fbpx

IMPARZIALI, COSTRUTTIVI, ACCESSIBILI

Home Analisi Mondo Perché esistono Paesi ricchi e Paesi poveri?

Perché esistono Paesi ricchi e Paesi poveri?

Tempo di lettura stimato: 7 min.

-

Siamo abituati a vedere nazioni di sconfinata ricchezza e altre di lacerante povertà, ma perché ci sono Paesi ricchi e Paesi poveri? Cosa ha determinato, nei secoli, la ricchezza delle nazioni? Questa potrebbe essere una delle domande che affligge i bambini nella loro innocenza, e i loro genitori che devono rispondergli. Gli economisti si concentrano su dinamiche economiche come il livello della tassazione o l’inflazione. Queste, però, sono solo le cause più prossime della crescita economica. Perché, ad esempio, l’Africa è sempre il continente più povero? È colpa dell’inflazione? Tra le cause profonde della ricchezza delle nazioni ce ne sono tre, in particolare, che sono ritenute tra le più accreditate dagli economisti: geografia, cultura e istituzioni.

Geografia: perché è importante la rivoluzione neolitica

La spiegazione geografica è, tra le tre, quella che prova a risalire più indietro negli anni, andando a trovare la radice della ricchezza nella rivoluzione neolitica, che coincide con la nascita dell’agricoltura, 14 mila anni fa.  L’accento è posto sulla scoperta dell’agricoltura perché questa ha permesso all’uomo di diventare, per la prima volta nella storia, stanziale. La stanzialità è un punto cardine dell’evoluzione dell’uomo: per la prima volta si è potuto accumulare risorse in eccesso rispetto a quelle consumabili nell’arco di pochi giorni (immaginatevi una popolazione di cacciatori nomadi che, invece, è costretta a spostarsi continuamente). La possibilità di risparmio ha portato dunque a potersi permettere anche professioni, nella società, non direttamente collegabili al sostentamento fisico della comunità. Le società si sono così ampliate e stratificate, determinando nei millenni la ricchezza delle nazioni.

Secondo Jared Diamond, il principale fautore della spiegazione geografica, la popolazione euroasiatica possedeva due vantaggi principali rispetto alla popolazione africana e a quella americana: la ricchezza della propria biodiversità e la lunghezza dell’asse Est–Ovest che congiunge le due estremità dell’Eurasia. In effetti, uno si potrebbe chiedere perché siano stati gli europei a scoprire l’America, e non viceversa. Secondo Diamond, il vantaggio geografico degli euroasiatici si sarebbe protratto nei secoli, fino a spiegare perché, ad esempio, il Pil pro capite italiano, a parità di potere d’acquisto, sia 49 volte più grande di quello del Burundi.

L’importanza della biodiversità

Nel mondo ci sono 148 specie animali che pesano più di 45 kg. Di queste, solo 14 sono state addomesticate dall’uomo per il proprio sostentamento. Perché esistono allevamenti di mucche e non di rinoceronti? Perché si mangiano i maiali e non le zebre? I fattori che hanno determinato questa selezione sono molteplici: la capacità di essere addomesticati, le capacità riproduttive e l’aggressività dell’animale sono tra le principali. Per questo, l’uomo ha cominciato ad allevare il bestiame più conforme alle proprie esigenze, che all’epoca era maggiormente presente nel continente euroasiatico. L’uomo ha avuto un enorme impatto poi nella proliferazione degli animali più confacenti alle proprie necessità: se prendiamo due animali simili per peso, ma diversamente addomesticabili, notiamo come le mucche siano, nel mondo, un miliardo e trecento milioni, mentre i rinoceronti solo 3600. Lo stesso si può dire per la biodiversità delle specie vegetali, che sono molte di più in Eurasia.

La seconda caratteristica geografica che avrebbe favorito il continente euroasiatico è l’asse Est-Ovest che unisce il Giappone al Portogallo. Allo stesso livello di latitudine, infatti, il clima cambia molto meno rispetto a due punti sul pianeta che si trovano sullo stesso asse Nord-Sud. Uno stesso clima permette a chi vi abita di poter usare lo stesso tipo di coltivazioni da Est a Ovest, potendo inoltre trasferire lo stesso tipo di tecnologie utili al proliferare dell’agricoltura.

Le istituzioni come la chiave del progresso

La teoria di Diamond sulla geografia ha ricevuto molte critiche. Com’è possibile, ad esempio, che due Paesi come Nord e Sud Corea, così simili culturalmente e geograficamente prima della divisione, abbiano raggiunto livelli di Pil completamente differenti? La geografia, quindi, spiegherebbe solo in piccola parte il progresso che vediamo oggi. Un’altra corrente di pensiero considera le istituzioni come il principio fondante del progresso. In particolare, quello che determina la ricchezza delle nazioni sarebbe il sistema di regole che limita il comportamento dei cittadini di un Paese.

