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I Caraibi e l’uragano Melissa: un ultimatum alla governance globale dei disastri climatici

uragano Melissa

L’uragano Melissa, che ha colpito in modo storicamente violento la regione caraibica alla fine di ottobre 2025, ha lasciato dietro di sé distruzione, morte e paura. Ma esiste forse altro da imparare da questa catastrofe climatica?

Questa analisi esamina come il clima e i suoi cataclismi possano fungere da moltiplicatori di insicurezza e instabilità nelle aree a forte rischio e come, di conseguenza, una risposta collettiva globale risulti oggi necessaria.

Breve cronaca dell’uragano Melissa

Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre del 2025, il mondo intero ha seguito quanto stava accadendo nella regione caraibica, messa in ginocchio dall’ennesimo uragano di elevata intensità. 

Come vuole la tradizione marinara, anche questa volta il ciclone è stato battezzato con un nome femminile: Melissa. Un nome che, ancora una volta, è diventato sinonimo di devastazione in una regione fragile e complessa, già segnata da profonde criticità e forti discrepanze strutturali. La rapidità con cui l’evento si è sviluppato e l’evidente incapacità di risposta di un sistema ricettivo inadeguato impongono una riflessione più ampia, che va oltre la mera cronaca di quei giorni di terrore e devastazione. 

Melissa deve essere inteso come un evento che trascende la dimensione naturale, contribuendo a plasmare l’insicurezza climatica come criticità strutturale. Il ciclone ha portato alla luce le inadeguatezze e le contraddizioni dei sistemi energetici e preventivi caraibici – e, più in generale, globali – mostrando come le calamità naturali, in una fase di profondo disorientamento climatico, possano agire da potenti moltiplicatori di instabilità e insicurezza, con effetti a catena su scala mondiale.

Cronaca di un uragano: linesorabile impatto di Melissa

Il 21 ottobre 2025 viene registrata per la prima volta la presenza di una tempesta di dimensioni significative, successivamente inserita nella lista delle tredici tempeste nominate della stagione. Quattro giorni più tardi, Melissa ottiene lo status di uragano, iniziando una rapida intensificazione che la porta, il 27 ottobre, a raggiungere la categoria 5 della scala Saffir-Simpson, il sistema utilizzato in meteorologia per classificare l’intensità degli uragani sulla base di parametri quantitativi quali la velocità del vento e la pressione centrale minima.

Durante la fase di massima intensità, luragano colpisce duramente Giamaica, Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana e Bahamas, per poi indebolirsi in prossimità delle Bermuda e trasformarsi in ciclone post-tropicale al largo delle coste canadesi di Terranova il 31 ottobre, dopo dieci giorni di inesorabile escalation. Melissa risulta essere l’uragano più potente mai registrato in Giamaica dall’introduzione di sistemi di rilevazione uniformati, nonché il più intenso della stagione 2025 e il terzo più violento dell’area atlantica dopo quelli del 1935 e del 2019.

Il bilancio è drammatico. Giamaica e Haiti risultano le aree più colpite in termini di vittime, con oltre trenta decessi ciascuna. Dal punto di vista economico, la Giamaica ha subito l’impatto maggiore: secondo Verisk, società globale di analisi e forecasting, le perdite potrebbero raggiungere i quattro miliardi di dollari, causate soprattutto da frane e venti che hanno distrutto imprese e stabilimenti industriali.

Cosa insegna l’uragano Melissa alla governance globale?

Nell’ottobre 2024, un anno prima di Melissa e non  molto lontano dal suo epicentro, gli Stati Uniti e il Messico erano stati colpiti da un altro grande uragano: Milton. Passato alla storia come uno degli uragani a più rapida intensificazione mai registrati nell’Atlantico, Milton era evoluto da tempesta a uragano di categoria 5 in meno di quarantotto ore.

Le cause sono ricorrenti: temperature oceaniche record, in grado di generare masse d’aria calda che alimentano vortici instabili, le quali, in combinazione con condizioni di vento favorevoli, favoriscono processi di rapida intensificazione. A fronte di cause strutturalmente simili, anche l’approccio politico e strategico adottato dagli Stati tende a non variare. Esso è infatti caratterizzato da una sistematica sottovalutazione dei segnali provenienti dall’ecosistema e da una crescente esposizione al rischio climatico.

In alcuni casi, questo rischio appare quasi accettato, come se intere regioni fossero sottoposte a continui stress test volti a verificare fino a che punto istituzioni e apparati possano reggere. In altri casi, invece, emerge una reale incapacità di valutare limpatto cumulativo di eventi estremi sempre più frequenti. L’uragano Milton dimostra come questa logica non risparmi neppure gli Stati più avanzati. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Federal Reserve continua a delegare la gestione del rischio climatico, evitando un intervento diretto. Con la rielezione di Donald Trump e le sue note posizioni sul tema climatico, questa impostazione sembra destinata a proseguire.

