Mercoledì 14 gennaio 2026 OriPo ha intervistato Pietro Serino, ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, per approfondire la questione della guerra ibrida che la Russia conduce contro l’Europa e le sfide che l’Europa dovrà affrontare nel 2026 per garantirsi una maggiore autonomia strategica.
Il contesto internazionale della guerra ibrida
Dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, l’intensità della guerra ibrida condotta dalla Russia contro i Paesi europei è aumentata in modo significativo. Secondo l’International Institute for Strategic Studies, tra il 2023 e il 2024 gli atti di sabotaggio sono più che triplicati. A causa della loro natura peculiare, attacchi cinetici contro infrastrutture fisiche, incursioni di droni, (tentativi di) assassinio e cyber-attacchi, tra le altre forme di sabotaggio, sono finora rimasti sostanzialmente impuniti. La guerra ibrida tende infatti a collocarsi al di sotto della soglia di un “attacco armato” e, sottolinea il generale Serino, “le azioni ibride sono tali se non sono attribuibili giuridicamente”. Infatti la Russia può plausibilmente negare un coinvolgimento (diretto), rendendo difficile — se non pressoché impossibile — giustificare misure di ritorsione nei suoi confronti ai sensi del diritto internazionale.
Se gli apparati e le misure difensive sono ormai ben consolidati, la NATO ha recentemente iniziato a riflettere su come difendersi in modo più proattivo, combinando un’attribuzione delle responsabilità più rapida e coordinata, esercitazioni militari a sorpresa e, soprattutto, cyber-attacchi. A novembre, il presidente del Comitato militare della NATO ha confermato che stanno venendo attivamente discusse operazioni controffensive nel cyberspazio. Tuttavia, l’utilità dei (contro-)attacchi informatici è oggetto di dibattito nei circoli decisionali, poiché percezioni del rischio, capacità e obiettivi variano sensibilmente. Di conseguenza, i membri dell’Alleanza divergono su cosa possa costituire una risposta strategica ed efficace e su se e come la NATO debba utilizzare i cyber-attacchi contro individui sul territorio Russo.
Sollecitare l’apparato dello stato italiano tutto ad affrontare queste nuove minacce, per certi versi esistenziali, sarà una partita cruciale nei decenni a venire. In particolare, se si considera, dice il generale Serino, che “dobbiamo giocare una partita di uno sport del quale non sono state scritte ancora né le regole né definito il perimetro del campo”. Inoltre, sottolinea che la salute delle relazioni transatlantiche è ai minimi storici e che queste non torneranno come prima.
Il nuovo volto della guerra ibrida russa
Gli atti di sabotaggio sono una forma classica di guerra segreta, concepita per colpire il nemico in modo negabile e difficilmente individuabile, al fine di indebolirlo, seminare caos o aumentare l’incertezza. Più di un decennio fa, i primi esempi di questo tipo di attacchi furono le esplosioni condotte dall’intelligence militare russa per distruggere aiuti militari destinati alla Georgia nel 2011 e all’Ucraina nel 2014, stoccati in Paesi dell’Europa orientale. Nel 2024, stabilimenti dell’industria della difesa nel Regno Unito che rifornivano l’Ucraina hanno subito una sorte analoga.
Si ritiene che l’obiettivo ultimo della guerra ibrida russa sia indebolire l’Europa e minarne la determinazione nel sostenere l’Ucraina, sfruttando le tensioni che attraversano società politicamente polarizzate. La “weaponization of everything” segnala che la Russia possiede la capacità e la volontà di erodere l’attrattività politica del sostegno a Kiev. Tuttavia, dal 2022 la strategia russa di guerra ibrida è cambiata radicalmente.
Nuove reclute e target da colpire
Un rapporto congiunto del GLOBSEC Centre for Democracy & Resilience e dell’International Centre for Counter-Terrorism ha tracciato un parallelismo tra il reclutamento di agenti estemporanei da parte dell’ISIS e quello messo in atto dalla Russia dal 2022 ad oggi. Gli esecutori sono spesso residenti europei russofoni di circa trent’anni, provenienti da Stati post-sovietici e in condizioni economiche precarie, reclutati principalmente tramite Telegram. Più di uno su quattro aveva precedenti penali. È plausibile sostenere che i tempi necessari per attribuire un attacco alla Russia si siano allungati a seguito dell’espulsione di centinaia di ufficiali dell’intelligence russa dalle capitali europee dopo il 2022.
