione Europea. In questa data si è tenuto il primo vertice diplomatico tra le parti, da quando il Paese è uscito dall’Unione.

A distanza di quasi due anni dall’insediamento del governo Starmer, quali sono i rapporti tra il blocco Ue e l’ex stato membro? E come l’attuale scenario elettorale potrebbe influenzarli?

Il TCA: cronistoria di un rapporto complesso

Partiamo dall’inizio: in seguito alla fuoriuscita del Regno Unito dall’UE, i rapporti tra le parti sono regolati dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), entrato in vigore permanentemente dal 2021. Negoziato dall’ex primo ministro francese Michel Barnier per gli europei e da David Frost per i britannici, il trattato fornisce la base diplomatica per tutti gli accordi bilaterali stipulati nei vari settori, inclusi quelli di maggio.

La storia dei rapporti tra Regno Unito e UE è sempre stata contraddistinta da passaggi controversi. Già nel 1951, il paese britannico non aderì all’istituzione della CECA, prima antenata dell’Unione, estromettendosi dalle fasi iniziali del processo di costruzione della comunità europea. Soltanto con la crisi di Suez, che segnò l’avvio definitivo della decolonizzazione, il Regno Unito rinunciò alle sue aspirazioni globaliste e guardò con rinnovato interesse al processo che stava prendendo forma con l’istituzione della CEE, nel 1957.

Ma le nuove ambizioni europeistiche inglesi erano destinate a scontrarsi con il veto francese posto da De Gaulle, nel 1963 e nel 1967. Solo dopo l’uscita di scena del generale, l’UK riuscì a firmare il trattato di adesione, nel 1972, soprattutto per volere del primo ministro conservatore Edward Heath.

Il referendum del 1975 e l’era Tatcher

Immediatamente dopo l’adesione, nel 1975, il nuovo governo laburista mette in discussione l’appartenenza del Paese all’UE con un referendum simile a quello di quarant’anni più tardi, ma dall’esito opposto. Ciò non impedirà alla nuova leader conservatrice, Margaret Tatcher, di salire alla ribalta con una rinnovata piattaforma euroscettica per il suo partito. Seguirà un decennio di governi conservatori, guidati dalla “Lady di ferro”, che terranno un rapporto ambiguo nei confronti del processo di integrazione europea. Questo culminerà nel celebre discorso di Bruges del 1988, pietra miliare dell’ideologia euroscettica.

È dunque all’interno di questo percorso complesso che si deve andare ad inquadrare la svolta auspicata dalla Commissione Europea e dal governo Starmer. Dopo anni di tensioni e distanze, l’obiettivo è recuperare la fiducia smarrita in seguito al trauma della Brexit. Un tentativo di riavvicinamento che non ha la finalità di rientrare nell’UE, ma che punta a rafforzare la collaborazione su alcuni settori chiave.

Il vertice di maggio: pesca, Erasmus+ e il SAFE

Al vertice di maggio sono stati raggiunti risultati importanti. Anzitutto, in quella che è sempre stata una tematica spinosa nelle relazioni bilaterali, ovvero il settore della pesca, sono stati raggiunti accordi per investimenti di centinaia di milioni di euro. Il settore della pesca è direttamente collegato al controllo dei confini marittimi, tema su cui la campagna elettorale pro-Brexit si è spesa molto nel 2016.

Recentemente, inoltre, è stato sancito il ritorno del Regno Unito nel programma Erasmus+, che entrerà in atto dall’inizio del 2027. Un segnale che le prossime iniziative di collaborazione potrebbero passare anche dal settore della ricerca e dell’istruzione, con conseguenze potenzialmente favorevoli per le industrie europee. Dal punto di vista agroalimentare e climatico, come annunciato il 13 novembre 2025, sono stati avviati negoziati per trovare un accordo su uno spazio fitosanitario comune (SPS) e per un collegamento dei sistemi di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (ETS).

Dove, invece, si è registrato un parziale insuccesso è stato nelle trattative per l’adesione al programma di prestito congiunto per la difesa europea: il SAFE. Il Regno Unito ha inizialmente deciso di non contribuire finanziariamente al progetto, dal valore di 150 miliardi di euro. La somma richiesta dalla Commissione Europea per la sua partecipazione è di oltre sei miliardi di euro. Tuttavia, Starmer appare intenzionato a rinegoziare l’accordo entro la fine dell’anno, in cui si dovrebbe tenere un nuovo vertice tra le parti. Nel mentre, le aziende britanniche potranno comunque accedere ad alcuni benefici offerti dal programma, seppur con alcune limitazioni.

Allo stato attuale degli eventi, il Regno Unito mantiene un partenariato di sicurezza e difesa con l’UE, su cui Starmer sembra voler continuare a puntare. Dopo i recenti sviluppi in Groenlandia, i principali stati membri hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta, insieme al Regno Unito. Quest’ultimo ha poi criticato le parole di Trump sul ruolo degli alleati NATO in Afghanistan: mossa poi emulata da altri leader dei paesi europei, come Macron, Meloni e Tusk.

