Africa e Medio OrienteAnalisi

L’Asse della Resistenza iraniano: Origini e motivazioni

Netanyahu mostra due mappe del Medio Oriente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. A sinistra: la "maledizione" dell'Asse della Resistenza iraniano. A destra: la "benedizione" di un nuovo Medio Oriente senza l'Asse. (27 settembre 2024)
Netanyahu mostra due mappe del Medio Oriente all'Assemblea Generale delle nazione unite il 27 settembre 2024. Il fatto che l'India sia colorata di verde nella seconda immagine fa presumere che la freccia rossa a due punte si riferisca all'IMEC.

Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente dimostrano da sé come la regione stia subendo una trasformazione di proporzioni potenzialmente storiche. La guerra di Israele contro l’Asse della Resistenza, infatti, si è estesa al Libano ed è probabile che il fronte con l’Iran continui a scaldarsi nei prossimi mesi. Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo della storia israeliana, è determinato a rimodellare unilateralmente il Medio Oriente così come lo conosciamo. Il 27 settembre scorso, infatti, aveva annunciato pubblicamente le sue intenzioni parlando davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dibattito di apertura di quest’anno. Poche ore dopo il discorso, si è venuto a sapere che Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah dal 1992, era stato assassinato in un attacco a Beirut, capitale del Libano. La sua uccisione è stata solo l’atto ufficiale di apertura di una guerra regionale da cui l’Iran non può facilmente ritirarsi.

Quel giorno, Netanyahu ha chiesto retoricamente ai leader mondiali di scegliere se schierarsi con Israele, e “avanzare verso un’epoca luminosa di prosperità e pace”, o con l’Iran e i suoi alleati, e “tornare a un’epoca buia di terrore e guerra”. Per corroborare questa domanda piuttosto metaforica, sono state preparate due mappe per meglio illustrare le sue visioni dell’assetto che la regione assumerà dopo la fine della guerra. La prima poneva l’accento sulla prosperità economica che deriverebbe da una presunta futura cooperazione economica con l’Arabia Saudita, che oggi è ben lungi dall’essere sul tavolo; la seconda, invece, metteva in risalto quello che Netanyahu chiama opportunisticamente l’asse del “terrore” contro cui Israele è in guerra, e che comprende Iran, Iraq, Siria, Libano e Yemen. “Israele ha fatto la sua scelta”, ha detto, “qual è la vostra?”.

Se Israele prevarrà sui suoi nemici o cederà alle pressioni internazionali che chiedono di porre fine l’escalation è una questione aperta. Tuttavia, a prescindere da come il Medio Oriente uscirà dall’attuale conflagrazione, c’è un aspetto che accomuna le mappe di Netanyahu: l’assenza della Palestina. Prove sempre più inconfutabili supportano il punto di vista di coloro che fin dal 7 ottobre scorso hanno temuto che pulizia etnica e genocidio facessero parte degli obiettivi di guerra di Israele, seppur siano tutt’oggi intenzionalmente nascosti. In effetti, da oltre un anno a questa parte, la condotta bellica di Israele ha violato praticamente tutti gli obblighi del diritto internazionale e umanitario internazionale con conseguenze disastrose per la popolazione civile palestinese e libanese.

Se è vero che le principali potenze mondiali sono incapaci, nel migliore dei casi, e riluttanti nel peggiore, di  intraprendere azioni significative per fermare lo Stato Ebraico, lo stesso non si può dire dell’Iran e dei suoi alleati. Le origini storiche e le motivazioni della creazione dell’asse della resistenza richiedono maggiore attenzione se vogliamo capire chi sta affrontando Israele in questa guerra destinata a determinare le sorti di un nuovo Medio Oriente, e dell’eventuale posto dei palestinesi al suo interno.

Le origini dell’Asse

La nascita dell’asse della resistenza risale agli anni Settanta, quando il leader siriano di allora, Hafiz Assad, appartenete alla minoranza musulmano-sciita del Paese, diede rifugio a esponenti dell’opposizione iraniana, che nel 1979 avrebbero poi guidato la Rivoluzione islamica. Il ruolo della Siria nel periodo precedente la rivoluzione fu sostanziale e strumentale per rovesciare la monarchia di Reza Shah Pahlavi, sostenuta dagli Stati Uniti, e insediare il governo dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. La Rivoluzione segnò tanto un profondo cambiamento nell’assetto di governo dell’Iran, da monarchia a teocrazia musulmano-sciita, quanto un profondo riorientamento dell’identità politica dello Stato, da secolare e filoccidentale, a islamico e contrapposto a Stati Uniti e i loro alleati. La rivoluzione segnò inoltre il primo passo verso la formazione di una duratura alleanza tra i due Paesi.

