La rotta balcanica non è più da tempo solo un corridoio migratorio attraversato da persone in fuga da guerre e instabilità. Nel corso degli ultimi quindici anni si è trasformata in uno spazio geopolitico conteso, nel quale la gestione dei flussi migratori è diventata un’arma geopolitica utilizzata da attori statali esterni all’Unione europea, in particolare da Turchia e Russia.
Questa analisi mira ad approfondire come le migrazioni siano un elemento cardine nella definizione delle strategie di politica estera degli Stati. Lo spostamento di numerosi esseri umani, in questo quadro, non rappresenta più un fenomeno emergenziale circoscritto nel tempo, ma una variabile strutturale della competizione strategica, capace di incidere sui temi di sicurezza interna, sulla coesione politica e sulla credibilità internazionale dell’UE in un momento di acute tensioni internazionali.
Migrazione e potere lungo la rotta balcanica
La centralità della rotta balcanica è cresciuta a partire dagli anni 2000. Un punto di rottura emerge però già durante la crisi migratoria del 2015, quando oltre 700.000 persone attraversarono l’asse Turchia–Grecia–Balcani occidentali per raggiungere l’Europa centrale, in particolare verso quei Paesi più attraenti come Germania, Svezia, Danimarca e Belgio.
La chiusura progressiva dei confini interni europei e l’adozione di politiche di contenimento segnano l’inizio di un cambio di paradigma: dalla libera circolazione si passa alla securitizzazione della mobilità all’interno di quello spazio socioeconomico-culturale chiamato Comunità Europea.
A questo punto, per motivi politici e identitari e con l’emersione di frange sempre più polarizzate nei vari parlamenti degli Stati del vecchio continente, il controllo dei flussi viene progressivamente esternalizzato. Il confine dell’UE viene progressivamente “spostato” verso sud-est: si è cercato di trovare un accordo tra i Paesi più ambiti come destinazione dei migranti e i cosiddetti Paesi “cerniera” sul confine sud-orientale, con lo scopo di suddividere i costi e gli oneri dell’immigrazione.
L’evoluzione dei flussi lungo la rotta balcanica
Secondo i dati di Frontex, nel 2024 gli attraversamenti irregolari lungo la rotta balcanica sono diminuiti di circa la metà rispetto al 2023. Mentre, nel primo semestre del 2025 la tendenza negativa si è ulteriormente consolidato con un calo del 53%. In Serbia i transiti registrati sono scesi sotto le diecimila unità, in Croazia il calo ha superato il 54%, mentre in Bosnia-Erzegovina si è attestato intorno al 52%.
Complessivamente, gli attraversamenti irregolari verso l’UE nei primi undici mesi del 2025 sono stati circa 167mila, il 25% in meno rispetto al 2024, come sottolineato dall’European Union Agency for Asylum, questi dati non riflettono una soluzione strutturale, bensì una compressione politica dei flussi, resa possibile da accordi e pressioni esterne. Questi numeri sono spesso interpretati come il segnale di una gestione più efficace delle frontiere esterne. Tuttavia, la riduzione dei flussi non coincide con una soluzione strutturale frutto di politiche nazionali di lunga visione e ponderate, ma con una loro compressione geopoliticamente indotta dall’esterno.
La riduzione non è il risultato di una strategia europea consapevole e coerente, bensì del consolidamento di un equilibrio di ricatto nel quale Turchia e Russia hanno imparato a modulare i flussi migratori secondo le loro necessità geopolitiche. In questo caso, i due Paesi agiscono premendo o meno sull’acceleratore della pressione sociopolitica dall’apertura o chiusura di questa fascia territoriale che potrebbe acuire o rilassare i poteri contrattuali di questi Paesi nei confronti di un’Europa sempre più velleitaria.
Quando il numero dei migranti scende, l’Europa abbassa la guardia. Al contrario, quando la pressione migratoria aumenta, i ricatti si moltiplicano. Solitamente, tre le strategie di uscita da questo impasse, vi è la possibilità di mettere mano ai fondi europei per persuadere i vicini ad “occuparsi” del flusso di migranti che cercano di entrare nel continente europeo.
L’accordo UE–Turchia
Il perno del sistema di collaborazione tra Unione Europea e Turchia è la Dichiarazione UE–Turchia del 2016, che ha istituzionalizzato un rapporto di interdipendenza asimmetrica. In cambio del contenimento dei flussi verso la Grecia, primo baluardo comunitario e snodo per molti migranti verso altre mete europee, Ankara ha ricevuto oltre sei miliardi di euro attraverso il Facility for Refugees in Turkey, oltre a concessioni politiche e un rafforzamento del proprio ruolo regionale.
Il problema emerge nelle condizioni, modi e tempi con cui i vari Paesi membri si affidano al leader turco Erdogan per gestire questo problema. La strategia è quella di esternalizzare e finanziare un attore esterno per bypassare le necessarie condizioni di dignità e rispetto umano stabilite dalle varie Carte Valoriali dell’Ue – la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Ciò permette di aggirare la gestione dei migranti e tutela l’immagine della Comunità al suo stesso interno.
