Nel precedente articolo pubblicato su Orizzonti Politici è stato analizzata la guerra in Ucraina come un laboratorio privilegiato per osservare attori, reti e dinamiche della manipolazione informativa. Il secondo case study del Narrative Report PROMPT 2, “War in Ukraine: The Endurance of Disinformation Trends”, compie un passo ulteriore: non si limita a mappare le narrative sulla guerra in Ucraina, ma ne analizza anche la resilienza nel tempo.
L’obiettivo del report è infatti comprendere la resistenza delle tendenze di disinformazione nel contesto della guerra in Ucraina. La conclusione è chiara: le principali narrative emerse nelle prime fasi dell’invasione russa non solo persistono, ma si adattano e si consolidano all’interno di comunità digitali coese.
Narrative che ritornano sulla guerra in Ucraina
Secondo il report, le tendenze di disinformazione relative alla guerra in Ucraina mostrano una persistenza in diverse fasi del conflitto. Le narrative non scompaiono con il mutare dell’attenzione mediatica: riemergono ciclicamente, ancorandosi a nuovi eventi. Questa dinamica riflette ciò che la letteratura sulle strategic narratives definisce come la capacità di strutturare l’interpretazione degli eventi internazionali attraverso cornici stabili nel tempo. Le narrative non spiegano soltanto un singolo fatto: costruiscono una visione coerente del mondo.
Nel caso ucraino, il report identifica frame ricorrenti che vengono riattivati in relazione a sviluppi politici o militari.
Tra le narrative più persistenti troviamo:
- la rappresentazione dell’Ucraina come Stato corrotto o eterodiretto;
- la narrazione della “nazificazione” del governo di Kyiv;
- l’attribuzione della responsabilità dell’escalation alla NATO;
- la giustificazione dell’azione russa come risposta difensiva.
Queste narrative, osserva il report, rimangono strutturalmente stabili mentre adeguano i propri riferimenti agli eventi attuali. Si tratta di una dinamica coerente con quanto descritto dall’European External Action Service nell’EUvsDisinfo database sulle campagne pro-Cremlino, in cui si evidenzia la continuità dei principali filoni narrativi antioccidentali.
Comunità digitali, camere dell’eco ed engagement emotivo
Il report individua cluster di account relativamente coesi che amplificano sistematicamente contenuti di disinformazione. All’interno di queste reti si rafforzano narrazioni omogenee all’interno di comunità strettamente connesse.
Questa configurazione richiama il fenomeno delle echo chambers descritto da Cass Sunstein, secondo cui la ripetizione di narrazioni all’interno di comunità ideologicamente omogenee aumenta la polarizzazione e la radicalizzazione interpretativa. Il punto è che la capacità di queste narrative di restare attive nel tempo non dipende necessariamente da un coordinamento centralizzato: può emergere da dinamiche spontanee di affinità e di ricondivisione.
Il report osserva che gli engagement spikes tendono ad allinearsi a sviluppi critici del conflitto. I momenti di escalation militare o le decisioni politiche divisive generano picchi di interazione. Questo meccanismo è coerente con la letteratura sull’information warfare, che evidenzia come l’incertezza e la paura aumentino la vulnerabilità alla manipolazione informativa. Le crisi amplificano la domanda di spiegazioni semplici e polarizzate.
Dalla propaganda alla sofisticazione
Rispetto ai primi mesi dell’invasione, il report evidenzia una crescente integrazione delle narrative con temi più ampi. Crisi energetica, inflazione e sanzioni diventano così veicoli per rilanciare frame preesistenti. Inoltre, il report sottolinea la combinazione tra elementi di fatto e interpretazioni errate, una strategia che aumenta la plausibilità dei contenuti.
Un esempio ricorrente riguarda il tema degli aiuti militari occidentali. È un dato di fatto che l’Unione europea e gli Stati membri abbiano stanziato miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. La narrativa disinformativa non nega necessariamente questo dato, ma lo inserisce in una cornice fuorviante: gli aiuti vengono presentati come la causa diretta dell’inflazione o del deterioramento dei servizi pubblici nei Paesi europei, suggerendo un rapporto causale semplificato e spesso non dimostrato.
Spesso, il fatto è reale, ma l’interpretazione risulta distorta. Ed è proprio questa combinazione a rendere il messaggio più credibile. Questa ibridazione rende più complessa la distinzione tra informazione e disinformazione, contribuendo alla normalizzazione di interpretazioni parziali o manipolate.
Un’infrastruttura narrativa permanente
Il concetto chiave del report è che le tendenze della disinformation non svaniscono; piuttosto, evolvono e emergono in risposta a trigger contestuali. Non siamo di fronte a un’ondata episodica, bensì a un’infrastruttura narrativa stabile.
In termini geopolitici, ciò si inserisce in una più ampia competizione tra Russia e Occidente sul piano informativo, in cui la dimensione cognitiva diventa parte integrante del conflitto. Come sottolineato dal NATO Strategic Communications Centre of Excellence, la disinformazione costituisce una delle principali minacce ibride contemporanee.
Le implicazioni per l’Europa
Se la disinformazione è strutturalmente resiliente, le risposte non possono limitarsi alla rimozione di singoli contenuti. Il report invita a guardare alle dinamiche di rete che ne sostengono la diffusione, cioè ai meccanismi attraverso cui determinate narrative continuano a circolare e rafforzarsi nel tempo.
In ambito europeo, il Digital Services Act costituisce uno dei principali strumenti normativi per affrontare questo problema. Entrato in vigore nel 2022, il regolamento impone obblighi più stringenti alle grandi piattaforme online, le cosiddette “Very Large Online Platforms”, richiedendo maggiore trasparenza sugli algoritmi, valutazioni periodiche dei rischi sistemici, tra cui la disinformazione,e meccanismi più efficaci di moderazione dei contenuti.
Si tratta di un passo importante, perché sposta l’attenzione dalla singola notizia falsa alla responsabilità strutturale delle piattaforme. Tuttavia, la resilienza delle narrative osservata nel report suggerisce che la regolazione tecnica, da sola, non sia sufficiente. Senza un rafforzamento della resilienza democratica, intesa come capacità delle società di riconoscere e assorbire tentativi di manipolazione, e dell’alfabetizzazione mediatica, le narrative continueranno ad adattarsi e riemergere.
Alcune conclusioni sulla disinformazione sulla guerra in Ucraina
Il report conferma dunque quanto osservato nel report precedente, ma introduce una consapevolezza ulteriore: la disinformazione sulla guerra in Ucraina non è solo intensa, ma anche strutturalmente resistente.
Comprendere questa resilienza significa riconoscere che il conflitto non si combatte soltanto sul terreno militare, ma anche nello spazio cognitivo europeo. Ed è proprio lì che si gioca una parte decisiva della competizione strategica contemporanea.
*Immagine di copertina: [PROMPT project logo via The European Narrative Observatory/PROMPT]