Le relazioni tra Iran e Siria si sono poi cementate nel corso degli anni Ottanta, durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), in cui la Siria, egualmente avversa al leader iracheno Saddam Hussein, aiutò la neonata Repubblica Islamica a difendersi dall’invasione irachena. Sebbene l’Iran non emerse come un chiaro vincitore, durante quel periodo l’asse tra i due Paesi iniziò a prendere forma. Infatti, di pari passo al rafforzamento dei legami con la Siria, l’Iran cercò di sostenere la maggioranza sciita irachena, da tempo discriminata ed esclusa dal governo del partito Baath di Saddam Hussein, dominato dalla minoranza irachena sunnita. Successivamente, la caduta dell’avversario regionale di Khomeini, Saddam Hussein, in seguito all’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, hanno rappresentato per l’Iran un’opportunità di estendere ulteriormente la propria influenza nel Paese vicino. Molti membri della nuova leadership politica irachena provenivano da gruppi come Supremo Consiglio Islamico Iracheno e le Brigate Badr, che in passato avevano anch’essi combattuto contro il regime di Hussein. Negli anni ’80, inoltre, la Forze Quds, il braccio d’oltremare del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), iniziava ad ampliare il raggio d’azione dell’Iran anche in Libano sfruttando il contesto creato dalla guerra civile libanese (1975-1990).

Dopo la fine della guerra dei Sei Giorni del 1967, l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele costrinse i gruppi di resistenza armata palestinese alla fuga. Dopo un breve periodo in cui la resistenza continuò dalla adiacente Giordania, i palestinesi dovettero fuggire nuovamente già nel 1972, trasferendosi nel sud del Libano, dove presto sarebbe scoppiata la guerra civile. L’afflusso di palestinesi sunniti in Libano ebbe l’effetto indiretto di alterare il già fragile accordo politico di condivisione del potere tra cristiani maroniti, musulmani sunniti e musulmani sciiti, risalente all’epoca coloniale francese. Poiché i musulmani sciiti si sentivano sempre più emarginati dalla minoranza cristiana maronita, e non si riuscirono a risolvere i disaccordi settari sul diritto della resistenza palestinese di sferrare attacchi a Israele dal territorio libanese, le tensioni tra vari gruppi armati esplosero nel 1975.

Nel corso dei combattimenti, e in risposta all’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982, Hezbollah, letteralmente “partito di dio”, venne fondato, addestrato e finanziato con l’aiuto delle Forze Quds iraniane. Tra il 1983 e il 1985, la guerriglia e gli attentati suicidi di Hezbollah riuscirono a costringere al ritiro sia l’esercito israeliano, che una forza multinazionale composta da truppe americane e francesi. Da quando fu ripristinata una parvenza di normalità in Libano, con l’Accordo di Taif del 1989, Hezbollah, unica fazione belligerante a rifiutarsi di smantellare la sua milizia, ha consolidato il suo posto nella politica libanese.

Nel complesso, tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila, i nuovi alleati dell’Iran in Iraq e Libano hanno assunto una posizione di rilievo nei rispettivi contesti politici. Ciò nonostante, l’asse che collega Teheran a Baghdad, Damasco e Beirut non è emerso esclusivamente dagli sforzi di Iran e Siria, ma anche da profonde affinità ideologiche di “resistenza” all’imperialismo occidentale, incarnato dalla presenza indesiderata di uno Stato ebraico in terra araba.

I motivi della ‘Resistenza

Il primo leader occidentale ad accusare l’Iran di far parte di un “asse” è stato il presidente statunitense George W. Bush nel 2002, parlando davanti al Congresso degli Stati Uniti. Se tolto dal contesto, il suo discorso potrebbe essere facilmente scambiato con il già menzionato discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite. All’epoca, Bush junior, che un anno dopo avrebbe approvato l’invasione statunitense dell’Iraq con la falsa accusa che il regime di Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa, coniò il termine “asse del male” per riferirsi alle intenzioni iraniane, irachene e nordcoreane di “minacciare la pace del mondo”. Plausibilmente, poiché la resistenza all’imperialismo statunitense era una caratteristica che i tre Paesi citati da Bush effettivamente condividevano, un’espressione concorrente, “asse della resistenza”, ha gradualmente guadagnato popolarità ed è stata successivamente fatta propria dall’Iran e dai suoi alleati in Medio Oriente.