Attualmente gli obiettivi delle operazioni di sabotaggio si estendono a un numero di ambiti maggiore rispetto al passato: dal taglio dei cavi sottomarini per la connettività dei dati agli incendi che colpiscono centrali elettriche causando blackout, fino al disturbo dei segnali GPS per interrompere il traffico aereo negli aeroporti. Gli attacchi russi contro le infrastrutture critiche europee si sono dimostrati efficaci in termini di portata e volume, ma la qualità dei reclutati — spesso poco addestrati o mal equipaggiati — rende queste attività maggiormente individuabili. Secondo gli esperti, l’effetto perseguito dalla guerra ibrida russa non si limita a ostacolare le forniture di armi e munizioni all’Ucraina, bensì mira a creare un senso costante di vulnerabilità — e di ansia — legato alla permeabilità delle difese europee.
Come dovrebbero rispondere i Paesi europei della NATO?
La guerra cibernetica è l’ambito in cui si concentra la maggior parte delle discussioni all’interno della NATO, poiché rappresenterebbe la forma di ritorsione “più semplice” rispetto a sabotaggi, incursioni di droni e altre operazioni cinetiche.
Secondo un rapporto di Chatham House, le operazioni cyber offensive consistono in “qualsiasi attività cibernetica in grado di produrre un effetto su un sistema o una rete informatica, o sulle informazioni in essi contenute”. Tali effetti includono la manipolazione dei dati, la negazione dell’accesso, la distruzione o il degrado di un sistema informatico o dei suoi dati. Il problema non riguarda tanto lo sviluppo di capacità operative — di cui molti Paesi NATO già dispongono — quanto piuttosto l’elaborazione di una dottrina cibernetica che definisca: un obiettivo condiviso, la sua giustificazione giuridica, chi debba esattamente reagire e quando.
Deterrenza e scopi militari
Le strategie pubbliche di Paesi come Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Norvegia e Italia individuano l’utilità delle operazioni cyber nel loro potenziale deterrente. La letteratura accademica però suggerisce che tali operazioni non necessariamente scoraggiano attacchi informatici a bassa intensità, soprattutto quando questi si collocano ben al di sotto della soglia di un attacco armato — che, in alcuni casi, giustificherebbe legalmente il diritto all’autodifesa. Tuttavia, quando le capacità di deterrenza funzionano, non è possibile osservare empiricamente l’azione che è stata dissuasa. Un argomento a favore dello sviluppo di maggiori capacità cyber è dunque che, quanto più elevata è la minaccia di ritorsioni costose, tanto maggiore è la probabilità di prevenire forme di danno più gravi.
L’utilità delle offensive cyber è anche legata alla loro capacità unica di modulare il livello di impatto — cosa non possibile nelle operazioni cinetiche — e di adattarle al perseguimento di obiettivi di politica estera in tempo di relativa pace.
Nel Regno Unito, ad esempio, il National Cyber Force segue una “dottrina dell’effetto cognitivo”. La dottrina prevede che le operazioni informatiche siano utilizzate per indebolire la capacità degli avversari di pianificare e condurre efficacemente le proprie attività. Si agisce limitando l’accesso a informazioni chiave, analizzandole e sfruttandole, oppure riducendo le capacità di comunicazione e minando la fiducia nelle tecnologie digitali e nelle informazioni che esse forniscono. Tuttavia, anche qui l’effettiva utilità militare del cyber resta una questione aperta, data la sua dipendenza da intelligence affidabile e spesso estremamente complessa da ottenere.
L’applicazione del diritto internazionale
Secondo il Gen. Serino la risposta dei Paesi NATO non si deve configurare come un attacco a un Paese, bensì come forma di ritorsione preventiva nei confronti di colui che commette o è in procinto di commettere un reato in una giurisdizione virtuale che non è codificata dal diritto internazionale.
Infatti, la giurisdizione degli Stati sullo cyberspazio, dove viene commessa l’aggressione, non è chiaramente codificata e di conseguenza le autorità statali non sono legalmente tenute a perseguire il criminale cibernetico.
Lo scenario cambierebbe del tutto se, per ipotesi, Putin volesse ergersi a difensore di un crimine cyber, ammettendo implicitamente la responsabilità della Russia in quanto nazione sovrana. In tal caso, non si tratterebbe più di una azione ibrida, ma di un interferenza negli affari di uno stato NATO o, addirittura, di un attacco armato verso il quale si ha il diritto all’autodifesa. In uno scenario di conflitto aperto la NATO potrebbe quindi prendere misure contro la Russia stessa ai sensi del diritto internazionale.