Melissa dovrebbe dunque rappresentare una lezione definitiva. Vedere gli effetti di Milton replicarsi, in forma ancora più distruttiva, a distanza di poco più di un anno impone un cambio di paradigma. In un mondo sempre più fragile e climaticamente vicino a punti di non ritorno, procrastinare e delegare non sono più sostenibili. Prevenzione, messa in sicurezza e resilienza economica e infrastrutturale dovrebbero diventare al più presto i principi guida dell’azione politica futura.

I disastri climatici come moltiplicatori di instabilità: il caso di Haiti 

La prevenzione del rischio diventa ancora più cruciale se si considera che ogni contesto geografico e politico reagisce in modo diverso alle calamità climatiche. Ancora una volta, la regione caraibica offre un esempio emblematico.

Haiti, già attraversata da profonde frammentazioni interne, ha subito gli effetti dell’uragano Melissa in modo ancora più marcato. Il Paese vive una condizione di grave instabilità, segnata dall’assenza di un sistema di governance efficace: vaste aree del territorio sono sotto il controllo di bande armate, i servizi essenziali scarseggiano e lo Stato si avvicina sempre più a una condizione di fallimento.

A questa crisi istituzionale si aggiungono instabilità alimentare, sanitaria e socio-economica, che collocano Haiti tra le realtà più povere del mondo. In un simile contesto, la capacità di resistere agli effetti di un uragano di tale portata risulta pressoché nulla. Melissa ha così aggravato la carenza di servizi, aumentato la vulnerabilità della popolazione civile e rafforzato il potere delle bande armate, offrendo loro uno strumento ulteriore di legittimazione rispetto a un governo centrale quasi inesistente.

Questo effetto moltiplicatore deve essere letto anche in chiave globale. L’incapacità di Haiti di fronteggiare tali minacce produce ripercussioni sull’intero sistema di interconnessioni internazionali, a partire dalla gestione degli aiuti umanitari. Il sistema umanitario globale, già sovraccarico e sottofinanziato, rischia di non riuscire a rispondere alle esigenze straordinarie generate dalla crescente frequenza degli eventi estremi.

L’assenza di prevenzione e il diffuso lassismo possono condurre a una cattiva allocazione delle risorse, alimentando instabilità secondarie quali crisi umanitarie protratte, flussi migratori irregolari, competizione tra Stati e crescente politicizzazione dell’assistenza.

Un ultimatum per il futuro: dove intervenire?

In un mondo interconnesso le notizie non dovrebbero limitarsi alla spettacolarizzazione del disastro, ma fungere da stimolo a migliorare le pratiche di intervento future. I decisori politici dovrebbero comprendere che quanto accaduto nei Caraibi non resterà confinato a quella regione. Il mondo è uno spazio condiviso e il clima è un bene comune sempre più sotto pressione. Tre sono dunque le dimensioni fondamentali su cui intervenire.

In primo luogo, la consapevolezza: riconoscere l’entità della minaccia, gli errori del passato e le ricadute collaterali dei disastri climatici, che vanno dalla sicurezza internazionale all’autonomia strategica ed energetica degli Stati.

In secondo luogo, strumenti politici e istituzionali adeguati. Il loss and damage fund, istituito alla COP27 in Egitto e adottato in occasione della successiva a Dubai, rappresenta un tentativo in questa direzione, sebbene ostacolato da defezioni e rallentamenti, tra cui il ritiro statunitense nel 2025. Un rilancio concreto, come discusso alla COP30 di Belém, potrebbe restituire credibilità a una cooperazione multilaterale efficace.

Infine, la consapevolezza deve tradursi in azione. Abbandonare la logica degli stress test diventa essenziale: curare non è più possibile quando i costi e gli effetti moltiplicatori delle catastrofi sono così elevati. Ogni stress test ammette la possibilità di rottura, che oggi coincide con l’instabilità sistemica. La prevenzione è dunque la migliore – e unica – soluzione operativa: piani di adattamento ex ante, infrastrutture energetiche resilienti e decentralizzate, integrazione dei disastri ambientali nella concezione di sicurezza globale.

In conclusione, l’uragano Melissa deve rappresentare una lezione da non ignorare. Nell’ottobre 2025 i Caraibi erano nell’occhio del ciclone; domani potrebbe esserlo qualunque altra regione del mondo, con conseguenze ancora più gravi e potenzialmente irreversibili.

*Immagine di copertina: [Foto di George Fennelly via Unsplash]
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