Negando il significato contenuto nella parola “resistenza”, Netanyahu, come Bush prima di lui, accusa oggi l’Iran di “finanziare le reti del terrore” e di costruire “missili balistici con testate nucleari per minacciare il mondo intero”. Malgrado le ambizioni nucleari Iraniane non siano un segreto, queste affermazioni non sono supportate da alcuna prova credibile. Semmai, è probabile che tali ambizioni si siano sviluppate come risposta agli arsenali nucleari statunitensi e israeliani, quest’ultimo costruito negli anni ’60 e da allora tenuto segreto. Ciò detto, perché l’Iran ha costruito un asse della resistenza? E com’è che ciò si collega alla resistenza palestinese?

Secondo l’articolo accademico di Mohammad Soltaninejad, Coalition-Building in Iran’s Foreign Policy: Understanding the ‘Axis of Resistance’, se è vero che gli sforzi iniziali dell’Iran si sono concentrati nella costruzione di una coalizione di attori musulmani sciiti, la dimensione settaria dell’Asse rappresenta una parte necessaria, ma insufficiente, della motivazione dietro alla sua creazione. Per intendersi, la divisione settaria tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano ha avuto origine circa quattordici secoli fa a proposito di chi dovesse succedere al profeta Maometto come seconda guida dell’Islam. A causa delle divergenze di vedute tra la minoranza sciita, sostenitrice della successione dinastica, e la maggioranza sunnita, sostenitrice dell’elezione collettiva, la prima ha affrontato vari cicli di oppressione nel corso dei secoli.

In una sua forma più recente, invece, l’oppressione dei musulmani sciiti si è intersecata con il colonialismo britannico e francese in Medio Oriente. Ad esempio in Iran, la presenza coloniale britannica è nota lo sfruttamento delle risorse naturali e la violazione della sovranità nazionale iraniana. In Iraq, dopo che il Paese ottenne l’indipendenza (nominale) dai britannici nel 1932, la maggioranza sciita fu esclusa dalle maggiori posizioni di governo, riservate invece alla minoranza sunnita, e spesso fu vittima di violente persecuzioni. In Libano, secondo l’accordo di condivisione del potere che segnò l’indipendenza dalla Francia nel 1943, i cristiani maroniti divennero responsabili della presidenza, i musulmani sunniti del premierato, mentre i musulmani sciiti vennero relegati alla sola presidenza del parlamento.

Probabilmente, quindi, mentre l’affinità religiosa dell’Iran con il mondo sciita non è trascurabile, la resistenza all’imperialismo occidentale è il fattore principale alla base delle motivazioni per costruire un asse contro di esso. Ciò appariva già evidente durante la guerra civile libanese, quando Hezbollah, di fatto, si alleò con la resistenza palestinese sunnita per far fronte alle truppe israeliane. E ancora oggi, lo sguardo dell’Iran sul Medio Oriente è caratterizzato da un profondo senso di empatia verso le comunità sciite, storicamente oppresse, e di risentimento verso il coinvolgimento imperialista occidentale nella regione.

Sotto questa luce, è possibile analizzare il conflitto israelo-palestinese come una guerra per procura, o proxy war, in cui gli interessi di mantenimento della sfera imperiale degli Stati Uniti, che sostengono lo Stato ebraico, si scontrano con la resistenza armata palestinese sostenuta dall’asse iraniano. Israele ed Iran hanno infatti ambizioni regionali diametralmente opposte. Il primo mira ad eliminare qualsivoglia opposizione al suo progetto di colonizzazione dei Territori Palestinesi Occupati e a normalizzare la sua presenza in Medio Oriente. Il secondo ambisce  a convincere il mondo arabo (capeggiato da un altro rivale storico Iraniano, la sunnita Arabia Saudita e i suoi alleati regionali) ad opporsi al coinvolgimento americano e occidentale nella regione, in particolare attraverso attori come Hamas ed Hezbollah, anch’essi determinati a proseguire la lotta armata contro Israele.

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