Europa

Svolta per il Montenegro: il Paese balcanico verso l’allargamento UE

Montenegro allargamento UE

Novembre 2025 segna una svolta per il Montenegro: la Commissione europea conferma l’obiettivo di chiudere i negoziati entro il 2026, mentre si parla già di allargamento UE e del Montenegro come futuro 28° Stato membro.

Nonostante ciò, le criticità sullo stato di diritto e la presenza di partiti filo-russi nel governo rischiano ancora di compromettere il percorso del Montenegro verso l’UE.

Un frontrunner inaspettato

Il 4 novembre 2025, la Commissione europea ha pubblicato il suo rapporto annuale sull’allargamento, riservando al piccolo Stato balcanico una valutazione complessivamente positiva. Podgorica ha, infatti, aperto tutti i 33 capitoli negoziali e ne ha chiusi 12, cinque dei quali soltanto nell’ultimo anno. Se il ritmo venisse mantenuto, la chiusura dell’intero percorso entro la fine del 2026 non sarebbe irrealistica, rendendo plausibile un suo ingresso già nel 2028. Questo anticiperebbe persino l’Albania, che Bruxelles considera in grado di chiudere tutti i capitoli nel 2027. 

Il percorso del Montenegro è iniziato ben 13 anni fa, il 29 maggio del 2012, quando il Paese è diventato uno dei primi della regione a iniziare i negoziati di adesione. Tuttavia, per oltre un decennio, i progressi sono stati lenti e discontinui. Il Paese è rimasto a lungo intrappolato in una zona grigia: troppo avanzato per essere trattato come un candidato problematico, ma troppo fragile sul piano istituzionale per essere considerato un candidato imminente.

Nel frattempo, il contesto regionale si è ulteriormente frammentato. La Macedonia del Nord ha iniziato i negoziati soltanto nel 2022, mentre la Bosnia ed Erzegovina rimane ferma allo status di candidato ottenuto nello stesso anno. Al contrario della Serbia, con cui condivide profondi legami storici e culturali, Podgorica non si è mai allontanata dall’orientamento europeo, evitando aperture strategiche verso Mosca o Pechino e mantenendo un sostanziale allineamento con Bruxelles.

La svolta per il Montenegro nel 2024

Dopo anni di stallo, il vero punto di svolta per il Montenegro è arrivato nel 2024, quando la Commissione europea, nel suo report, ha riconosciuto il soddisfacimento dei parametri fondamentali dei capitoli 23 e 24 relativi al sistema giudiziario, lotta alla corruzione e criminalità organizzata. Lo stesso documento, pur evidenziando delle criticità rilevanti legate alla stabilità istituzionale e alla frequente paralisi politica, ha ritenuto i progressi sufficienti per sbloccare l’avanzamento sugli altri capitoli negoziali.

Da quel momento Podgorica ha accelerato in modo significativo, tanto da portare la Commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, a lodare ripetutamente i progressi montenegrini. Come ha sottolineato la commissaria slovena, la dimensione del paese ex-jugoslavo, di circa 600.000 abitanti (paragonabili alla popolazione di Anversa), lo rende un test perfetto per l’Unione europea. Se l’UE non fosse in grado di integrare tre milioni di persone complessive tra Montenegro e Albania, perderebbe definitivamente di credibilità. 

Le problematiche per l’allargamento UE

Tuttavia, l’accelerazione non è priva di ambiguità. In particolare, le criticità sullo stato di diritto restano tutt’altro che marginali. Nonostante i progressi formali riconosciuti dalla Commissione, la riforma del sistema giudiziario procede in modo diseguale. Le nomine ai vertici della magistratura continuano a essere oggetto di negoziazione politica, mentre l’efficacia delle indagini su corruzione ad alto livello rimane limitata. Il rapporto della Commissione del novembre 2025 sottolinea come persistano “preoccupazioni sulla separazione dei poteri e sull’indipendenza della magistratura”, questioni che Bruxelles considera essenziali prima della chiusura definitiva dei negoziati.

Ma c’è un problema ancora più profondo: il supporto popolare verso l’Unione europea è sceso al 39% nel 2024, un calo significativo che riflette la crescente disillusione di parte della popolazione. Le politiche anti-EU portate avanti da partiti come l’NSD e il DNP, entrambi presenti nel governo, hanno contribuito a erodere l’entusiasmo che pure aveva caratterizzato i primi anni del processo di adesione. La retorica di questi partiti si concentra sulla perdita di sovranità nazionale e sui vincoli economici, temi che trovano grande consenso soprattutto nelle aree a maggioranza serba.

Questo dato non è solo un termometro del consenso interno: è un segnale di allarme su quanto sia fragile il sostegno politico alle riforme necessarie per completare l’adesione, dalle modifiche legislative sugli standard ambientali e di mercato fino alle già citate trasformazioni profonde del sistema giudiziario e amministrativo. E qui sta il vero nodo: Bruxelles può chiudere un occhio su ritardi tecnici, ma non può permettersi un nuovo membro con uno stato di diritto traballante e una popolazione sempre più scettica.