Come dovrebbe comportarsi l’Italia?
La questione interessa particolarmente l’Italia — non tanto in quanto bersaglio prioritario della guerra ibrida russa, quanto perché il ministro della Difesa Guido Crosetto punta a collocare l’Italia in prima linea nel dibattito europeo e atlantico sulla difesa. A novembre, Crosetto ha condannato l’“inerzia” della NATO, sostenendo che l’Europa dovrebbe passare da una strategia di contenimento a una difesa proattiva, anche attraverso la creazione di un centro europeo permanente contro la guerra ibrida. Sempre più spesso, le minacce ibride definiscono la nuova normalità delle relazioni internazionali, in cui le interdipendenze — fisiche o cibernetiche — vengono sistematicamente strumentalizzate, “weaponized”.
L’idea di Guido Crosetto di un approccio «proactive» implica sia il perseguimento di obiettivi di politica estera che di deterrenza tramite una strategia unitaria di lungo periodo e multilivello tra Paesi europei, Unione Europea e NATO. L’obiettivo è sviluppare capacità istituzionali aggiornate per prevenire, dissuadere e assorbire gli attacchi ibridi, tutelando gli interessi nazionali e di politica estera. In larga misura, in Italia come altrove, le capacità cibernetiche tendono a essere sviluppate prima che venga definita una dottrina compiuta. Basti pensare, ricorda il Gen. Serino, che il cyberspazio è stato codificato dalla NATO come dominio militare (insieme a terra, mare, aria, e spazio) già nel 2016.
Nell’ambito della prevenzione del terrorismo l’Italia dispone di conoscenze e capacità avanzate grazie all’esperienza degli anni di piombo. Lo stesso non si può dire a proposito delle minacce che si consumano nel cyberspazio: attacchi alle reti informatiche e campagne di disinformazione. Nonostante le divergenze di vedute sulle operazioni cyber offensive, il costo dell’inazione difficilmente sarà sostenibile. L’Italia deve quindi adattarsi alla guerra ibrida e alla «weaponization of interdependence», che si sta manifestando sulla scena globale ed è già diventata la nuova normalità.
La sfida europea per l’autonomia strategica nel 2026
Nel 2026 le sfide per i Paesi europei non si limiteranno alla necessità di compiere passi avanti nel dominio della difesa cibernetica, ma riguarderanno soprattutto la capacità di affrontare un contesto geopolitico in rapido e profondo mutamento.
A gennaio 2026, il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato un affronto alla NATO, dichiarando più volte di essere pronto a prendere il controllo della Groenlandia — territorio appartenente alla Danimarca, anch’essa membro NATO — anche con l’uso della forza, se necessario. Malgrado abbia in seguito fatto un passo indietro, la credibilità della promessa di mutua difesa in caso di attacco ha ormai toccato i minimi storici. L’Europa adesso deve quindi essere abile nel rallentare l’erosione dell’alleanza e al contempo accellerare i suoi sforzi per preparsi a un contesto post-NATO.
Il caso della Groenlandia
Uno scenario che fino a pochi anni fa, quando Trump parlava di “acquistare” l’isola, sarebbe apparso paradossale e grottesco, oggi non può più essere ignorato dagli europei. Resta difficile immaginare come la più grande alleanza difensiva mai esistita possa sopravvivere — o soccombere — a un simile evento. La leadership danese è stata lapidaria: un attacco di questo tipo segnerebbe la fine della NATO. Almeno per come l’abbiamo conosciuta finora. Non ci si può più permettere di liquidare alcune ipotesi come assurde o irrealistiche, come si fece nel 2022 alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina. “Non possiamo mettere le dita nella presa per due volte”, sottolinea il Gen. Serino.
Con la rielezione di Trump è riemerso, senza più ambiguità, il volto imperialista degli Stati Uniti e il suo aperto disprezzo per le leadership europee e l’ordine mondiale basato sul diritto. Questo ha provocato vere e proprie onde d’urto nel continente (e nel mondo), che solo quest’anno ha iniziato ad assumere un atteggiamento più assertivo nei confronti di Washington, abbandonando la logica dell’accondiscendenza adottata nel 2025. Alcuni membri europei della NATO — tra cui Francia, Germania e Regno Unito — hanno inviato truppe in Groenlandia per affermare la propria presenza e dissuadere le pulsioni di Trump. Parallelamente, è cresciuto il sostegno all’ipotesi di introdurre dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti attraverso lo Strumento Anti-Coercizione, inizialmente concepito dall’Unione Europea come mezzo di difesa nei confronti della Cina.
