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Recep Tayyip Erdogan: chi è il leader della Turchia

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E’ impossibile prescindere dall’analisi della figura di Recep Tayyip Erdogan se si vogliono comprendere a fondo le dinamiche politiche e sociali che caratterizzano la Turchia odierna. Basti pensare che dal 1994 al 2019, l’attuale Presidente della Repubblica Turca, non è mai uscito sconfitto da una tornata elettorale. Nonostante il sistema politico turco presenti marcati tratti illiberali, le sue vittorie sono comunque frutto di una forte leadership che è stata in grado di comprendere la parte di popolazione turca più emarginata. 

L’elezione a Sindaco di Istanbul di Ekrem Imamoglu nella primavera del 2019, esponente del principale Partito di opposizione (Chp), ha rappresentato la prima battuta d’arresto in termini elettorali per il Presidente.

Che lo si voglia ammettere o no, Erdogan è sicuramente la figura più importante della Turchia sin dai tempi della sua fondazione da parte di Mustafa Kemal Ataturk, fautore della moderna e laica Repubblica di Turchia. 

Recep Tayyip Erdogan, è nato nel distretto di Kasimpasa da una famiglia della classe operaia che proveniva da Rize, una città sulla costa del Mar Nero, il 26 febbraio del 1954. 

La sua umile origine lo ha portato a confrontarsi con la vita di strada dove, per mantenersi, vendeva Simit e Cay (pretzel e tè) agli angoli della strada, mansione svolta ancora oggi da diversi giovani turchi. 

La discesa in politica

Erdoğan inizia a muovere i primi passi in politica nel 1970. Sono gli anni della paura del comunismo. Così come in molte altre parti del mondo, anche in Turchia si era diffuso il mito delle rivoluzioni portate avanti da Mao in Cina e da Che Guevara a Cuba. La paura rossa era in forte crescita e le famiglie turche, soprattutto le più conservatrici, iniziavano a temere le formazioni sindacali e i partiti di sinistra. In un contesto cosi delicato da affrontare, la religione iniziò ad assumere un ruolo fondamentale dal punto di vista ideologico e politico per fronteggiare l’avanzata dell’avvento del comunismo.

In questo clima da caccia alle streghe, Recep Tayyip Erdoğan si affaccia per la prima volta sulla scena politica turca decidendo di aderire all’Associazione Nazionale degli Studenti Turchi. E’ proprio da questa formazione che provengono diversi membri fondatori dell’odierno Partito di governo della Giustizia e dello Sviluppo (Akp).

In seguito ad alcuni anni di militanza politica giovanile, Erdogan giunge all’età di 23 anni ancora celibe. Per la Turchia dell’epoca, e ancora oggi all’interno degli ambienti più conservatori, la creazione di una famiglia in giovane età rappresenta uno dei pilastri fondamentali nella formazione di un musulmano. Incontrerà presto Emine Gulbaran; dalla loro unione nacquero quattro figli. La figura di Emine, ha ricoperto un ruolo cruciale nella sua carriera politica, diventando oltre che un punto di riferimento, una complice pronta a sostenerlo in ogni occasione. Secondo alcuni osservatori, senza Emine al suo fianco, Erdogan sarebbe stato un leader molto più debole. 

Recep Tayyip Erdogan da giovane.
Credit photo: CNN turk

L’elezione a Sindaco di Istanbul 

In seguito al golpe del 1980, il terzo intervento militare della recente storia turca, le priorità dell’esercito cambiano e si spostano sulla difesa dall’avanzata del comunismo e porta all’affermazione della “Tis”, un’ideologia che verteva su come l’Islam fosse un complemento morale al rafforzamento dei valori d’ordine incarnati dal nazionalismo turco, come spiegato all’interno del libro “Sovranismo islamico. Erdoğan e il ritorno della Grande Turchia” scritto dal Dott. Federico Donelli.

Il movimento riteneva che l’errata interpretazione del messaggio kemalista avesse trasformato il laicismo in una fonte ideologica di oppressione della libertà religiosa. Il cambio di rotta permise l’inizio dell’affermazione dell’Islam politico, un intreccio sempre più stretto tra religione e politica. 

Dopo una serie di sconfitte politiche, nel 1994, l’occasione sembra essere quella giusta ed Erdogan viene eletto Sindaco di Istanbul. L’elemento chiave della sua vittoria, che sarà poi anche l’elemento che gli permetterà di affermarsi a livello nazionale, risiede nella capacità di parlare a tutte le fasce della popolazione adottando una sorta di populismo liberale.