La ricerca più famosa di questa corrente di pensiero è di Daron Acemoglu, che ha studiato l’effetto del colonialismo sul progresso di un Paese. Secondo Acemoglu, infatti, sono esistiti due tipi di colonialismo: uno inclusivo, come si è visto in America, in cui i coloni si sono stabiliti in modo permantente nelle terre conquistate, e uno estrattivo, come in Africa, in cui i Paesi invasi erano utili solo a portare quanta più ricchezza possibile nel Paese nativo. La tesi di Acemoglu e dei suoi colleghi è che, dove si sono stabiliti permanentemente, i coloni hanno portato con sé un insieme di regole ed istituzioni che hanno permesso lo sviluppo di un Paese, mentre dove invece sono state stabilite colonie estrattive, le istituzioni presenti hanno condannato i Paesi alla povertà. I tre accademici hanno testato le loro ipotesi, attraverso i dati sullo sviluppo economico attuale e la presenza dei coloni, trovando un riscontro effettivo delle loro ipotesi.

Tuttavia, i tre studiosi sono stati contestati da molti economisti: oltre all’insieme di regole ed istituzioni, infatti, i coloni hanno portato con sé la conoscenza delle tecnologie europee e la loro cultura, che avrebbero potuto avere un effetto molto più importante sullo sviluppo economico dell’insieme di regole stabilito. Se si guarda al tema dalla prospettiva italiana, la questione diventa ancora più scottante: com’è possibile che due macroregioni italiane da 150 anni abbiano le stesse istituzioni, ma un Pil che in certe regioni del Nord è il doppio di quelle del Sud?

La cultura come motore della crescita

La terza corrente di pensiero sulle cause profonde delle differenze economiche si basa sulla cultura dei diversi popoli, intesa come l’insieme delle credenze e schemi mentali che spingono persone di comunità diverse a comportarsi in modo sistematicamente differente. Seconda questa tesi, azioni e credenze reiterate nel tempo da una stessa comunità si consolidano nel tempo, fino a diventare parte del bagaglio culturale di un popolo. È particolarmente interessante lo studio dell’economista italiano recentemente scomparso, Alberto Alesina, sul ruolo delle donne nella società.

Alesina e alcuni suoi colleghi sono riusciti a dimostrare come metodi di coltivazione diversa abbiano avuto un effetto sulla visione che ha una società della donna. Nelle società in cui tradizionalmente veniva usato l’aratro per la coltivazione, infatti, le donne hanno avuto un ruolo molto più subalterno all’uomo rispetto alle zone dove il metodo di coltivazione principale era la vanga. Questo perché l’aratro richiede una forza maggiore per lavorare la terra rispetto alla vanga: per questo tipo di coltivazione, dunque, gli uomini avevano un vantaggio biologico rispetto alle donne. Il vantaggio biologico si è tradotto in una dinamica familiare in cui l’uomo era colui che lavorava, mentre la donna rimaneva a casa a badare ai figli e alle faccende domestiche. Questa struttura familiare si è poi perpetrata nel tempo, fino a riflettersi sui sondaggi sul ruolo della donna nei diversi Paesi del mondo e sul tasso di occupazione femminile. Lo studio testa questa ipotesi con diverse metodologie statistiche, per evitare che ci siano delle distorsioni nella linearità del ragionamento, confermando la tesi iniziale.

La cultura influenza la crescita attraverso molti canali: una prospettiva diversa è quella dell’impatto dell’influenza culturale di una religione sull’economia. È interessante il caso della religione ebraica: da sempre la religione ebraica dedica molta importanza allo studio e alla conoscenza, tanto che Israele, unico Paese al mondo ad avere una maggioranza religiosa ebraica, è il terzo Paese più istruito al mondo, con una percentuale di laureati del 49,9%. L’importanza dello studio nella religione ebraica potrebbe derivare da un incidente storico. Nel 70 d.C., infatti, i romani invasero Gerusalemme, allora dominata dagli ebrei. L’unica corrente ebraica che sopravvisse a quell’assedio fu quella dei farisei, che ponevano un grosso accento sullo studio della Torah. Fino a quando le società rimasero agricole, lo studio della Torah era considerato un sacrificio religioso per i contadini ebrei, che non traevano alcun beneficio dallo studio. Solo quando le società divennero più complesse, lo studio della Torah emerse come un vantaggio competitivo per gli ebrei, fino a rendere l’influenza della religione determinante nel predire il livello di studio di chi nasce in una famiglia ebraica.

Chi ha ragione?

Se vostro figlio, fratello o nipote vi chiederà, quindi, perché esistono Paesi molto più ricchi di altri, come dovete rispondere? Purtroppo, la realtà è molto più complessa di quanto uno vorrebbe, e nemmeno il modello economico più ingegnoso al mondo potrebbe rispondere in modo definitivo a questa domanda. Tuttavia, tutte queste teorie possono spiegare, almeno parzialmente, le radici più profonde della ricchezza delle nazioni. La discussione rimane, in ogni modo, aperta.

Federico Pozzi
Veneto classe 1997: tra i vecchietti di OriPo. Laureato in Economia a Padova, ora studio Politics and Policy Analysis in Bocconi. Quando scrivo cerco di essere come le notti d’estate: chiaro come il cielo e pungente come la zanzara che continua a ronzare in camera. Romanticamente inopportuno insomma.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

3,109FansMi piace
1,934FollowerSegui
1,565FollowerSegui
604FollowerSegui