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Riforma del servizio militare: il caso tedesco e le prospettive italiane

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Il dibattito sul servizio militare tornato al centro della politica tedesca riapre una questione che riguarda tutta l’Europa, Italia compresa. Tra arruolamento volontario, ipotesi di nuovi obblighi e vincoli giuridici, la leva smette di essere un tema del passato e torna a dividere governi e opinione pubblica.

La svolta della Germania

Il 5 dicembre il Bundestag tedesco ha approvato la Wehrdienst-Modernisierungsgesetz, la legge per la “modernizzazione del servizio militare”. Il provvedimento è passato con 323 voti favorevoli e 272 contrari, grazie al sostegno della maggioranza di governo composta da CDU/CSU, espressione del centrodestra tedesco, e SPD, il partito socialdemocratico. A opporsi sono state l’estrema destra (AfD), la sinistra (Die Linke) e i verdi.  

Mentre verdi e sinistra si oppongono alle logiche militaristel’estrema destra di Alice Weidel ha sottolineato come il servizio militare non possa essere “incentivato”, ma debba rimanere un dovere ed una vocazione di difesa della patria. La strada per loro sarebbe quella di lavorare sulla cultura e sull’educazione dei giovani e non introdurre semplici incentivi economici.  

Ma si tratta davvero solo di una riforma tecnica del servizio militare o di un passaggio politicamente più significativo nel ripensamento della difesa europea?  

Obiettivi strategici e numeri della riforma del servizio militare

Secondo quanto dichiarato dal governo, l’obiettivo della legge è quello di rafforzare in modo strutturale la Bundeswehr, aumentando il numero dei soldati in servizio attivo dagli attuali 184.000 fino a una soglia compresa tra i 255.000 e i 270.000 entro il 2035. Parallelamente, il numero dei riservisti dovrebbe attestarsi intorno alle 200.000 unità. Si tratta di un’espansione ambiziosa, che riflette il mutato contesto geopolitico e le crescenti pressioni sugli Stati europei, affinché contribuiscano in modo più incisivo alla sicurezza collettiva.  

Il cuore della riforma è l’introduzione, a partire dal 2026, di un sistema di rilevazione del potenziale bacino di reclutamento. Tutti i diciottenni riceveranno un questionario volto a valutare motivazione e idoneità al servizio militare. La compilazione del questionario sarà obbligatoria per gli uomini e facoltativa per le donne. Per i nati dal 1° gennaio 2008 tornerà inoltre la visita di leva obbligatoria, seppur in una forma graduale e compatibile con le capacità amministrative e sanitarie dello Stato. Il servizio militare resterà formalmente volontario e potrà avere una durata compresa tra sei e dodici mesi, con possibilità di prolungamento.  

A rendere più attrattivo l’arruolamento volontario concorrono, come anticipato, anche gli incentivi economici: una retribuzione minima di 2.600 euro lordi mensili, un contributo fino a 3.500 euro per il conseguimento della patente di guida per chi presta servizio per almeno dodici mesi consecutivi e, ove possibile, l’assegnazione a una sede prossima al luogo di residenza. Elementi che indicano la volontà del governo di rendere il servizio competitivo rispetto ad altre opportunità lavorative.  

Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha difeso il provvedimento con argomentazioni che vanno oltre i confini nazionali. “I nostri alleati stanno guardando alla Germania”, ha dichiarato, sostenendo che il Paese si stia proponendo come “battistrada per la difesa in Europa”. Una narrativa che si inserisce nel più ampio dibattito sulla responsabilità tedesca all’interno della NATO e sul ruolo di Berlino nel rafforzamento delle capacità militari europee.  

La clausola dell’obbligo e le resistenze politiche 

La legge prevede tuttavia una clausola di salvaguardia politicamente rilevante. Nel 2027 il governo dovrà riferire al Bundestag sull’andamento del servizio militare volontario. Qualora gli obiettivi di crescita del personale non fossero raggiunti, il Parlamento potrà approvare una legge per introdurre un “servizio militare obbligatorio basato sul fabbisogno” (Bedarfswehrpflicht). In una fase iniziale si era ipotizzato di inserire un sistema di sorteggio per individuare i soggetti da sottoporre all’obbligo, ma questa proposta è stata successivamente accantonata, segno delle resistenze politiche e sociali che circondano questo tema.  

Andando a verificare i dati sull’opinione pubblica tedesca, infatti, il consenso interno appare solo in parte favorevole. Secondo un sondaggio YouGov condotto per l’agenzia Dpa, il 54% dei cittadini tedeschi si dichiara favorevole al ritorno del servizio militare obbligatorio. Tuttavia, il dato nasconde una frattura generazionale significativa: tra gli over 60 i favorevoli salgono al 66%, mentre tra i giovani tra i 18 e i 29 anni scendono al 35%.   