L’obiettivo era quello di garantire l’inclusività della popolazione e soprattutto far capire all’elettorato che affidandosi a lui avrebbero potuto migliorare realmente le loro condizioni economiche e sociali. Ancora oggi, Erdoğan, viene ricordato come un ottimo sindaco anche da coloro che non condividono le sue politiche intraprese negli anni seguenti a livello nazionale. Riuscì infatti a mantenere quasi tutte le promesse fatte in campagna elettorale. Avviò una gigantesca opera di riforme sul piano cittadino, fece costruire centinaia di chilometri di fognature, incrementò i servizi pubblici dando inizio alla costruzione di nuove linee della metropolitana ed elaborò un piano di grandi opere per rilanciare l’economia. 

La realizzazione di quanto promesso durante la campagna elettorale e soprattutto dei progetti che stavano più a cuore alle persone gli ha permesso di costruirsi una forte credibilità che verrà sfruttata negli anni seguenti, talvolta con una declinazione fortemente autoritaria. 

Nascita dell’Akp e affermazione politica di Erdogan

Fin dalla sua nascita il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) decise di presentarsi al pubblico con un programma profondamente riformista. L’obiettivo voleva essere quello di rimuovere tutti gli ostacoli alla democratizzazione della Turchia. Il nuovo corso politico ha portato all’allineamento con le riforme proposte dal Fondo Monetario Internazionale e ai criteri di Copenaghen; ciò ha permesso al partito di creare un’immagine di sé più facilmente legittimabile agli occhi dei media e della comunità internazionale. 

Inizialmente, al fine di non estremizzare la già marcata polarizzazione politica, il partito decise di giocare il ruolo di catch all party. Questa impostazione ha permesso, almeno inizialmente, di mettere in secondo piano i valori ideologici dell’islam concentrandosi sui problemi della società fornendo valide e solide soluzioni in termini di servizi. Il vuoto lasciato dai partiti ha permesso ad Erdoğan di tracciare un solco nel quale riuscire ad emergere come valida alternativa agli occhi del paese. Ciò nonostante, fin da subito, si intravidero alcune ombre riguardanti la piena interpretazione della democrazia

Il fallito golpe del 2016

Il 2016 è stato forse uno degli anni più difficili della storia della Turchia. Il notevole aumento della violenza all’interno del paese portò alla nascita di moti destabilizzanti sia all’interno che all’esterno del paese. Ad aggiungersi al terrorismo ideologico e religioso firmato ISIS, ci furono anche le rivendicazioni separatiste delle fazioni curde del PKK e TAK (Falchi per la liberazione del Kurdistan) che non si fermarono tanto nel sud est anatolico, quanto nelle maggiori città turche. La situazione di crescente instabilità sembrava molto difficile da fronteggiare e mise a dura prova la tenuta del governo. A sottoporre ad ulteriore prova la già instabile e delicata situazione si aggiunse il tentato colpo di Stato del 15 Luglio 2016, una data che, grazie alla narrazione adottata da Erdogan, passerà alla storia come il giorno della volontà nazionale e del trionfo della democrazia. 

I jet iniziarono a sorvolare sopra i cieli di Ankara e Istanbul e i carri armati riempirono le piazze: era iniziata la sfida al governo democraticamente eletto. Le news proclamavano la legge marziale, i ponti di Istanbul vennero bloccati e ad Ankara venne sferrato un attacco contro il palazzo dove risiede la Grande Assemblea.
Ciò che stava accadendo era un colpo di stato orchestrato fuori dalla catena di comando, come venne riportato dal Primo Ministro Binali Yildirim. In seguito alle sollecitazioni che arrivarono da Erdoğan e dai muezzin la resistenza civile turca si manifestò sia nelle strade sia sui social dove iniziarono a circolare molti tweet contro il colpo di stato e a sostegno del governo. 

Il 15 luglio ha quindi segnato la linea di demarcazione delle dinamiche politiche turche contemporanee: è stata la crisi più seria e probante vissuta dal governo sia per la scenograficità dell’evento che per il numero di vittime, ma soprattutto perché per la prima volta ci si è trovati davanti ad un’azione sovversiva pianificata da un’organizzazione che nel tempo ha infiltrato la macchina statale. Nonostante qualche giornalista abbia definito il golpe come “orchestrato”, alla fine si sono registrati oltre 2mila feriti e 246 morti. 

Una volta “salvata la democrazia”, Erdoğan si adoperò per limitarla. Il movimento di Fethullah Gülen, riconosciuto oggi dalla Turchia come organizzazione terroristica FETO, è stata indicata come maggior responsabile del colpo di stato. A pochi giorni di distanza dallo sventato golpe Erdoğan dichiarò lo stato di emergenza (Ohal) che verrà prolungato per sette volte e che gli conferì larghissimi poteri. 

