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Elezioni in Bulgaria: l’ottava prova per una democrazia esausta

Elezioni in Bulgaria

Il 19 aprile si terranno le elezioni parlamentari in Bulgaria. I 240 seggi dell’Assemblea Nazionale verranno assegnati con un sistema proporzionale. Si torna dunque al voto per l’ottava volta in cinque anni.

L’ultima crisi è scoppiata a dicembre 2025, quando le proteste di massa in tutta la Bulgaria contro il governo, accusato di corruzione e legami con ambienti mafiosi, hanno costretto il premier Rossen Zhelyazkov e il suo governo a dimettersi. Il 19 gennaio 2026 poi ha annunciato le sue dimissioni anche il presidente della Repubblica, Rumen Radev, sostituito dalla sua Vice, Iliana Iotova. Un doppio terremoto istituzionale.

La Bulgaria, membro UE dal 2007 e Paese che ha adottato l’euro appena il 1° gennaio 2026, affronta un passaggio cruciale: capire se la rabbia civica delle piazze riuscirà a trasformarsi in una classe dirigente credibile, o se il Paese tornerà nella stessa spirale di instabilità che lo attanaglia da anni.

Il panorama elettorale

Secondo i sondaggi dell’agenzia Market Links, solo 5 formazioni politiche raccoglierebbero almeno il 4% dei voti necessari per entrare in parlamento. In testa si piazza la grande novità di questa tornata, Bulgaria Progressista, il nuovo partito di orientamento socialdemocratico fondato dall’ex presidente Radev. Dopo oltre un decennio di vittorie, i conservatori del partito Cittadini per lo Sviluppo Europeo (GERB) scenderebbero al secondo posto. Seguirebbero i liberali di PP (Continuiamo il cambiamento), al quarto posto si piazzerebbe DPS-Nuovo inizio, partito della minoranza turca. Entrerebbero in parlamento anche i nazionalisti di Vazrazhdane. La grande sconfitta sarebbe l’esclusione per la prima volta dal parlamento del Partito Socialista Bulgaro, storica forza politica erede del partito comunista.

Il protagonista della campagna è Rumen Radev. Generale ed ex comandante dell’aeronautica, rinunciando all’incarico di Presidente della Repubblica un anno prima della scadenza quinquennale è sceso in campo con Bulgaria Progressista, che ha come tema programmatico centrale la lotta alla corruzione. Radev si dichiara pronto a “distruggere il modello oligarchico e combattere la mafia infiltratasi in tutti i livelli di governo del Paese”, guadagnando consenso tra chi ha sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali. 

A sfidarlo c’è Boyko Borisov con il suo GERB, padrone della politica bulgara per oltre un decennio, il principale oggetto dell’indignazione di piazza. Borisov, a differenza di Radev, ha sempre mantenuto un profilo atlantista e filoeuropeo netto. 

Il terzo elemento dello scacchiere è Vazrazhdane (“Rinascita”), il partito di estrema destra, ultranazionalista e populista che insiste affinché la Bulgaria elimini le sanzioni contro la Russia, smetta di aiutare l’Ucraina e tenga un referendum sulla sua adesione alla NATO. Nonostante i sondaggi lo diano in calo rispetto al picco del 2024, rimane l’unica forza apertamente filorussa nel panorama parlamentare.

Gli altri protagonisti e la campagna elettorale

I liberali di Continuiamo il Cambiamento e Bulgaria Democratica (PP-DB) si presentano come la forza riformista: europeisti, anti-corruzione, occidentalisti. Sono stati loro a lanciare le proteste di dicembre. Restano però appesantiti dall’eredità di governi fragili passati.

Il DPS-Nuovo inizio, partito della minoranza turca guidato dall’oligarca Delyan Peevski (sottoposto a sanzioni dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per corruzione), è l’altra variabile cruciale. La sua presenza come ago della bilancia nelle coalizioni è stata una delle principali cause dell’indignazione popolare: la maggioranza aveva fatto affidamento sul sostegno esterno del suo partito, e proprio la stampella di Peevski aveva generato insofferenze nella popolazione bulgara. 

La campagna elettorale è inevitabilmente segnata dall’entrata nell’euro, avvenuta a inizio anno. Sul tema dell’euro l’opinione pubblica resta divisa: un sondaggio del ministero delle Finanze indica che il 48% dei cittadini è contrario all’adozione della moneta unica, contro il 46,5% favorevole. Il malcontento economico, poi, è reale: la proposta di bilancio che aveva scatenato le proteste prevedeva il raddoppio dell’imposta sui dividendi per i privati (dal 5 al 10%), con l’obiettivo di finanziare l’aumento degli stipendi degli oltre mezzo milione di impiegati nel settore pubblico.

