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L’informazione online è compromessa dalle piattaforme digitali?

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Nel solo 2018, il 40% delle ricerche su Google riguardano notizie. Le grandi piattaforme digitali come Google, Microsoft e Meta posseggono ormai il monopolio della comunicazione, ma in che modo esse esercitano potere sull’industria dell’informazione? Quali sono le implicazioni economiche ed etiche nella società “platformizzata”? 

Vivere in una società digitalizzata

Il vivere sociale degli uomini è inscritto in forme di organizzazione, soggette a mutamenti nel tempo.  Di fatti, siamo animali politiciπολιτικὸν ζῷον – in quanto creature attratte dai vantaggi dell’unirsi nella polis – πολις, la comunità capace di organizzare le relazioni tra individui in modo da minimizzare conflitti e favorire la prosperità. Le istituzioni (politiche, economiche) sono da secoli il caposaldo della vita in società, eppure gli ultimi 20 anni sono bastati a dimostrare che esistono attori terzi in grado di spostare il monopolio della socialità dalle strutture statali ad altre più ampie, globali, e dai contorni sfumati. 

Si tratta delle grandi piattaforme che costituiscono l’infrastruttura dell’intero universo digitale  – più note nel relativo campo di studi come The Big Five (Google, Amazon, Meta, Apple, Microsoft ) – poiché le uniche in grado di collegare e combinare in tempo reale flussi massicci di dati, e quindi capaci di ottenere un potere impensabile e forse superiore a quello delle istituzioni statali. Secondo un’ampia parte degli studiosi, stiamo assistendo a una rivoluzione digitale, per cui il lavoro degli algoritmi nelle piattaforme digitali sta mutando l’organizzazione di cultura, informazione e mercato in modo tale che i motori di ricerca – in inglese engines – stanno evolvendo in motori dell’ordine sociale engines of order

L’altra faccia della medaglia non vede una rivoluzione digitale ma piuttosto un graduale processo di infiltrazione e convergenza delle piattaforme digitali nei processi di socializzazione tra individui e nel lavoro delle istituzioni. Proprio offrendo strumenti in grado di velocizzare e semplificare tale lavoro, le grandi piattaforme hanno iniziato a organizzare le strutture della società, poi a produrne di nuove secondo i propri standard. Si parla quindi di società platformizzata – una traduzione forse stonante dall’originaria platform society – ossia comunità in gran parte organizzate e attive secondo i ritmi, gli strumenti e i principi delle grandi compagnie high-tech. 

La comunicazione nella società platformizzata

Possiamo immaginare la comunicazione senza i social media? Il campo dell’informazione, dell’editoria e più in generale della creazione di contenuti a scopo creativo e d’intrattenimento oggi pende tra i modelli proposti dalle branchie di Google, Meta e Microsoft, i cui canoni hanno comunque ispirato anche il lavoro dei gruppi competitori. 

Le scelte editoriali sono state dunque compromesse nella loro indipendenza, e in gran parte automatizzate e basate su procedure quantitative di raccolta e analisi dei dati. La produzione di notizie viene progressivamente cucita su misura per obbedire ai meccanismi e principi organizzativi che guidano l’ecosistema delle piattaforme digitali: si pensi ad esempio alla necessità, per gli autori di qualsivoglia sito web d’informazione, di rispettare le regole Search Engine Optimization (SEO). Si tratta di un corpus di regole volte ad ottimizzazione la visibilità del singolo articolo nei motori di ricerca, ma affinché la strategia sia efficace, gli autori sono spesso portati a confezionare i propri articoli sulla base della SEO.

L’informazione si è piegata a Internet?

La crescita esponenziale del web ha indotto le testate giornalistiche a rinnovarsi, tanto nella forma in cui i contenuti sono proposti, quanto nella loro diffusione online. I social media, in particolare, hanno abituato gli utenti-lettori a ricevere una grande quantità di suggerimenti in un breve lasso di tempo, e a portata di smartphone. Compagnie come Facebook, in particolare, sono state stimolo centrale nel mutamento dei gusti dei lettori, e dunque nelle proposte delle testate online. In particolare, nel 2017 è stato lanciato ilFacebook Journalism Project”, un’iniziativa a lungo termine volta a organizzare la produzione e distribuzione di notizie intorno a Facebook, che ha poi dettato nel tempo i canoni contenutistici ed estetici di come dovrebbero essere presentate le notizie. Non a caso, sulla pagina web dedicata al progetto si legge: “Visitiamo le redazioni e offriamo corsi online per insegnare ai giornalisti a sfruttare gli strumenti social per raccontare storie che contano”. 

Giornalismo digitale e profitti 

L’era della carta ha lasciato posto a quella dello schermo, perciò le testate giornalistiche hanno sviluppato nuove strategie di vendita delle notizie. In primis, si è passati dalla valutazione dell’audience attraverso sondaggi e studio delle vendite, all’analisi quantificata dell’audience stessa: attraverso processi di datificazione, datification nel termine originale, infatti, i dati provenienti dagli utenti vengono raccolti, osservati e classificati dagli algoritmi in modo tale da acquisire valore commerciale e creare opzioni di consumo altamente personalizzate da proporre agli stessi utenti. Gli algoritmi sono infatti capaci di individuare delle regolarità di consumo negli utenti che rispondono a determinate caratteristiche. 

