La crescente instabilità politica e militare intorno all’Europa, esemplificata dall’invasione russa dell’Ucraina e, più recentemente, dal conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti ha riportato al centro del dibattito pubblico tematiche trascurate nel corso degli ultimi decenni.
Inoltre, le recenti manifestazioni di disimpegno nei confronti del sostegno all’Ucraina e una vacillante adesione all’Alleanza Atlantica da parte del Presidente statunitense Donald Trump hanno permesso il compimento di scelte politiche, economiche e militari di portata storica.
Dal piano di riarmo europeo Rearm 2030, successivamente ribattezzato “Readiness 2030”, fino ad arrivare alla costituzione di un “ombrello atomico” dell’Unione Europea a trazione francese, come annunciato dal Presidente francese Emmanuel Macron nel già celebre discorso tenuto nella base navale bretone di Ile Longue.
Alla luce di un contesto internazionale in rapido mutamento, Martedì 3 Marzo 2026 OriPo ha intervistato Pietro Serino, ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sulle tematiche del riarmo nazionale e, conseguentemente, sulle condizioni e le necessità dell’apparato terrestre delle Forze Armate.
Le condizioni dell’esercito italiano
L’Esercito Italiano, a seguito dell’approvazione della legge 119 del 2022 e del decreto legislativo 185/2023, ha visto fissare a 93.100 unità il numero di effettivi da raggiungere entro il 2033. Lo strumento militare, invece, prevede 160mila unità dopo l’ultima revisione. Numeri ugualmente considerati insufficienti per la gestione delle esigenze operative e in teatri strategici fortemente instabili, come ribadito anche dall’attuale Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Carmine Masiello.
Come spiega il Gen. Serino, la causa dell’attuale sottodimensionamento delle Forze Armate, che riguarda anche Aeronautica e Marina, affonda le proprie radici tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila.
È in questo contesto, segnato dalla fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica, e quindi dalla scomparsa della minaccia più incombente per l’Occidente, che prende forma un cambiamento nell’approccio alla Difesa e la progressiva diminuzione nella spesa militare. A testimonianza di ciò, i dati sugli investimenti nel settore; in seguito al crollo del muro di Berlino la spesa per la Difesa è progressivamente diminuita fino a toccare l’1,09% del PIL nel 1995 e il minimo storico nel 2006, secondo una ricerca dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani.
Tra volontarietà e professionalizzazione
Nel 2004, la Legge Martino sospende la leva obbligatoria, in vigore fin dall’unificazione d’Italia, decretando sostanzialmente il passaggio delle Forze Armate a un modello professionale. Se all’inizio degli anni ’90 il numero degli effettivi si aggirava sulle 250mila unità, le progressive riduzioni degli organici, congiuntamente con la crescente importanza operativa riconosciuta alla figura del volontario di truppa, dispiegato nelle varie missioni umanitarie in cui era impegnato l’Esercito, hanno portato sul finire del decennio gli effettivi a 230mila.
L’introduzione del volontario di truppa a lunga ferma, infatti, ha rappresentato il primo passo verso la professionalizzazione delle Forze Armate, necessaria per fronteggiare i nuovi equilibri internazionali e per ottimizzare le capacità addestrative.
Successivamente, con la sospensione del servizio di leva obbligatorio si è stabilito in 190mila uomini la quota di personale da raggiungere per le Forze Armate. Inoltre, con la legge 244/2012, detta riforma Di Paola, si decide di portare il numero degli effettivi a 150mila entro il 2024. Una decrescita importante, non accompagnata però da una riduzione delle spese.
Come osserva il Gen. Serino, infatti, sebbene il numero di effettivi sia inferiore rispetto al modello di leva, la differenza sostanziale risiede nel costo del personale. Pagare stipendi professionali è differente a riconoscere diarie giornaliere, volte a coprire unicamente le spese essenziali.
Il risultato è stato un progressivo aumento delle spese per il personale, che ha generato uno squilibrio tale per cui l’Italia, nel 2015 arriva ad adibire il 77% della spesa in Difesa per il personale, come riportato dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani.