Gli arresti raggiunsero una portata mai vista prima, tanto che alcuni li paragonarono alle “purghe” staliniane. Secondo i dati ufficiali, 112.679 furono gli impiegati pubblici licenziati, 5.705 accademici persero il posto e 79.301 persone vennero arrestate nell’ambito delle operazioni antiterroristiche. 

Il CHP, principale partito di opposizione, inizialmente condannò senza mezze misure il colpo di stato; tuttavia, nei mesi successivi Kemal Kılıçdaroğlu dichiarò durante un’intervista come il golpe fosse stato organizzato dallo stesso Erdoğan al fine di poter eliminare qualsiasi dissidenza interna al paese. Il passo successivo è stato quello di indire il referendum per il definitivo passaggio dal sistema parlamentare al sistema presidenziale

Il successo del “sì” con il 51,4 % dei consensi venne salutato dal Presidente come una “decisione storica”. La definitiva conferma del sistema presidenziale arrivò con la vittoria elettorale del 24 Giugno 2018. Vennero indette le elezioni 15 mesi prima della naturale scadenza e per la prima volta in Turchia si tennero elezioni presidenziali con conseguente conferimento del potere esecutivo nelle mani della massima carica dello Stato. 

Erdoğan si rivolse alla popolazione dichiarando che “il vincitore di questa elezione è la democrazia, la volontà della gente, ognuno dei nostri 81 milioni di cittadini”. La campagna elettorale portata avanti dal leader fu caratterizzata dall’utilizzo di “Selam”, dal continuo riferimento alla fratellanza musulmana che creò un vero e proprio rapporto di complicità tra lui e i suoi elettori. 

I fattori identitari hanno avuto un grande impatto nel posizionamento dei voti suggellando lo stile populista di Erdoğan.  Il sistema politico turco, personificato dal Presidente, viene spesso denominato con diverse nomenclature. 

Le due definizioni più adatte a definire il regime instaurato da Erdoğan sono quelle di anocrazia e autoritarismo competitivo. L’anocrazia è una forma di governo ibrida che possiede in parte le caratteristiche di una democrazia e in parte quelle di una dittatura. In un’anocrazia vengono consentiti alcuni mezzi di partecipazione democratica ai gruppi di opposizione parlamentare, ma presenta uno sviluppo incompleto di tali mezzi per rimediare alle lamentele. Un’anocrazia non dispone inoltre di istituzioni democratiche che consentono la quantificazione nominale dell’opposizione. Questa particolare forma di governo è fortemente sensibile e instabile nel caso di conflitti armati o repentini cambi di leadership.

Quale futuro per l’attuale Presidente? 

Nonostante azzardare prospettive future in un Paese come la Turchia, caratterizzato da un vivace e continuo fermento politico, risulti quanto mai complesso, si può affermare con la dovuta cautela che l’attuale obiettivo a breve termine del Presidente sia quello di arrivare alle elezioni del 2023 – anno in cui si celebreranno i cento anni dalla fondazione della Repubblica – saldamente in carica

La spiccata centralità assunta dalla Turchia nel Mediterraneo allargato proietta il Paese in una prospettiva futura piuttosto concitata dal punto di vista geopolitico. I ruoli assunti in Siria e Libia per quanto riguarda la politica estera e la conversione di Santa Sofia in moschea – annullando il decreto firmato da Ataturk che nel 1934 la trasformò in museo – in politica interna sono un forte segnale della direzione intrapresa dal Presidente Erdogan. Se da un lato la Turchia sembra volersi allontanare sempre di più dall’occidente, dall’altro il ruolo che ricopre all’interno delle relazioni mediterranee la pone in luce come un attore con cui risulterà sempre più importante dialogare per i futuri assetti della regione. 

L’intento è quello di superare in termini di popolarità e gradimento, colui che diede vita alla moderna Repubblica di Turchia nel 1923, Mustafa Kemal Pasha, rinominato “Ataturk”, cioè padre dei turchi.

Donelli, Federico, Sovranismo islamico. Erdogan e il ritorno della Grande Turchia. Roma: Luiss University Press, 2019.

Giannotta, Valeria, Erdoğan e il suo partito. AKP. Tra conservatorismo e riformismo. Roma: Castelvecchi, 2018.

K. Bora, Islam, Democracy and Dialogue in Turkey: Deliberating in Divided Societies, Routledge, Londra e New York 2009. 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Gascohttps://orizzontipolitici.it
Nato a Torino e cresciuto ad Alba con una vena polemica e critica nel sangue. Ho studiato Scienze Diplomatiche ed Internazionali a Genova. La mia passione per il Paese della Mezzaluna (Turchia), mi ha portato nella Porta d'Oriente per scrivere la tesi. Al momento frequento un Master in International Relations and Diplomacy alla SOAS di Londra.

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