La dipendenza europea dalla Turchia
La Turchia ospita oggi circa 3,8 milioni di rifugiati, in gran parte siriani, diventando il principale Paese di accoglienza transitoria al mondo e questo dato costituisce una leva coercitiva permanente. Nel febbraio 2020, l’annuncio dell’apertura dei confini greci ha prodotto oltre 150.000 tentativi di attraversamento in poche settimane, dimostrando la rapidità con cui i flussi possono essere utilizzati come strumento di pressione da parte di Ankara verso Europa prima e USA poi. Infatti, mettendo in difficoltà la vicina Comunità Europea, lo Stato turco mira ad attirare le attenzioni del protettore americano, volendone cercare benevolenza dal punto di vista strategico e commerciale, continuando, altresì, nel suo doppio dialogo con la Russia.
L’obiettivo della Turchia appare quello di ampliare sempre più le sue priorità strategiche nei suoi confini sud-orientali con la repressione dell’autonomia Curda e l’allargamento dei suoi obiettivi commerciali (ma anche tattico-militari) nel mar Mediterraneo e nel mar Nero. Al contempo, la Turchia appare intenta ad approfittare delle risorse naturali russe e del vantaggio competitivo derivante dell’appartenere alla sfera d’influenza economica americana, senza i vincoli morali e giuridici tipici dell’Occidente.
Sul piano geopolitico, la migrazione si intreccia così con altri dossier critici: dalla guerra in Siria alle tensioni nel Mediterraneo orientale, fino al ruolo ambiguo di Ankara nella North Atlantic Treaty Organisation (NATO) sempre di più dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Dalla Bielorussia ai confini Schengen: la pressione russa
La Russia, allo stesso tempo, adotta una strategia diversa ma complementare, utilizzando la migrazione come elemento di guerra ibrida. La crisi al confine tra Polonia e Bielorussia nel 2021 ha rappresentato un precedente rilevante: attraverso il sostegno al regime di Lukašenko, Mosca ha contribuito a trasformare flussi legali in una crisi di sicurezza per l’UE.
La semplificazione dei visti bielorussi, i voli organizzati dal Medio Oriente e la spinta forzata dei migranti verso il confine hanno messo in evidenza la vulnerabilità dello spazio Schengen e della risposta comune a provocazioni di questo tipo.
Secondo analisi del CeSI e della Jamestown Foundation, l’operazione ha avuto un costo economico limitato per i russi, ma ha avuto un elevato ritorno strategico, portando in dote un’accentuazione delle divisioni interne europee. Questo ha costretto diversi Stati membri a reintrodurre barriere fisiche ai propri confini, nonostante la loro appartenenza al mercato unico più grande del globo.
Dopo il 2022, la guerra in Ucraina ha aggiunto un ulteriore livello di complessità: molti cittadini russi hanno lasciato il Paese rifugiandosi in Turchia. Una parte di questi tenta di raggiungere l’UE passando dai Balcani, spesso via Belgrado grazie alla fratellanza ortodossa tra russi e serbi. Tale rotta, infatti, è diventata uno spazio di mobilità ibrida, non più limitata ai flussi dal Medio Oriente, ma un vero e proprio spazio politico per spaventare e influenzare le strategie dei Paesi vicini.
I Balcani occidentali come Stati cuscinetto dell’UE
In questo contesto, i Balcani occidentali svolgono una funzione ambivalente. Da un lato, sono Paesi candidati o potenziali candidati all’adesione alla UE, dall’altro, operano come guardiani esterni della stessa utilizzando numerosi finanziamenti comunitari. Attraverso strumenti come l’Instrument for Pre-accession Assistance (IPA III) e l’espansione delle operazioni Frontex, l’UE ha consolidato una rete di contenimento che sposta a sud-est i costi politici e umanitari della gestione migratoria. Infatti, dal 2017 al 2024, oltre 400.000 persone sono state respinte dal confine ungherese verso la Serbia, simbolo di un confronto acceso tra i Paesi dell’Europa dell’Est e quegli Stati membri che si giostrano tra respingimenti e tensioni politiche interne.
In Bosnia-Erzegovina, strutture come il centro di Lipa, nate come temporanee, sono diventate permanenti per motivi tecnico-strutturali, cristallizzandone la funzione di Stato cuscinetto nel tempo e nelle funzioni. In tal modo, i Paesi balcanici restano vincolati ai fondi europei per gestire una crisi che non controllano pienamente, mentre il processo di allargamento procede a rilento. A rallentare l’integrazione dei Paesi candidati all’ingresso nell’UE vi è anche la paura che quest’ulteriore allargamento potrebbe generare imprevedibili conseguenze sociali all’interno di una comunità europea sempre più in crisi: sociale, economica, identitaria e difensiva.
Come può agire l’UE?
Il calo dei flussi lungo la rotta balcanica non rappresenta una vittoria dell’Unione europea, ma l’assestamento di un equilibrio coercitivo. Turchia e Russia hanno dimostrato che flussi moderati sono più efficaci di crisi esplosive: mantengono attiva la capacità di pressione senza innescare una risposta strutturale europea, tenendo questi Paesi così agganciati a questi modelli temporanei di gestione che cristallizzano la situazione, ma che non ne permettono la piena gestione.
Finché l’UE continuerà a privilegiare accordi transazionali, a esternalizzare la propria sovranità e a rinviare una riforma complessiva della governance migratoria, la rotta balcanica resterà uno strumento di pressione geopolitica da parte di attori più cinici e strategicamente lungimiranti. Non si tratta di una crisi migratoria, ma di una crisi di potere e l’Europa ne rimane il perdente strutturale.
*Immagine di copertina: [Foto di Krzysztof Hepner via Unsplash]
Analisi a cura di Giacomo Callegari