Gli armamenti per l’esercito italiano
Dal punto di vista degli armamenti e degli equipaggiamenti tecnici la questione appare complessa. Le carenze sono importanti, come affermato dal capo di Stato maggiore dell’esercito Carmine Masiello, le cui parole sono state riportate da La Stampa. Una delle cause potrebbe essere la disparità industriale tra le varie forze armate.
Come fa notare il Gen. Serino, Aeronautica e Marina hanno potuto contare nel corso del tempo su riferimenti industriali all’interno del paese. Fincantieri, ad esempio, progetta e realizza le unità navali per la Marina Militare, mentre l’Aeronautica ha potuto contare sulle capacità ingegneristiche e costruttive di Leonardo. Due costruttori di alto livello e credibilità, come suggerisce il fatto che i loro prodotti siano apprezzati e richiesti anche all’estero. Questa condizione per l’Esercito non si è mai profilata, dal momento che si è sempre affidato a produzioni esterne o su licenza, senza la presenza di un polo industriale nazionale vero e proprio. Di conseguenza, il “know-how” necessario per produrre in autonomia i propri mezzi non è mai stato realmente raggiunto.
I primi e unici tentativi dell’industria militare italiana sono stati il carro Ariete, prodotto tra il 1995 il 2002, e il veicolo per la fanteria Dardo, il cui utilizzo nella piattaforma addestrativa ha evidenziato una serie di problematiche, riguardanti mobilità, velocità e condizioni di sicurezza degli equipaggi, a cui si è cercato di porre rimedio attraverso programmi di ammodernamento, come per il carro Ariete, ora disponibile nella versione C2. Progetto iniziato durante il periodo in cui il Gen. Serino era in carica. Data anche la distensione geopolitica percepita all’epoca, la linea di fighting vehicles viene immediatamente chiusa, non permettendo all’industria nazionale di svilupparsi.
I veicoli progettati successivamente, ci fa notare il Gen. Serino, rispondono a richieste operative ben precise. La partecipazione italiana alle missioni di formazione e mantenimento della pace e di prevenzione dei conflitti, come accaduto nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan e in Libano, ha necessitato della produzione di armamenti specifici, inficiando lo sviluppo di capacità costruttive italiane di più ampio respiro.
Le minacce erano cambiate: le insidie quotidiane in quei contesti erano rappresentate da mine e ordigni esplosivi improvvisati, conosciuti in gergo tecnico con il termine IED (Improvised Explosive Device). Così le piattaforme e i mezzi si sono adattati, sono diventati più pesanti e maggiormente blindati ma la componente di warfighting è stata ridotta, anche a causa delle ristrettezze economiche del momento.
Solo recentemente l’Esercito si sta dotando di un’industria di riferimento nazionale. Leonardo è il punto di riferimento dopo la collaborazione con la tedesca Rheinmetall e l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles.
Il “Buy European” e la minore dipendenza strategica
La maggiore attenzione sulla necessità di diminuire la dipendenza da forniture esterne ha portato all’introduzione di clausole a favore dell’industria militare europea come requisito per accedere ai fondi del piano SAFE. In particolare, i contratti finanziati con i fondi del piano SAFE devono riguardare prodotti in cui almeno il 65% dei costi sia localizzato in Europa e coinvolga nella sua produzione almeno due paesi europei o un paese europeo e l’Ucraina. Ciò in virtù del fatto che molte delle spese per la difesa in Europa vengono realizzate oltreoceano.
Tuttavia, almeno a livello nazionale, la realtà appare diversa. La maggior parte dei mezzi in servizio o in arrivo all’Esercito Italiano, è già di produzione europea. Visitando il sito dell’Esercito e osservando gli ultimi accordi di acquisizione, questo si può facilmente verificare.