Al di là del dibattito su cosa l’UE e gli alleati europei della NATO debbano fare, una cosa appare ormai certa: le relazioni transatlantiche non torneranno più ai livelli di fiducia e stabilità che le hanno caratterizzate, malgrado alti e bassi, dalla fine della Seconda guerra mondiale. La sfida per l’Europa sarà assumere maggiori responsabilità, gestendo la frattura con Washington e promuovendo i propri interessi strategici in modo proattivo, anziché limitarsi a difenderli passivamente.
Il caso dell’Ucraina
In questo caso, il destino dell’Ucraina dipende in larga misura dall’equilibrio che l’Europa riuscirà a mantenere nei confronti di Trump. Al Summit NATO 2025 dell’Aia 2025, i Paesi del continente hanno risposto positivamente alle richieste statunitensi affinché siano gli europei a farsi carico della propria sicurezza, non tanto per una questione di principio, quanto per una necessità concreta, come osserva il Gen. Serino. Nell’ultimo Consiglio europeo dello scorso dicembre, i leader dell’UE hanno concordato di finanziare lo sforzo bellico ucraino attraverso l’emissione di debito comune. Ciò permetterà all’Ucraina di resistere nella speranza che Putin acconsenta un accordo di pace che gli ucraini possano accettare.
All’inizio di gennaio, Francia e Regno Unito hanno firmato una dichiarazione d’intenti per il dispiegamento di contingenti militari in Ucraina nell’ambito di una forza di peacekeeping in caso di cessate il fuoco, avviando al contempo un dialogo sempre più strutturato sulla cooperazione nucleare. La Germania, dal canto suo, si è detta determinata a investire massicciamente nella difesa nel prossimo decennio, con l’obiettivo di dotarsi del più grande esercito convenzionale d’Europa e di contribuire a sostituire il ruolo deterrente degli Stati Uniti, in combinazione con la deterrenza nucleare francese e britannica. Se questi tre Paesi stanno lavorando attivamente per un’Europa dotata di maggiore autonomia strategica e capace di offrire garanzie di sicurezza credibili all’Ucraina, l’Italia — nota il generale Serino — deve ancora chiarire quale posizione intenda assumere in questo nuovo e complesso scenario geopolitico.
Autonomia strategica: l’Europa sarà all’altezza della sfida?
Generare consenso attorno a un aumento della spesa per la difesa e a una maggiore autonomia strategica rappresenterà una condizione imprescindibile affinché l’attuale classe politica europea possa assumersi le responsabilità delineate. Un compito tutt’altro che semplice, destinato a svolgersi in un contesto economico poco favorevole e segnato da una diffusa sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali. Nella misura in cui la percezione di insicurezza degli elettori europei aumenta, i leader dell’UE troveranno più difficile legittimare il sostegno all’Ucraina. Parallelamente rischiano di rafforzarsi le narrazioni nazionaliste dei loro sfidanti populisti di destra, tra i quali i sentimenti filo-russi sono diffusi.
In Italia, ad esempio, la fiducia nella NATO e nei leader politici risulta in calo rispetto al 2022, mentre diminuisce anche la diffidenza verso la Russia. È quanto emerge da un recente sondaggio condotto da ISPI e IPSOS. Sul piano internazionale, gli impegni assunti da Emmanuel Macron e Keir Starmer a sostegno dell’Ucraina sono già messi sotto pressione dalla prospettiva di una vittoria elettorale delle forze populiste di estrema destra nelle prossime elezioni generali, previste rispettivamente per il 2027 e il 2029.
Nonostante ciò, il sostegno a un incremento della spesa per la difesa appare ampio in gran parte dei Paesi europei, come indicano i sondaggi più recenti, con una significativa eccezione: l’Italia, unico Stato in cui la maggioranza dell’opinione pubblica si dichiara contraria. Anche su questo fronte sarà decisivo comprendere come evolverà il quadro politico e fino a che punto le leadership europee sapranno giustificare una politica industriale di lungo periodo nel settore della difesa, mentre la Russia prosegue la sua guerra ibrida contro l’Europa con l’obiettivo di impedirne il consolidamento strategico.
*Immagine di copertina: [Foto di Markus Spiske via Unsplash]