Nell’ultimo mese moltissimi giovani, soprattutto studenti, sono scese in piazza contro la riforma del servizio militare approvata dal Bundestag. La mobilitazione, spesso indicata come “School Strike Against Military Service”, ha visto studenti e cittadini manifestare in oltre 90 città tedesche, con cortei e scioperi scolastici per criticare quella che viene da molti percepita come una “militarizzazione” dei giovani e un passo in avanti verso la guerra.  

Questo divario generazionale lascia molti punti interrogativi su un eventuale ritorno alla coscrizione nel 2027.  

Il quadro italiano: servizio militare sospeso, ma non abolito  

Il dibattito tedesco trova inevitabilmente un riflesso anche in Italia, dove la leva obbligatoria è spesso evocata nel dibattito pubblico, ma raramente in modo corretto dal punto di vista giuridico. L’articolo 52 della Costituzione afferma che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”. La Costituzione, quindi, non impone la leva, ma ne consente l’introduzione se una legge ordinaria la disciplina.   

La legge n. 226 del 23 agosto 2004 ha introdotto la sospensione definitiva delle chiamate, effettiva dal 1° gennaio 2005. Da allora, la leva in Italia non è abolita, ma sospesa. Questa distinzione non è solo terminologica: significa che il servizio di leva può essere ripristinato, ma solo alle condizioni previste dall’ordinamento vigente.  

Il Codice dell’ordinamento militare stabilisce in modo molto chiaro quando ciò può avvenire. Il ripristino è possibile solo con decreto del Presidente della Repubblicasu deliberazione del Consiglio dei ministri, e solo in due casi specifici:  

  • deliberazione dello stato di guerra da parte delle Camere ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione;  
  • grave crisi internazionale che renda necessario un aumento degli organici, qualora non sia possibile colmare il fabbisogno né con i volontari in servizio né richiamando ex militari congedati da meno di cinque anni.  

Questo significa che una leva obbligatoria ordinaria in tempo di pace, come quella precedente al 2005, nelle condizioni attuali non sarebbe possibile. Non lo è per motivi educativi, identitari o simbolici. Per reintrodurla sarebbe necessaria una nuova legge che modifichi profondamente il Codice dell’ordinamento militare e l’impianto normativo attuale. 

Coercizione e volontarietà: cosa c’è davvero sul tavolo? 

Alla luce di questo quadro, le strade percorribili per reintrodurre la leva obbligatoria sono essenzialmente due. La prima è quella coercitiva, ma è estremamente limitata. Estendere la leva alla normalità del tempo di pace tramite legge richiederebbe una scelta politica radicale e difficilmente sostenibile, anche sul piano sociale. La seconda strada è quella volontaria. Ed è qui che si collocano le proposte più concrete.  

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte parlato della necessità di rafforzare il sistema delle riserve, con l’obiettivo di arruolare circa 10.000 riservisti da destinare a compiti ausiliari e di supporto. Non si tratterebbe di un ritorno alla “naja”, ma di una struttura permanente, flessibile, pensata per integrare le Forze Armate professionali. Al momento, però, manca un disegno di legge definito: non sono chiari età, requisiti e modalità di impiego. L’unico elemento certo è il carattere volontario dell’iniziativa.  

Di segno opposto è la proposta presentata nel maggio 2024 dal partito della Lega, che prevede una leva obbligatoria di sei mesi per i giovani tra i 18 e i 26 anni, con possibilità di scegliere tra servizio militare e civile. Il disegno di legge ha però suscitato forti resistenze, anche all’interno della maggioranza. Lo stesso Crosetto ha preso le distanze, affermando che le Forze Armate non possono essere pensate come uno strumento per “educare i giovani”, un compito che spetta alla famiglia e alla scuola.   

Il nodo del consenso e la distanza dei giovani 

Anche dal punto di vista del consenso, ancora più che in Germania, l’Italia appare un terreno difficile per i sostenitori della leva militare. Un sondaggio del 2024 mostra una divisione quasi perfetta: 47% favorevoli al ritorno della leva, 46% contrari. Ma il dato cambia nettamente se si guarda ai giovani: tra gli under 36 i favorevoli scendono al 36%.  

Altri indicatori confermano questa distanza. In una consultazione promossa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, circa due terzi dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni hanno dichiarato che non si arruolerebbero per combattere. È un dato che rende politicamente e socialmente complessa qualsiasi ipotesi di ritorno alla leva tradizionale.  

Quali prospettive per il futuro della leva? 

Per sintetizzare possiamo dire quindi che, mentre la Germania procede verso un rafforzamento strutturale delle proprie forze armate, mantenendo aperta la porta a forme selettive di obbligol’Italia resta vincolata a limiti giuridici stringenti e a un’opinione pubblica poco incline all’idea della coscrizione.

Qualcosa si muove, soprattutto sul terreno delle riserve e della volontarietà, ma un ritorno alla “naja” nel senso classico del termine, oggi, resta lontano.

*Immagine di copertina: [Foto di Filip Andrejevic via Unsplash]

Analisi a cura di Giovanni Danielli

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