Nel settore dell’artiglieria è stato raggiunto un importante accordo per la progettazione e lo sviluppo di un sistema semovente d’artiglieria, frutto della collaborazione tra Leonardo e l’azienda paneuropea KNDS. Si tratta, in sostanza, di un veicolo mobile attrezzato con un obice o un cannone in grado di sparare a lunghe gittate, rivelatosi importante nel conflitto in Ucraina. Attualmente l’Esercito dispone del semovente PzH 2000, prodotto dalle aziende tedesche Krauss-Maffei e Rheinmetall e costruiti su licenza dal consorzio IVECO-OTO Melara.
Particolarmente attenzionato è il settore della difesa aerea, anche alla luce delle recenti tattiche di saturazione bellica adottate dai russi in Ucraina e dagli iraniani nelle rappresaglie odierne. L’utilizzo sistematico di missili balistici tecnologicamente arretrati e sciami di droni poco costosi rende economicamente sconveniente l’abbattimento con i classici intercettori e costringe il paese sotto attacco a svuotare le proprie riserve contraeree. Inoltre, l’uso indisciplinato degli armamenti contro infrastrutture civili e centri abitati rende complessa la difesa dei cieli nazionali.
A Gennaio, sono stati consegnati i sistemi di difesa aerea SAMP/T, frutto di una collaborazione tra MBDA Italia, MBDA France e THALES, e GRIFO, prodotto da MBDA in Italia.
Per la difesa a corto raggio, è stato inoltre acquisito il sistema SKYNEX, di Rheinmetall, già impiegato in Ucraina, dove è stato schierato soprattutto a difesa delle infrastrutture energetiche. Verrà assemblato nello stabilimento romano dell’azienda tedesca.
Per quello che riguarda i mezzi terrestri, nel Febbraio 2026, la joint venture Leonardo- Rheinmetall ha consegnato le prime unità del veicolo corazzato per la fanteria Lynx, destinato a sostituire il già citato Dardo.
Nel comparto elicotteristico, l’Italia si conferma un’eccellenza europea: Procede lo sviluppo del nuovo elicottero d’attacco, l’ AW 249 “Fenice”, tecnologicamente avanzato e in grado di scambiare informazioni con i veicoli di terra, i droni e i veicoli aerei. Allo stesso tempo, Leonardo fornirà 23 AW 149, un modello di elicottero in grado di rispondere a molteplici necessità, alla Royal Air Force britannica, a testimonianza delle capacità indiscusse dell’industria nostrana.
Le difficoltà dell’industria europea
Per lungo tempo, le industrie europee hanno progressivamente ridotto i propri livelli produttivi, adeguandoli alle richieste strutturali del periodo storico. Tuttavia, le politiche di riarmo hanno reso necessario approfondire la creazione di un polo industriale militare coeso ed efficiente in Europa. Esso permetterebbe un maggior livello di compatibilità tra le tipologie di equipaggiamento utilizzato dai vari Paesi dell’Unione, ad oggi estremamente eterogeneo, e di coordinamento, oltre a rappresentare una possibile soluzione alle critiche logistiche ed economiche del settore.
Un approccio frammentato, con mercati nazionali separati, difficilmente penetrabili e pochi appalti transnazionali, in cui le aziende nazionali operano singolarmente o non collaborando a pieno rischia di incappare in ritardi di consegna e inefficienze produttive. Condizioni che potrebbero contribuire ad una delocalizzazione degli investimenti, favorendo, per esempio, i prodotti statunitensi.
Una delle principali difficoltà che impediscono la creazione di un’industria condivisa è rappresentata dalla ripartizione e dalla proprietà del know-how produttivo. Se, come osserva il Gen. Serino, le capacità industriali sono presenti e possono adeguarsi ai bisogni bellici dei governi attraverso investimenti mirati, anche se ci sono tempistiche inevitabili da rispettare, non si può dire lo stesso per il tema della Design Authority. La disputa, pertanto, riguarderebbe il controllo del progetto: ossia il possesso della tecnologia, dei brevetti, delle configurazioni di sistema.