La Brexit oggi e il sistema elettorale britannico

La Groenlandia ha riacceso i riflettori, anche nel Regno Unito, sul tema dell’unità europea. Come evidenziato dai sondaggi, oggi il 56% dei britannici afferma che la Brexit è stata un errore. Tuttavia, la salienza del tema non è più quella di una volta: solo il 13% dell’opinione pubblica lo indica come prioritario. In cima alla lista figurano invece l’economia (54%) e l’immigrazione (52%).

Inoltre, il governo non dorme sonni tranquilli: il 71% dei britannici disapprova l’operato del primo ministro. Un dato che si riflette nei sondaggi elettorali, che descrivono uno scenario estremamente frammentato, piuttosto atipico per il Regno Unito. Ma per capire perché è così, serve prima introdurre una breve nozione di scienza politica.

In Regno Unito vige un sistema elettorale di tipo maggioritario puro, noto come “First past the post“. Significa che l’intero paese è suddiviso in una serie di collegi uninominali, corrispondenti ai seggi del parlamento, in cui vince il candidato che prende più voti, anche senza la maggioranza assoluta. Il celebre politologo Maurice Duverger, studiando questo sistema, ha rilevato la sua propensione a produrre sistemi politici bipartitici. Questi ultimi, a loro volta, tendono alla formazione di esecutivi monocolore, ovvero governi composti da un unico partito politico. Non a caso, da quando è stato introdotto il suffragio universale nel Regno Unito (1918), il paese ha visto succedersi soltanto governi di questo tipo, fino al 2016 (fatta eccezione per i governi che hanno operato durante le guerre mondiali).

Questa caratteristica del sistema politico britannico, anomala per le democrazie occidentali, ha più volte impedito l’ascesa di nuove formazioni politiche, diverse dai due partiti principali. Anche per questo, le elezioni che si terranno a maggio, in cui gli elettori voteranno per il rinnovo dei consigli locali, saranno particolarmente attenzionate nel paese.

Verso le elezioni locali di maggio 2026

Stabilmente in testa ai sondaggi vi è Reform UK, il nuovo partito di destra populista guidato da Nigel Farage, noto per essere il più tenace sostenitore della Brexit. Farage sta raccogliendo consensi soprattutto da ex elettori dei Conservatori, delusi dagli ultimi anni di governo. Nonostante questo, al momento Reform occupa soltanto otto seggi del parlamento, di cui tre ottenuti proprio tramite defezioni “eccellenti” dai Tories. Essendosi però proposto fin dall’inizio come la principale alternativa politica a questi, Farage farà di tutto per evitare associazioni tra il suo nuovo partito e i rivali.

I Conservatori, che oscillano tra il secondo e il terzo posto nei sondaggi, scontano infatti critiche derivanti da anni di governo deludenti, sia nella gestione pandemica sia in quella della Brexit. Alla guida del Paese ininterrottamente dal 2010 al 2024, il partito più anziano del mondo rischia di vedere decimati i suoi consensi se la sua nuova leader, Kemi Badenoch, non saprà offrire un’immagine rinnovata alla sua storica base elettorale.

L’insoddisfazione generale degli elettori britannici verso i due partiti tradizionali del paese colpisce anche i laburisti, che esprimono il primo ministro Starmer. Dopo un’impressionante vittoria alle elezioni parlamentari del 2024, oggi la sua guida dentro al partito sembra sempre più a rischio. Ma a sinistra c’è fermento soprattutto per la crescita nei sondaggi dei Verdi, guidati dal nuovo leader Zack Polanski. Quest’ultimo, sfruttando una retorica populista ma carismatica, sta riuscendo ad espandere i consensi del partito oltre la sua base storica. Polanski tenterà di recuperare voti dagli ex elettori laburisti, sempre più critici verso la gestione economica del governo.

Puntano a dire la loro anche i LibDem di Ed Davey, formazione liberale ed europeista, arrivati quarti alle elezioni del 2024. I LibDem possono essere presi ad esempio per offrire una dimostrazione pratica della legge di Duverger. Pur avendo raccolto meno voti totali di Reform alle elezioni, i LibDem hanno ottenuto molti più seggi, avendo vinto in più collegi uninominali. Oggi ne detengono 72, risultando il terzo partito per seggi nella House of Commons.

La fine del modello Westminster

Il “modello Westminster”, come è stato definito e celebrato nel mondo il sistema politico britannico per la sua stabilità ed efficienza governativa, potrebbe essere arrivato alla fine dei suoi giorni. Tuttavia, come abbiamo visto, il sistema elettorale potrebbe contribuire significativamente a mitigare questo rischio, grazie alla legge di Duverger.

L’Unione Europea vorrà certamente attenzionare i risultati elettorali anche per studiare il consenso di cui gode attualmente Reform UK, che mira a mettere nuovamente in discussione i già fragili rapporti tra il paese ed il blocco.

Nonostante questo, Starmer può contare ancora sulla lontananza delle prossime elezioni parlamentari, programmate per il 2029. Ma nell’attesa, dovrà essere abile a recuperare consensi e a mantenere il suo controllo su una maggioranza ampia e rumorosa.

*Immagine di copertina: [Foto via Pixabay]
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