La dimensione geopolitica

La Bulgaria porta con sé una contraddizione: è membro NATO e UE, ma resta uno dei paesi dell’UE con la più alta percentuale di simpatia per la Russia, per ragioni culturali e storiche. Quella simpatia affonda le radici nella memoria collettiva: la Russia zarista, infatti, liberò la Bulgaria dall’Impero ottomano nel 1878 e si traduce ancora oggi in un’ambiguità di fondo che attraversa quasi tutti i partiti, non solo quelli esplicitamente filorussi.

I governi bulgari succedutisi rapidamente hanno, tuttavia, sempre dimostrato formalmente un sostegno a Kiev e uno sforzo di integrazione euro-atlantica, aumentando il budget per la difesa fino al 2% e promuovendo la diversificazione delle forniture energetiche da Azerbaigian e Turchia. Ma la discontinuità con il passato è più di facciata che reale. Secondo l’ultimo rapporto GLOBSEC, meno della metà dei bulgari vedono Mosca come una minaccia.

La figura di Radev incarna bene questa ambiguità. Viene descritto come “prossimo Orbán bulgaro“, in riferimento alle sue posizioni illiberali e alla sua vicinanza alla Russia. Eppure Radev è il candidato più popolare del Paese, trainato da un elettorato che non vota per lui nonostante le sue ambiguità geopolitiche, ma spesso proprio grazie ad esse: la russofilia, in Bulgaria, può rappresentare, in questo caso, un aiuto elettorale.

Sul piano regionale, la Bulgaria è attesa a scelte importanti riguardo all’allargamento UE verso i Balcani occidentali e al sostegno ai processi di integrazione di Serbia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Un governo guidato da Radev, con le sue posizioni ambigue verso Mosca e Belgrado, potrebbe rivelarsi un ostacolo silenzioso per quei processi.

Scenari post-voto

Lo scenario più probabile è una vittoria di Bulgaria Progressista senza maggioranza assoluta. Radev potrebbe vincere le elezioni senza avere i numeri per governare da solo: servono 121 seggi su 240. Gli occhi sono puntati, dunque, sul GERB dello storico premier Borisov. Il populismo potrebbe spingere i due a collaborare, nonostante un’enorme differenza in ambito di politica estera. Non è esclusa, in alternativa, una coalizione con i liberali di PP-DB, che offrirebbe maggiore coerenza riformista ma richiederebbe a Radev di chiarire definitivamente il suo posizionamento atlantico.

Meno probabile, ma non impossibile è una grande coalizione riformista (PP-DB, GERB e forze minori) che provi a escludere Radev e a dare vita a un governo di cambiamento senza di lui. Uno scenario che soffrirebbe di una difficile legittimità democratica, se Radev vincesse le elezioni.

L’ipotesi peggiore rimane quella già conosciuta: nona crisi, nono stallo, nuove elezioni. In un Paese dove questo sistema si è ripetuto per cinque anni, non si può escludere che questa volta vada diversamente soltanto perché c’è un volto nuovo in testa ai sondaggi.

Un test per l’Europa del Sud-Est

Le elezioni del 19 aprile rappresentano un momento cruciale non solo per Sofia, ma per la tenuta complessiva del progetto europeo nell’Europa sud-orientale. Un Paese che ha appena adottato l’euro, ma che resta attraversato da corruzione sistemica, instabilità politica cronica e russofilia diffusa, è chiamato a capire se può costruire una democrazia che funziona.

Lo scenario più probabile resta una vittoria di Bulgaria Progressista senza una maggioranza autonoma. E questo significa che la domanda centrale sarà se il vincitore riuscirà a governare, se Radev cioè riuscirà a trasformare la protesta in un esecutivo stabile, o se anche questa tornata produrrà un nuovo stallo e l’ennesima crisi.

La partita, come spesso accade in Bulgaria, si gioca su più livelli. Domestico, con una generazione che ha scoperto di poter far cadere un governo scendendo in piazza. Geopolitico, con la questione russa che continua a attraversare il sistema politico nonostante la guerra in Ucraina. Istituzionale, con l’Unione Europea che osserva se il Paese più fragile che abbia mai adottato l’euro sarà in grado di costruire una classe dirigente all’altezza della moneta che ora usa.

Per Bruxelles, ignorare questo segnale significherebbe sottovalutare quanto sottile sia ancora il confine, in Bulgaria, tra la scelta europea e la nostalgia di ciò che c’era prima. E per la Bulgaria, l’ottavo voto in cinque anni rischia di essere un punto di svolta soltanto se non diventerà il preludio al nono.

*Immagine di copertina: [Foto di Fred Moon via Unsplash]
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