Obiettivi e vincoli per la spesa militare
Con il vertice NATO tenutosi all’Aia il 24 e il 25 Giugno 2025 è stato sancito l’impegno da parte dei paesi membri a investire il 5% del PIL nel settore della Difesa entro il 2035.
Gli investimenti sono differenziati in due categorie: un 3,5% della spesa che riguarderebbe la difesa “tradizionale” e un ulteriore 1,5% destinato a infrastrutture critiche, rilevanti per la sicurezza del Paese, difesa cyber e altri settori strategici.
L’Italia, però, ha recentemente raggiunto il precedente obiettivo: la soglia di spesa del 2% per la Difesa fissato nel vertice NATO in Scozia nel 2014. Il traguardo, però, sembra essere meno incisivo di quanto appare. Come affermato dallo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il traguardo è meno incisivo di quanto appare, essendo stato ottenuto attraverso la riclassificazione di alcune spese, precedentemente escluse dal computo della Difesa.
La chiarezza sulla natura degli investimenti contabilizzati è poca. Non sono spiegati dettagliatamente nemmeno all’interno del Documento Programmatico Triennale 2025-2027.
Inoltre, i 14,9 miliardi di euro richiesti dal Governo italiano all’Unione nell’ambito del piano SAFE sono messi a rischio dal deficit superiore alla soglia del 3% necessario per rispettare le condizioni di prestito dei fondi europei. L’Italia sfora, secondo i dati Istat, di uno 0,1% al 2 Marzo 2026.
Il riarmo nazionale sembra, pertanto, essere complesso: i fondi europei necessari per nuovi e ingenti investimenti militari sono vincolati a prestazioni di difficile previsione, anche alla luce dell’instabilità economica causata dalla crisi in Medio Oriente. Inoltre, l’aumento della spesa nel settore della Difesa è stato solamente nominale e ci colloca lontano da quell’obiettivo del 3,5% entro il 2035 a cui abbiamo deciso di aderire. Non ci sono nemmeno certezze su come raggiungere questo traguardo che, secondo un’analisi di Pagella Politica, richiederebbe tra i 165 e i 220 miliardi di euro in un decennio, un aumento medio di 3/4 miliardi all’anno.
Possibili riforme dell’esercito italiano
La leva obbligatoria
Per ovviare al problema degli organici sottodimensionati, il tema della leva obbligatoria è tornato oggetto di dibattito. Alcuni paesi europei, come la Lettonia, hanno deciso di reintrodurla, altri, come la Croazia e la Germania hanno optato per varianti brevi o su base volontaria.
Anche in Italia il tema è stato affrontato a livello politico e ideologico negli ultimi anni.
Come ricorda il Gen. Serino, un eventuale ritorno alla leva obbligatoria può verificarsi esclusivamente in determinate circostanze (guerra o grave situazione internazionale) e ci pone dinanzi a scelte importanti.
Innanzitutto, ci sarebbe da porsi un interrogativo fondamentale: saremmo pronti a sostenerne i costi sociali? Un ritorno alla leva obbligatoria significherebbe un cambiamento importante a livello culturale, una variabile significativa all’interno delle vite dei cittadini. Vorrebbe dire servire lo Stato al termine del periodo scolastico, nel periodo di transizione alla vita lavorativa, e richiederebbe inevitabilmente anche un adattamento da parte del mondo del lavoro. Anche il sostegno ad un eventuale ripristino della leva è una variabile, come dimostrato dalle recenti manifestazioni in Germania e Italia contro il riarmo e la guerra.
In termini finanziari le spese sarebbero importanti. Con la decisione di sospendere la leva le strutture utilizzate sono state smantellate. La carenza strutturale è evidente: mancherebbero gli ospedali militari dove far visitare le giovani leve, le caserme in cui si devono presentare, le aree di addestramento e i poligoni in cui farli sparare oltre che i mezzi necessari per prepararli ad un mestiere, quello della guerra, in continua evoluzione.
Inoltre, come osserva il Gen. Serino, resta anche la questione della durata del servizio.