Ma quali tipi di dati sono raccolti, e in che modo? Attraverso gli input immessi nei motori di ricerca, le pagine web visitate, le app installate, i likes e le condivisioni sui social media, i prodotti acquistati online e persino le opzioni di pagamento scelte, gli algoritmi che consentono il funzionamento delle piattaforme digitali possono estrarre informazioni su stili di vita, preferenze di mobilità, gusti personali e culturali, orientamento politico, religioso, e così via. Ovviamente, queste analisi sono effettuate ancora una volta dalle piattaforme digitali, pensiamo a Google Analytics, Omniture, Hitwise, e Quantcast, che non solo offrono i loro servizi alle testate giornalistiche, bensì finiscono per classificare le testate stesse e proporle a un certo tipo di pubblico targettizzato, limitando così l’accesso equo e indefinito di qualunque utente a qualunque tipo di testata. Così, un utente medio che predilige pagamenti con Google Pay, acquista prodotti high-tech, e condivide post sugli ultimi passi delle auto elettriche, tenderà a vedersi suggerite notizie da quotidiani come il Financial Times, o Il Sole 24 Ore. 

Eppure, i dati da soli non bastano: bisogna che si accompagnino a strategie di vendita ben precise. Ad oggi, sono ricorrenti diverse opzioni di vendita nel campo del giornalismo. La prima è la network strategy, che punta sulla circolazione di link di contenuti, titoli e piccole parti degli articoli attraverso piattaforme online per indirizzare il pubblico al sito web degli editori di notizie, dove vengono serviti con annunci o invogliati a sottoscrivere un abbonamento o a fare una donazione. Si tratta del caso di Huffington Post, BuzzFeed e The Guardian, mentre casi italiani sono Il Fatto Quotidiano, Libero o Fanpage. La seconda è la native strategy, per cui la testata accetta di ospitare i suoi contenuti su piattaforme digitali più ampie, come Facebook, ma è risultata la strategia meno proficua per gli editori, così in molti hanno abbandonato la strada. Ad esempio nel 2017 il New York Times e il The Guardian, dopo alcuni esperimenti, hanno chiuso la circolazione dei loro articoli sulla sezione Articoli istantanei di Facebook, delusi dalle entrate. Una strategia molto comune oggi, adottata dalle principali testate giornalistiche italiane e non solo, è quella di permettere all’utente la lettura gratuita di un certo numero di articoli l’anno, dopo di ché dovrà abbonarsi per avere accesso a tutto il sito. 

Quantità o qualità?

Tuttavia, in molti ritengono che i valori professionali di indipendenza giornalistica e copertura  accurata e completa delle notizie siano stati compromessi dalle pressioni commerciali e politiche, derivanti dalla necessità di massimizzare le entrate pubblicitarie, oltre che storicamente dalla dipendenza dei giornalisti dalle fonti governative per informazioni politiche vitali. 

In aggiunta, dai primi anni ‘2000 ad oggi si è diffuso il fenomeno del (re)bundling, tradotto ripresa, per cui le notizie prodotte dalle varie testate vengono messe insieme da quelli che sono stati definiti news aggregators – aggregatori di notizie, come Google News, Apple News e Yahoo News. Si tratta di redazioni che non producono esse stesse delle notizie, ma catalogano e mettono insieme articoli provenienti da altre fonti, non sempre autorevoli. Il risultato è che oggi l’aggregatore è la fonte principale per accedere alle notizie, piuttosto che le fonti originali. Questo pone da un lato un problema di qualità delle notizie, dall’altro una questione di potere: il controllo sulla selezione delle notizie si sta spostando ulteriormente dalle testate giornalistiche alle piattaforme digitali. 

C’è poi chi si chiede se le piattaforme digitali limitano la libertà di creare contenuti. Un esempio di rilievo è il caso della rimozione da Facebook della foto The Terror of War, ritraente la nota bambina vietnamita in fuga. Fu rimossa in Settembre 2016 perché avvertita dagli algoritmi della piattaforma come contenuto di nudità e pedopornografia – ignorando il valore storico della foto e l’importanza della libertà di informazione. Seguì allora la contro-risposta degli utenti con la campagna #boycottFB e infine ripristino dell’immagine con scuse da parte di FB, ma ciò non toglie la rilevanza dell’evento nel sollevare questioni etiche sull’indipendenza del giornalismo.

Risulta evidente allora che sì, viviamo in una società che ha bisogno dei servizi offerti dalle grandi piattaforme digitali, eppure la loro utilità non può giustificare un esercizio del potere diffuso e prepotente in un campo sensibile come quello dell’informazione. Banalmente, l’ago della bilancia può essere spostato proprio dagli utenti, gli individui, che possono scegliere di consumare prodotti creativi più genuini e in modo più accorto, preferendo rivolgersi alla fonte piuttosto che al mero aggregatore di notizie, e supportando l’industria creativa non solo online.

Crediti immagine di copertina: geralt/24323 images da Pixabay.com

Giulia Isabella Guerra
Studio il mondo per capirlo e renderlo comprensibile agli altri. Laureata in Studi Internazionali presso l'Università di Trento, frequento Corporate Communication a Milano. Nel tempo libero scrivo, leggo classici, curo il giardino e coccolo i miei gatti.

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