L’ombra di Belgrado

A complicare ulteriormente il quadro è la composizione dell’attuale governo del Montenegro. L’esecutivo guidato da Spajić è una coalizione eterogenea di ben otto partiti, con una struttura particolarmente ampia di 32 ministeri. Al suo interno è presente una coalizione apertamente filo-russa come Nuova Democrazia Serba (NSD), che mantiene rapporti stretti con il presidente serbo Aleksandar Vučić e con Milorad Dodik, l’ormai ex leader della repubblica Srpska in Bosnia ed Erzegovina. 

Nonostante il Primo Ministro abbia pubblicamente ribadito l’impegno verso l’integrazione europea, che deve essere rapida e ancora più solida, la presenza di queste forze politiche introduce un elemento di instabilità costante. Il rischio di veti interni su decisioni chiave, in particolare in materia di politica estera e riforme istituzionali, rimane elevato, così come l’influenza della chiesa serbo-ortodossa, ancora molto radicata nella società montenegrina.

L’influenza di Belgrado si manifesta anche in episodi che creano tensioni diplomatiche. Nel giugno 2024, il parlamento montenegrino ha approvato una risoluzione sul campo di sterminio di Jasenovac, promossa dal presidente dell’assemblea Andrija Mandić del partito filo-serbo NSD, provocando immediate tensioni con la Croazia. Pochi mesi prima, nel febbraio 2024, Milorad Dodik ha visitato Podgorica come ospite ufficiale di Mandić, scatenando proteste davanti al palazzo del parlamento.

In un contesto geopolitico in cui l’allineamento con le sanzioni contro la Russia e il sostegno all’Ucraina rappresentano criteri fondamentali di affidabilità per Bruxelles, queste ambiguità costituiscono una vulnerabilità significativa. Il Montenegro si è formalmente allineato alle politiche sanzionatorie dell’UE e partecipa alle iniziative euro-atlantiche di supporto a Kiev, ma la tenuta di queste scelte dipende dall’equilibrio precario della maggioranza di governo. Non è un dettaglio: è sufficiente un cambio di maggioranza o una crisi interna per rimettere tutto in discussione.

Un’adesione che vale più dei numeri

L’eventuale adesione del Montenegro all’Unione europea nel 2028 avrebbe un impatto che va ben oltre la dimensione prettamente numerica legata alla popolazione. Sul piano simbolico, rappresenterebbe la prova che l’Unione è ancora in grado di mantenere la propria influenza nei Balcani occidentali, una regione sempre più interessata da influenze russe, turche e cinesi. Un ingresso montenegrino potrebbe rilanciare l’entusiasmo in paesi come la Macedonia del Nord e, ancora di più, in paesi come Serbia e Bosnia ed Erzegovina, che guardano sempre più a est. 

Sul piano strategico, rappresenterebbe una vittoria dell’Unione europea verso le forze anti-occidentali nell’Adriatico meridionale. Il Montenegro ha già aderito alla NATO nel 2017 e questo processo di occidentalizzazione potrebbe concludersi definitivamente con l’avvicinamento a Bruxelles. Ciò lascerebbe meno spazio agli attori esterni, che cercano di sfruttare le vulnerabilità economiche ed eventuali fratture etniche della regione, proprio come accade nella vicina Bosnia. 

Ci sono anche interessi economici concreti. L’Unione europea ha recentemente sbloccato ulteriori fondi al Montenegro nell’ambito del Piano di Crescita per i Balcani Occidentali: 383,5 milioni di euro complessivi destinati al Montenegro che verranno erogati una volta soddisfatte le condizioni per l’erogazione, con le prime tranche già erogate di 18,3 milioni per investimenti in infrastrutture e bilancio. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha inoltre stanziato 200 milioni di euro per il secondo tratto dell’autostrada Bar-Boljare, con un investimento complessivo di 605 milioni di euro. Questa autostrada, parte del Corridoio paneuropeo XI, collegherà Bari a Belgrado passando per Bar, un progetto strategico per l’intera regione.

Momenti decisivi per il Montenegro

Il 2026 sarà cruciale per il Montenegro. Il Montenegro dovrà dimostrare di saper bilanciare la chiusura dei capitoli tecnici dei negoziati con progressi rilevanti nell’ambito dello stato di diritto. La credibilità si costruisce poco a poco, e richiede una volontà politica costante che il governo montenegrino dovrà continuare a dimostrare, gestendo le pressioni interne dei partiti filo-russi e le aspettative crescenti della popolazione.

Il 2028 resta un obiettivo ambizioso ma non irrealistico. Se raggiunto, il Montenegro non sarà soltanto il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea, ma anche la dimostrazione vivente che l’allargamento, pur complesso e lento, rimane uno degli strumenti più efficaci di trasformazione politica ed economica che l’Europa ha a disposizione. E forse, proprio da questo piccolo Paese affacciato sull’Adriatico, potrà far ripartire la credibilità di un processo che troppe volte è apparso bloccato dalle proprie contraddizioni. Mentre la Serbia scende in piazza contro il proprio governo, il Montenegro potrebbe diventare l’esempio che dimostra come l’integrazione europea sia ancora possibile per i Balcani occidentali.

*Immagine di copertina: [Foto di Christian Lue via Unsplash]

Analisi a cura di Nicolas Piazza

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