Le leve brevi rischierebbero essere insufficientemente formative per gli scenari bellici odierni. Al contrario, una leva militare lunga, di almeno 10 mesi, fornirebbe una formazione più completa e approfondita ma sarebbe estremamente costosa dal punto di vista sociale.
Il reinserimento lavorativo
Un’altra criticità riscontrata dal ministro della Difesa Guido Crosetto è l’età media avanzata del personale dell’Esercito. Dal passaggio alla forma professionale, infatti, l’età media dei militari è progressivamente aumentata.
Fino al 2016, i volontari che prestavano servizio all’interno dell’Esercito avevano la possibilità di confluire, al termine del periodo di ferma, all’interno delle Forze di Polizia attraverso quote specificatamente riservate oppure continuare la carriera all’interno delle Forze Armate. L’abolizione della riserva assoluta dei posti nelle Forze di Polizia – riservati ai militari che avevano terminato il periodo di ferma – ha contribuito ad aumentare l’instabilità occupazionale percepita intorno al mondo militare, facendo calare le richieste per i concorsi e innalzando gradualmente l’età media.
Il sistema attuale, introdotto con la legge n.119 del 5 Agosto 2022, prevede due ruoli differenti: il VFI (volontario in ferma prefissata iniziale) e il VFT (volontario in ferma triennale). Si tratta, sostanzialmente, di un modello a doppia ferma triennale al termine della quale il volontario potrà accedere al servizio permanente, se in possesso dei requisiti richiesti. Inoltre, dopo i primi 12 mesi di servizio, il volontario può partecipare ai concorsi per l’accesso alle carriere iniziali nelle Forze di Polizia. Secondo Analisi Difesa, il tasso di impiego per i volontari arruolati attraverso questa sistema sarebbe vicino al 70%. La riforma, dunque, non sembra rappresentare una soluzione al problema dell’invecchiamento del personale, quanto più al problema dell’instabilità occupazionale.
Il Gen. Serino ha osservato come la possibilità di creare un tessuto di ricollocamento per i volontari che hanno prestato servizio per lo Stato, sia necessario per garantire una sicurezza occupazionale, incentivare la partecipazione alla selezione militare e garantire ricambio generazionale.
Questo si può ottenere in differenti modalità: dalla formazione professionale offerta negli ultimi sei mesi della leva, per preparare il volontario e formarlo a lavori specializzati, fino ad arrivare a sgravi fiscali temporanei per le aziende che decidono di assumere coloro che hanno prestato servizio nell’Esercito. Un ulteriore misura potrebbe essere il pieno riconoscimento in ambito civile per i corsi e le competenze conseguite durante il periodo di servizio nell’Esercito, oggi non completamente garantito, in maniera tale da favorire la transizione al mondo lavorativo.
Si tratta di pratiche già consolidate in paesi come Germania e Olanda dove, a fronte di ferme più lunghe, l’assistenza nel rientro nel mondo del lavoro è garantita.
L’operazione culturale della difesa
Uno degli interrogativi che ci si può porre riguarda l’effettiva capacità di investire in maniera continuativa nel settore della Difesa, evitando che il riarmo e l’interesse politico e pubblico verso l’Esercito e le Forze Armate diventino il frutto estemporaneo di un periodo internazionale movimentato.
In quest’ottica, appare necessaria una vasta operazione culturale, che permetta di vedere la reale funzione dell’Esercito e delle Forze Armate: strumenti al servizio dei cittadini e dello Stato.
In conclusione, investire nella Difesa è tornato un tema all’interno del dibattito politico. Ridurre il tema della Difesa a mero oggetto di propaganda e strumentalizzazione politica, potrebbe rischiare di allontanare l’attenzione dalle reali necessità del settore della Difesa e potrebbe farne dimenticarne l’utilità e l’importanza. Sarebbe opportuno, pertanto, un superamento della dicotomia politica che riguarda le nostre Forze Armate.
*Immagine di copertina: [foto di Simon Infanger via Unsplash]




